I bimbi non vogliono accostarsi; restano scontrosi, ostili a guatarla da lontano, a guatarle quel cappellaccio nero su le ginocchia; e donna Mimma, allora, dopo essersi provata a lungo ad asciugarsi il pianto dagli occhi e dalle guance, alla fine, vedendo che non ci riesce e che anzi fa peggio, se lo rimette in capo quel cappellaccio e se ne va.
Ma non è solo per questo cappellaccio nero, come donna Mimma pensa, che tutto il paesello le si è voltato contro. Se non fosse per la stizza e il dispetto, potrebbe buttarlo via donna Mimma, il cappellaccio; ma la scienza? Ahimè, la scienza che le strappò dal capo il bel fazzoletto di seta celeste e le impose invece codesto cappellaccio nero; la scienza appresa tardi e male; la scienza che le ha tolto la vista e le ha dato gli occhiali; la scienza che le ha imbrogliato tutta l'esperienza di trentacinque anni; la scienza che le è costata due anni di martirio alla sua età; la scienza, no, non potrà più buttarla via, donna Mimma; e questo è il vero male, il male irreparabile! Perchè si dà il caso, ora, che una vicina, sposa da appena un anno e già sul punto d'esser mamma, ecco, non trova questa sera nelle quattro stanzette della sua casa un punto, un punto solo, dove quietar la smania da cui si sente soffocare; va sul terrazzino, guarda.... no, si sente lei guardata stranamente da tutte le stelle che sfavillano in cielo; e se lo sente acuto nelle carni come un formicolìo di brividi, tutto questo pungere di stelle, e comincia a gemere e a gridare che non ne può più! Si può aspettare; le dicono che si può aspettare, certo, fino a domani; ma lei dice di no, dice che, se dura così, prima che venga domani, lei sarà morta; e allora, poichè l'altra, la Piemontesa, è occupata altrove e ha mandato a dire che proprio gliene duole ma questa notte non può venire; giacche ora sono in due nel paesello a far questo mestiere, via, si può provare a chiamare donna Mimma. Sì, sì, donna Mimma!
Eh? che? donna Mimma? e che è donna Mimma? uno straccio per turare i buchi? Lei non vuol fare da “sostituta„ a quell'altra là! Ma alla fine s'arrende alle preghiere, si pianta prima pian piano il cappello in capo, e va. Ahimè, è possibile che non colga ora questa occasione donna Mimma per dimostrare che ha studiato due anni all'Università come quell'altra, e che sa fare ora come quell'altra, meglio di quell'altra, con tutte quante le regole della scienza e i precetti dell'igiene? Disgraziata! Le vuol mostrare tutte a una a una queste regole della scienza; tutti a uno a uno li vuole applicare questi precetti dell'igiene; tanto mostrare, tanto applicare, che a un certo punto bisogna mandare a precipizio per l'altra, per la Piemontesa, e anche per il medico ora, se si vuol salvare questa povera mamma e la creaturina, che rischiano di morire impedite, soffocate, strozzate da tutte quelle regole e da tutti quei precetti.
E ora per donna Mimma è finita davvero. Dopo questa prova, nessuno — ed è giusto — vorrà più saperne di lei. Invelenita contro tutto il paese, col cappellaccio in capo, ogni giorno ella scende in piazza, ora, a fare una scenata innanzi alla farmacia, dando dell'asino al dottore e della sgualdrinella a quella ladra Piemontesa che è venuta a rubarle il pane. C'è chi dice che s'è data al vino, perchè dopo queste scenate, ritornando a casa, donna Mimma piange, piange inconsolabilmente; e questo, come si sa, è un certo effetto che il vino suol fare.
La Piemontesina, intanto, col fazzoletto di seta celeste in capo e il lungo scialle d'indiana stretto intorno alla persona, corre da una casa all'altra, con gli occhi a terra, modesti, e lancia di tanto in tanto di traverso una guardatina maliziosa e un sorrisetto che le scopre su le due guance le fossette. Dice con rammarico che è un vero peccato che donna Mimma si sia ridotta così, perchè dal ritorno di lei in paese ella sperava un sollievo; ma sì, un sollievo, visto che questi benedetti papà siciliani troppi, troppi denari hanno, da spendere in figliuoli, e notte e giorno senza requie la fanno viaggiare in lettiga.
LA VENDETTA DEL CANE.
LA VENDETTA DEL CANE.
Senza sapere nè perchè nè come, Jaco Naca s'era trovato un bel giorno padrone di tutta la poggiata a solatìo sotto la città, da cui si godeva il magnifico spettacolo dell'aperta campagna svariata di poggi e di valli e di piani, col mare in fondo, che si perdeva lontano dopo tanto verde, azzurro nella linea dell'orizzonte.
Un signore forestiere con una gamba di legno che gli cigolava a ogni passo gli s'era presentato, tre anni addietro, tutto in sudore, in un podere nella vallatella di Sant'Anna infetta dalla malaria, ov'egli stava in qualità di garzone, ingiallito dalle febbri, coi brividi per le ossa e le orecchie ronzanti dal chinino, e gli aveva annunziato che da minuziose ricerche negli archivii era venuto a sapere che quella poggiata lì, creduta finora senza padrone, apparteneva a lui: se gliene voleva vendere una parte, per certi suoi disegni ancora in aria, gliel'avrebbe pagata secondo la stima d'un perito.
Rocce erano, nient'altro; con, qua e là, qualche ciuffo d'erba, ma a cui neppur le pecore, passando, si degnavano di dare una strappata.