[45]. Vedi in Studii drammatici (Torino, Loescher, 1878). Le tre commedie sono La Calandria, La Mandragola, Il Candelajo.

[46]. Certe tropologie del Bruno sono di un'efficacia senza pari; così, quando di un inetto ragionatore dice che è venuto armato di parole e scommi che si muojono di fame e di freddo. Certe comparazioni scolpiscono, come là dove di due presuntuosi sapienti dice che l'uno parea il conestabile de la gigantessa dell'orco, l'altro l'amostante de la dea riputazione. Nella Cabala del Cavallo pegaseo così è descritto Don Cocchiarone, mistiriarca filosofo: «Don Cocchiarone pien d'infinita e nobil meraviglia sen va per il largo de la sua sala, dove rimosso dal rude ed ignobil volgo, se la spasseggia, e rimenando or quinci or quindi de la litteraria sua toga le fimbrie, rimenando or questo or quell'altro piede, rigettando or verso il destro or verso il sinistro fianco il petto, con il testo commento sotto l'ascella, e con gesto di voler buttar quel pulce ch'ha tra le due prime dita, in terra, con la rugata fronte cogitabondo, con erte ciglia et occhi arrotondati, in gesto d'un uomo fortemente meravigliato, conchiudendola con un grave et enfatico sospiro, farà pervenire a l'orecchio de' circostanti questa sentenza: Hucusque alii Philosophi non pervenerunt.

[47]. Vedi Giovanni Merlino, umorista, Napoli, Pierro, 1898.

[48]. Vedi nella seconda parte la dimostrazione dell'umorismo di don Abbondio, che all'Arcoleo sembra una figura ridicola o comica senz'altro.

[49]. Del Richter si possono citare parecchie definizioni. Egli chiama anche l'umorismo «sublime a rovescio». La descrizione migliore, secondo il suo modo d'intenderlo, è quella a cui già abbiamo accennato altrove, parlando della diversità del riso antico dal riso moderno: «L'umore romantico è l'atteggiamento grave di chi compari il piccolo mondo finito con l'idea infinita: ne risulta un riso filosofico che è misto di dolore e di grandezza. È un comico universale, pieno di tolleranza cioè e di simpatia per tutti coloro che, partecipando della nostra natura, ecc. ecc.». Altrove parla di quella certa «idea che annienta», che ha avuto molta fortuna presso i critici tedeschi, anche applicata in un senso meno filosofico. Der Humor kann, dice il Lipps, schliesslich ein vollbewusster sein. Er ist ein solcher, wenn der Träger desselben sich sowohl des Rechtes, als auch der Beschränktheit seines Standpunktes, sowohl seiner Erhabenheit als auch relativen Nichtigkeit bewusst ist.»

[50]. Paris, Alcan, 1904, pag. 276.

[51]. Vedi nei mio volume già citato Arte e Scienza il saggio Un critico fantastico.

[52]. Mi avvalgo qui di alcune acute considerazioni contenute nel libro di Giovanni Marchesini, Le finzioni dell'anima (Bari, Gius. Laterza e figli, 1905).

[53]. «Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringere d'occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciar in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in prò. A segno che fino un: io non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà, del suo potere: come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla: ma servono per mantenere il credito alla bottega».

[54]. Lo stesso ufficio si dà il Thackeray anche nel Libro degli Snobs e in quella «Novella senza eroi, o vanità illuminate con le candele stesse dell'autore».