— Ma no, che dite, caro Crispucci? — scattò il signor avvocato. — La mia signora.... vi pare? uno di quegli anelli....
Crispucci abbassò la mano; accennò di sì più volte col capo.
— Mi scusi.
— No, anzi vi ringrazio.... Ma no: piangete?... no.... via, via, caro Crispucci.... non ho voluto offendervi! Su, su.... Lo so, lo comprendo: è per voi una cosa molto triste; ma pensate che non accettate per voi codesta eredità: voi non siete solo, avete una figliuola, a cui non sarà facile — voi lo capite — trovar marito, senza una buona dote, che ora.... Eh, lo so!... È a un prezzo ben duro, ma.... i denari son denari, caro Crispucci, e fanno chiudere gli occhi su tante cose.... Avete anche la madre.... voi non avete molta salute e....
Crispucci approvò col capo tutte queste considerazioni del signor avvocato, tranne quella su la sua salute, che gli fece sgranar gli occhi con un piglio scontroso. S'inchinò — si mosse per uscire.
— E non prendete le carte? — gli disse l'avvocato, porgendogliele di su la scrivania.
Crispucci tornò indietro, asciugandosi gli occhi con un sudicio fazzoletto, e prese quelle carte.
— Dunque partite domani?
— Signor avvocato, — rispose Crispucci, guardandolo, come deciso a dir qualche cosa che gli faceva tremare il mento; ma s'arrestò; lottò un pezzo per ricacciare indietro, nell'abisso di silenzio, quel che stava per dire, e alla fine esclamò, esasperatamente: — Non lo so!
Voleva dire: — “Parto, se vossignoria accetta per la sua signora un anellino di questa mia eredità!„