Allorchè io mi ritirai dal palazzo di Governo, avendo sempre i miei due gran pistoloni e la sciabola, mi ero affrettato ad andare a casa ove aveva munizioni nascoste. Io abitava nel palazzo Ciani, sul corso di Porta Orientale di fronte al vicolo de' Capuccini, palazzo allora di recente costruzione e notabile per la sua architettura. Tolte le munizioni dal nascondiglio, caricai in fretta e alla meglio i pistoloni e uscii di nuovo. Frattanto aveva principiato a piovere; il rumore delle fucilate era cessato; pareva subentrata una sosta nel combattimento; non pertanto io volli discendere nella via e vedere che cosa avveniva e che cosa potevo fare. Vuoto completamente era il corso; le porte presso la barriera, alla quale fa capo il corso stesso, erano già occupate da truppa numerosa, ond'io m'avanzai verso l'interno della città con precauzione. Giunto al ponte, scôrsi in poca distanza, a circa metà del tratto che corre fra esso e la via della Spiga, un cadavere presso il marciapiede a destra di chi discende. Mi avvicinai e ravvisai in esso un uomo piuttosto avanzato d'età, ch'era stato colpito da una palla nel mezzo della fronte ed era caduto supino, una striscia di sangue diluito dall'acqua stendevasi lungo il corso per non breve tratto. Non mi parve umano lasciar così esposto quel cadavere all'intemperie, e curvatomi, lo afferrai pel vestito affine di trascinarlo sotto qualche tetto; allora dalle botteghe o case vicine mi vennero in aiuto tre persone, e sollevatolo di peso, lo trasportammo entro quello strettissimo vicolo, che primo si incontra passato il ponte a destra e chiamasi il vicolo de' Mulini, perchè conduce realmente ad uno dei mulini che si trovano nella città, posto in moto dalla caduta d'acqua d'uno dei tanti sostegni che i Milanesi chiamano conche del naviglio; molino che deve contar più secoli d'esistenza. In fondo al vicolo sta un gran portone, e noi ci avanzammo fino a quello e bussammo perchè aprissero. Sulle prime non ci si volle aprire, e, deposto il cadavere, dovemmo parlamentare a lungo, spiegare chi fossimo, che cosa volessimo, assicurare che tutto il corso era libero di soldati, che non chiedevamo assolutamente altro se non che si desse ricovero a quel cadavere, affine di non lasciarlo in una strada sotto l'acqua. Mentre si perdeva il tempo parlamentando in quel modo, una delle persone che mi avevano dato mano a trasportarlo, credette riconoscerlo e disse che era un povero cuoco, la persona più innocua che ci fosse, caduto vittima esso pure del triste suo fato. Finalmente aprirono, e, deposto il cadavere nel primo luogo coperto che si incontrò, ci disponemmo a tornare ciascuno ai fatti nostri. Io precedeva gli altri, ma giunto allo sbocco del vicolo, vidi avanzarsi da Porta Orientale una numerosa pattuglia; laonde feci cenno ai compagni di fermarsi e ne spiegai loro la causa. Retrocedettero essi andando giù verso il molino, fuori della linea retta del vicolo; ma io mi fermai in quello strettissimo luogo, ove potevo rimanere inosservato, tanto più che il giorno cominciava già a declinare. Dal fondo del vicolo, come da un cannocchiale, stava attendendo d'un momento all'altro che passasse quella pattuglia. Trascorso più d'un quarto d'ora, mi avvicinai di nuovo allo sbocco e vidi che essa si era fermata un po' più addietro del palazzo Serbelloni-Busca al di là del ponte e che se ne staccava in quel punto un soldato che s'avanzava sulla sinistra, ossia dal lato opposto a quello ove mi trovava. Indietreggiai di alcuni passi, mi posi ben ritto al muro, impugnai il mio pistolone per qualsiasi caso e stetti osservando. Quel soldato era un granatiere, avvolto nel suo mantello grigio; s'avanzò con passo lento, ma sicuro, sino a casa Castiglione, che è quella colle finestre ad ornamenti di terra cotta nello stile della fine del Quattrocento, e quivi si fermò osservando fisso verso il principio del corso presso San Babila ov'era una barricata. Indi sollevò a poco a poco il fucile per tirare in quella direzione, ma poi lo abbassò di nuovo tenendolo però sempre orizzontale; tre volte fece quell'atto e tre volte abbassò il fucile senza sparare; si vedeva chiaro che volta per volta gli sfuggiva la mira e che da buon soldato non voleva sciupare il colpo; finalmente desistette ed a passo misurato retrocedette andando a raggiungere i compagni che tutti, fatto un dietro-fronte, s'avviarono verso la barriera di Porta Orientale. Io andai allora ad annunciare agli altri che la via era assolutamente sgombra e che potevano uscire da quel luogo con tutta sicurezza, come feci io pure.

