Toti.

Giacomino? Qua?

Lillina.

Sì, viene quasi ogni giorno, a quest'ora. Credevo che oggi non sarebbe venuto perchè aveva parlato con lei, e invece.... Ah, com'ero contenta! credevo d'essermi levato questo peso, questo peso che mi schiaccia!... Vada, vada a parlare a papà, professore.... Io sono qua.... Ma per carità non gli faccia capire.... Se dice di sì, va bene.... ma se no.... per carità! E grazie, grazie, professore.... mi compatisca....

Lillina entra nel Gabinetto di Storia naturale e richiude l'uscio. Il professor Toti resta come stordito a considerare l'incarico che Lillina gli ha dato e fa una lunga scena muta significando per cenni espressivi la sfiducia di riuscire, la sua disillusione, poi come sarebbe stato bello per lui avere un bamboccetto, piccolo così, da portarsi per mano: se lo vede lì davanti, gli fa tanti attucci, ma poi pensa che c'è di mezzo questo benedetto Giacomino — troppi, a cui dovrebbe pensare il governo: lui, uno; la moglie, due; Giacomino, tre; il bambino, quattro.... eh, troppi! troppi! — e si gratta la testa. — Guarda verso l'uscio del Gabinetto di Storia naturale; pensa che Lillina e Giacomino forse sono di là, insieme, e di nuovo considera la difficoltà dell'incarico; tentenna il capo e scuote le mani con le dita raccolte per le punte, come a dire: “Che posso farci io?„ In quest'atto lo sorprende Cinquemani, che ritorna cauto dal corridojo a sinistra.

Cinquemani.

Ohè.... professore.... e che fa? giuoca alla morra? Che vuol dire? Solo? Le ha parlato? Dov'è Lillina?

Toti.

Dov'è? Non lo so. Se n'è andata.

Cinquemani.