— Ma come? e che fa? che dice? Ah, che i bambini si comperano a Palermo? con la lettiga? Ah, traditora! ma dunque, per levare il pane a lei? di bocca, a lei, il pane? assassina! per entrare in grazia della gente ignorante del paese? infame! E la gente.... come! si piglia da lei quest'impostura? da lei che prima andava dicendo ch'eran tutte sciocchezze e falsi pudori? Ma allora, se questa spudorata doveva ridursi a far la mammana in paese così, come per trentacinque anni naturalmente l'aveva fatto lei, perchè costringerla a partire per Palermo, a studiare due anni all'Università, a prendere il diploma? Solo per aver tempo di rubarle il posto, ecco il perchè! levarle il pane di bocca, mettendosi a far come lei, vestendosi come lei, dicendo le stesse cose che prima diceva lei! infame! assassina! impostora e traditora! Ah che cosa.... ah Dio, che cosa.... che cosa....
Ha tutto il sangue alla testa, donna Mimma; piange di rabbia; si storce le mani, ancora col cappellone in capo; pesta un piede; il cappellone le va di traverso; ed ecco, per la prima volta, le scappa di bocca una parolaccia sconcia: no, non se lo leverà più lei, no, per sfida, ora, questo cappello: qua, qua in capo! se quella se l'è levato, lei se l'è messo e lo terrà! Il diploma ce l'ha; a Palermo c'è stata; s'è ammazzata due anni a studiare: ora si metterà a far lei qua in paese, non più la comaretta, la mammanuccia, ma l'Ostetrica diplomata dalla Regia Università di Palermo.
Povera donna Mimma, dice ostrètica, lei, così su le furie, facendo le volte per la stanzuccia della sua casa, dove tutti gli oggetti par che la guardino crucciati e sbigottiti perchè s'aspettavano d'esser salutati con gioja e carezzati da lei dopo due anni d'assenza. Donna Mimma non ha occhi per loro; dice che vorrà vederla in faccia, quella lì (e giù un'altra parolaccia sconcia), se avrà il coraggio di parlare innanzi a lei di lettighe d'avorio e di comperare i bambini; e or ora, senza neppur riposarsi un minuto, si vuol mettere in giro, da tutte le signore del paese, — così, così col cappello in capo, sissignori! — per vedere se anche loro avranno il coraggio, ora ch'ella è ritornata col diploma, di cangiarle la faccia per quella fruscola lì!
Esce di casa; ma appena per via, subito di nuovo la maraviglia, le risa della gente, i lazzi dei monellacci impertinenti e ingrati, che si sono scordati di chi li ha accolti prima nel mondo, ajutando la mamma a metterli alla luce.
— Musi di cane! Cazzarellini! Ah, figli di.... Le tirano bucce, sassolini sul cappellone, la accompagnano con rumori sguajati, salterellandole intorno.
— Donna Mimma? Oh, guarda.... — dicono le signore, restando allo spettacolo che si para loro davanti, buffo e pietoso, perchè donna Mimma con quel suo cappellone di traverso e gli occhi ovati rossi di pianto e di rabbia, vuole — così conciata — apparir loro come l'ombra del rimorso, e in quegli occhi ovati rossi di pianto e di rabbia ha un rimprovero per loro pieno di profondo accoramento, quasi che a Palermo a studiare la avessero mandata loro, per forza, e loro la avessero fatta ritornare da Palermo con quel cappellone che, essendo il frutto naturale, quantunque spropositato, di due anni di studio all'Università, rappresenta il tradimento che loro signore le hanno fatto.
Tradimento sì, tradimento, signore mie, tradimento perchè, se volevate la mammana come donna Mimma era prima, una mammana col fazzoletto in capo e lo scialle, che raccontasse ai vostri bimbi la favola della lettiga e dei fratellini comperati a Palermo coi denari di papà, non dovevate permettere che il fazzoletto di seta celeste e lo scialle di donna Mimma e le vecchie favole di lei fossero usurpati da questa sfrontata continentale che prima, venendo dall'Università col cappello anche lei, li aveva derisi in donna Mimma; dovevate dirle: — “No, cara: tu hai obbligato donna Mimma a studiare due anni a Palermo, a mettersi là il cappello anche lei per non esser derisa dalle fraschette sfrontate come te, e tu ora qua te lo levi? e ti metti il fazzoletto e lo scialle e ti metti a raccontare la favola della lettiga, per prendere il posto di quella che hai mandato via a studiare? Ma questa è per te un'impostura! per quella, invece, vestire così, parlare così era naturale! No, cara, tu ora fai a donna Mimma un tradimento, e come l'hai derisa tu prima col fazzoletto e lo scialle e la vecchia favola della lettiga, la farai deridere dagli altri ora col cappellone e la scienza ostetrica appresa all'Università!„ — Così, signore mie, dovevate dire a codesta Piemontesa. O se davvero vi piace di più, ora, la mammana “civile„ che vi sappia spiegar tutto bene, punto per punto, come si fanno e come si possono anche non fare i figliuoli, tutto per bene, come potrebbe spiegarvelo un medico, obbligate allora la Piemontesa a rimettersi il cappello, per non far deridere donna Mimma che come un medico ha studiato e col cappello è venuta!
Ma voi vi stringete nelle spalle, signore mie, e fate intendere a donna Mimma che ormai non sapete come comportarvi con l'altra che già vi ha assistito una volta e bene, proprio bene, sì.... e che per la prossima assistenza vi trovate già impegnate.... e, quanto all'avvenire, per non compromettervi, dite di sperare in Dio che basta ora questa croce per voi, d'aver altri figliuoli.
Donna Mimma piange; vorrebbe consolarsi un poco almeno coi bambini, e per farli accostare si toglie dal capo lo sgomento di quel cappellaccio nero; ma invano. Non la riconoscono più, i bambini.
— Ma come? — dice donna Mimma piangendo. — Tu Flavietta, che mi guardavi prima con codesti occhi d'amore; tu, Ninì mio, ma come? non vi ricordate più di me? di donna Mimma? Sono andata io, io a comperarvi a Palermo coi denari di papà; io, con la lettiga d'avorio, figlietti miei, venite qua!