Allora decisi di rientrare a casa mia per meglio ordinare il piccolo mio armamento. Le mie palle erano d'un calibro troppo piccolo per quei pistoloni, ed io conoscevo troppo il maneggio delle armi per non rimaner persuaso della pochissima efficacia che avrebbero avuto i miei tiri con palla malferma. S'avvicinava la notte, e sebbene la fucilata fosse cessata, era evidente che i Tedeschi si preparavano; l'insurrezione ardita, inattesa, generale, li aveva sbalorditi. I rintocchi delle campane a martello risuonavano da ogni parte, e davano segno che si voleva dai cittadini continuare la lotta. Era indispensabile anche pei nostri nemici il formar un piano preciso, perchè era chiaro che il domani si sarebbero riprese le ostilità su vasta scala. I Tedeschi infatti si erano ritirati anche da Porta Orientale, lasciandovi solo tanti soldati quanti bastassero per custodire la porta. Incoraggiati da ciò, i cittadini fecero una barricata anche presso il ponte fra casa Serbelloni-Busca e l'altra che gli sta di fronte. Rientrato a casa mia, passai buona parte della notte a far cartuccie, ingrossando con tela le palle sì che entrassero forzate e si avesse un colpo meno incerto.

CAPITOLO QUARTO

Il mattino del 19 marzo — L'autore è sequestrato in casa — Modo col quale si sottrae — Si reca alla barricata di S. Babila — Combattimento e morte del giovine Broggi. — L'autore si reca al Municipio, in casa Taverna nella via dei Bigli.

Prima ancora che albeggiasse io era in piedi, risoluto a recarmi nell'interno della città. Or qual fu la mia sorpresa allorchè seppi dal portinaio che la casa era tutta circondata da Tedeschi. Per quanto l'acqua fosse caduta a diluvio, erano venuti durante la notte, avevano spazzato quella barricata che si era eretta verso sera presso il ponte e si erano appostati in assai numero e con cannoni, a poca distanza da quello. Dall'altro lato della casa Ciani havvi il così detto Boschetto che fa parte del Giardino pubblico ed era pieno esso pure di soldati, sì che l'uscire era assolutamente impossibile; anzi era pure occupato un piccolo atrio aperto al pubblico dal lato del corso, ove si erano ricoverati nella notte quei pochi che avevano avuto la fortuna di potervi entrare e ripararsi dall'acqua. Siffatta ricognizione mi contrariò molto, poichè sentivo la fucilata lontana che cominciò prima ancora che albeggiasse, ma mi fu giuocoforza il rassegnarmi ad attendere il giorno per verificar meglio la possibilità di uscire, l'attitudine della truppa, il suo numero e tutto ciò che potesse darmi lume sulla condizione delle cose. Io abitava un primo piano del palazzo, ma interno e senza finestre sul corso; m'era quindi necessità recarmi da qualche vicino il cui alloggio desse sulla pubblica via, ma non potevo far ciò prima di giorno. All'alba si udì anche il cannone e precisamente lungo il corso di Porta Orientale (ora Porta Venezia). Abitava nella stessa casa al terzo piano, ma con appartamento sul corso, il distinto pittore Carlo Bossoli, mio amico; deliberai recarmi da lui e far la mia ricognizione dall'alto al basso. Era già levato anch'esso, ed espostogli il mio desiderio, mi condusse su d'un piccolo terrazzino che dominava sui circostanti tetti per lungo tratto, non essendo ancora eretta quella gran mole di caseggiato rosso, alla fine di quell'isolato di