«Qua Giordano parla per volgare, nomina liberamente, dona il proprio nome a chi la natura dona il proprio essere; non dice vergognoso quel che fa degno la natura; non copre quel ch'ella mostra aperto, chiama il pane pane, il vino vino, il piede piede, et altre parti di proprio nome; dice il mangiare mangiare, il dormire dormire, il bere bere, e così gli altri atti naturali significa con proprio titolo».
Questo, nella Epistola esplicatoria che precede lo Spaccio della Bestia trionfante. Apriamo un po' questo Spaccio e sentiamo che cosa Mercurio dice di Giove. Ecco qua: «Ha ordinato che oggi a mezzogiorno doi meloni tra gli altri, nel melonajo di Fronzino, sieno perfettamente maturi: ma che non sieno colti se non tre giorni a presso, quando non saran giudicati buoni a mangiare. Vuole che al medesimo tempo de la iviuma che sta a le radici del monte di Cicala, in casa di Gioan Bruno, trenta iviomi sieno perfetti colti, e diecesette cadano scalmati in terra, quindici siano rosi da' vermi; che Nasta, moglie d'Albenzio, mentre si vuole increspar li capegli de le tempie, vegna, per aver troppo scaldato il ferro, a bruciarsene cinquantasette, ma che non si scotte la testa, o per questa volta non biastemi quando sentirà il puzzo, ma con pazienza la passe; che dal sterco del suo bove nascano dugento cinquanta doi scarafoni, de' quali quattordici sieno calpestati e uccisi per il pie' di Albenzio, vinti sei muojano di rinversato, vinti doi vivano in caverna, ottanta vadano in peregrinaggio per il cortile, quaranta doi si retirino a vivere sotto quel ceppo vicino a la porta, sedici vadano isvoltando le pallottole per dove meglio li vien comodo, il resto corra a la fortuna... Che Ambrogio ne la centesima e duodecima spinta abbia spaccio et ispedito il negozio con la mogliera, e che non la ingravide per questa volta, ma ne l'altra volta, con quel seme in cui si convertisce quel porro cotto che mangia al presente con sapa e pane miglio».
E questo per dimostrare a Sofia che s'inganna se pensa che ai celesti non sieno a cura così le cose minime, come le più grandi.
Come si chiama questo?
Dice di sè Giordano nell'Antiprologo del Candelajo: «L'autore, se voi lo conoscete, direste ch'have una fisionomia smarrita; par che sempre sia in contemplazione de le pene de l'inferno; par sia stato a la pressa, come le barrette; un che ride, sol per far come fan gli altri. Per il più lo vedrete fastidito, restio e bizzarro: non si contenta di nulla, ritroso come un vecchio d'ottant'anni, fantastico come un cane». E Dedalo si chiama «circa gli abiti dell'intelletto» nella proemiale epistola al Dell'infinito Universo e Mondi, e come Moro, dio del riso, s'introduce nello Spaccio.
«Lo stile del Bruno, — osserva nel suo studio mirabile su Tre commedie italiane nel Cinquecento il Graf[45] — lo stile del Bruno è l'immagine viva della mente onde muove. Ad un'amplissima varietà di forme, di figurazioni e di processi, s'accoppia in esso un'efficacia impareggiabile. Pien di vitale fervore esso non si adagia ne' simmetrici spartimenti retorici, ma si devolve per effluente, organica funzione. Di natura proteiforme, con pari agevolezza s'adegua al più arduo pensiero della mente disquisitiva, e al più volgar sentimento di un'anima abjetta. Le parole vi si affrontano in riscontri impensati, e dal cozzar loro erompe sfavillando nuova luce d'idee. Esso è un vivo fermento di peregrini concetti, d'immagini epifaniche, di clausole feconde. La lingua copiosa, proporzionata alla varietà e al numero delle cose che per essa si debbono significare, non conosce, o disprezza, i ritegni e le leggi dell'accademica purità, e s'impingua di elementi tratti così da' ripositorii più augusti dell'eloquenza classica, come dagli ultimi fondi della parlata vernacola. Un istrumento sì fatto era necessario ad un ingegno che, senza smarrire mai l'equilibrio, trascorre tutti i gradi dell'essere, dagli imi termini del reale ai supremi dell'ideale. Sia che raffronti, e associi o sceveri i termini del pensiero, sia che narri o descriva, la virtù sua rimane sempre uguale a sè stessa».[46]
Le contraddizioni innegabili che il Graf in questo suo studio scopre nella mente del filosofo panteista, per cui confessa di non intendere «come si generi in essa il momento del riso» si spiegano, secondo me, perfettamente con quell'intimo e particolar processo psicologico in cui consiste appunto l'umorismo e che implica per sè stesso queste e tant'altre contraddizioni.
Del resto, il Graf stesso soggiunge: «Può darsi che la contraddizione tragga la origine da una certa disformità preesistente fra l'intelletto e l'indole da una parte, e fra la virtù apprensiva e la raziocinativa da un'altra».
Ma io non posso indugiarmi a discorrere su ogni scrittore che mi avvenga di nominare in questa rapida corsa. Debbo limitarmi a fuggevoli accenni, rimandando a miglior tempo uno studio compiuto e un'antologia degli umoristi italiani, che qui, dato il mio compito, sarebbe fuor di luogo. Basterà porre in vista alcuni pochi nomi; e due ne abbiamo già citati di sommi, e un terzo di più modesto scrittore, che fu di popolo e artigiano, uso, come disse egli stesso «tutto il giorno a combattere con la forbice e con l'ago: cose che se bene sono strumenti da donne, e le muse son donne, non si legge però ch'elle fussino mai adoperate da loro»: Giambattista Gelli, voglio dire, che nei giardini del Ruccellai si pascolò di filosofia e diede fuori quella Circe e quei Capricci di Giusto Bottajo, che — ripeto — chi sa che capolavori d'umorismo sembrerebbero, se scritti in inglese, da scrittore inglese»
Ma sul serio, se son considerati umoristi in Inghilterra il Congreve, lo Steele, il Prior, il Gay, non troveremo noi nella letteratura nostra da contrapporre altri nomi di scrittori, che noi, per conto nostro, non ci siamo mai sognati di chiamare umoristi, anche del settecento, e anche di due e di tre secoli innanzi? Ma quanti bizzarri a gaj ingegni tra quei bajoni nostri del Cinquecento! E il Cellini? Sul serio, se ci vediamo porre innanzi The Dunciade del Pope, non abbiamo da prendere a piene mani, per seppellirla, tutta una letteratura, di cui sogliamo vergognarci, a cominciar dai Mattaccini del Caro? Mancassero guerre d'inchiostro tra i letterati nostri d'ogni tempo, giù giù dai sonetti di Cecco Angiolieri contro Dante, all'Atlantide di Mario Rapisardi! Riso anche questo, sicuro, gajezza mala, umore, cioè fiele, collera fredda e secca, come la chiama Brunetto Latini, o malinconia nel senso originario della parola: la malinconia appunto dello Swift libellista. Penso al Franco, all'Aretino e, più qua, a quel terribile monsignor Lodovico Sergardi. A questi soltanto? Ma a ben più d'uno