— Ancora, — riprese il Póntina, — i sensi non li aveva perduti del tutto. — “Animo, Gaspare!„ — gli dissi. — “Vedrai che non è nulla!„ — Ma lui, che non poteva più parlare, con la sinistra illesa si prese il braccio destro morto, così.... e si mise a piangere.
— Il braccio soltanto.... morto? — domandò un giovine biondo, molto pallido, intentissimo al racconto.
— E la gamba, si sa. Tutto il lato destro. Colpo a sinistra, paralisi a destra.
Questa cognizione medica il Póntina se la lasciò cader dalle labbra con aria d'umile superiorità verso gli altri ascoltatori, come una cosa, oh Dio, naturalissima, ch'egli sapesse da tanto tempo: l'aveva appresa invece un momento prima dai medici, e ora se ne faceva bello con quegli ignari, allo stesso modo che dell'essere accorso tra i primi, dell'aver visto ancora sulla poltrona il Naldi, e del cenno che questi gli aveva fatto del suo braccio morto.
— Sì, era venuto stamani dalla campagna.... — narrava in un altro crocchio vicino l'avvocato Filippo Deodati, alto, magro, diafano, fortemente miope. Parlando, in pensiero com'era sempre delle parole da usare e dell'efficacia dei gesti, intercalava a quando a quando pause sapienti, anche per dar tempo a chi l'ascoltava d'assaporare quel suo parlar dipinto. — Sapete, la sua deliziosa villa in Val Mazzara.... che aria! Sarà circa a tre chilometri da qui....
— Tre? dici quattro.... no, più! più! — corresse uno degli ascoltatori, come se con quei “più! più!„ lo aizzasse a dir più presto.
Ma il Deodati gli sorrise e seguitò placido:
— E abbondiamo: cinque? tanto peggio! Ora figuratevi: due ore, per lo meno, sotto questo sole d'agosto.... nella calura asfissiante.... per lo stradone.... erto così.... su un baroccino tirato da un'asina vecchia!
Uno, allora, esclamò, con gesto quasi di rabbia:
— Pazzie!