case, che più tardi venne costrutta dallo stesso barone Ciani. Da quel terrazzino vidi tutta la scena e potei giudicare del combattimento in quelle parti. Uno dei punti ove lo schioppettìo più spesseggiava, era a S. Babila, ove vi era lotta colla truppa, padrona della strada di S. Damiano, non che con quella padrona del corso di Porta Orientale, la quale componevasi di più battaglioni comandati da un colonnello che avanzatasi con cannoni sin presso al ponte tirava a mitraglia ed a palla. Era già chiaro giorno; il cielo era sempre nuvolo, sebbene la pioggia fosse cessata. L'ispezione mia fu completa, e la feci con un buon cannocchiale, ma tenendomi al più possibile nascosto, poichè appena i soldati vedevano una persona od anche soltanto a muoversi una persiana, subito tiravano, ed erano stesi in catena lungo il corso dall'una e dall'altra parte col fucile sempre montato. Per quanto non pensassi anch'io che al modo di combatterli, tuttavia quei poveri soldati mi facevano compassione; le loro tracolle di pelle eransi accartocciate come funi sotto il diluvio d'acqua caduto durante la notte; gli aiutanti andavano e venivano di gran carriera. Di quando in quando si vedevano soldati portar indietro un ferito, appartenente a quelle pattuglie che spingevansi avanti a far fuoco contro le barricate di S. Babila. I cittadini si difendevano bene dacchè erano al coperto; ma dallo scarso numero dei feriti austriaci, giudicai che avessero ben poche buone armi, come poi ebbi ad accertarmene, poichè se anche la distanza non era piccola, pure i Tedeschi combattevano colà allo scoperto. Verso i bastioni vedevasi un grande andirivieni di truppe; le porte della città erano chiuse, ma lo stradone detto di Loreto, che da quell'altura si dominava per lungo tratto, appariva pieno zeppo di gente, ma disarmata, erano curiosi attirati da quello spettacolo. Di quando in quando udivasi uno schioppettìo che veniva da lontani e diversi punti della città, onde era evidente che si eseguiva un piano concertato la sera innanzi e preparato nella notte. Dopo esser rimasto là qualche tempo ed avere esaminata ogni cosa, discesi sconfortato, riconoscendo l'impossibilità di poter uscir di casa da quel lato. Mi recai allora all'opposto, ossia da quella parte di casa Ciani che guarda sul Boschetto. Ivi non aveva bisogno di scomodar nessuno poichè poteva fare ogni esame dal mio appartamento. I soldati avevano abbandonato il Boschetto, ma non già per lasciarlo libero, sibbene per dominarlo meglio stando al coperto; eransi cioè ritirati nel giardino del palazzo reale detto la villa Bonaparte. Tutto il fianco sinistro di quel giardino dà sul Boschetto, dal quale è diviso per mezzo d'un fosso ove scorre acqua perenne che viene dalla Zecca; al di là del fosso havvi il muro di cinta del giardino stesso che era tutto guarnito di soldati appiattati dietro e che, vedendo una persona, tiravano immediatamente, e così contro ogni finestra o persiana che desse segno di movimento. Riconosciuto impossibile l'uscire anche da quella parte non mi rimaneva che rassegnarmi e sperare che le sorti volgendo favorevoli ai nostri, si dovessero i nemici ritirare dall'uno o dall'altro di quei luoghi. Verso le dieci antimeridiane infatti il colonnello ordinò che la fronte de' cannoni si ritirasse, e venne a schierarsi poco avanti a casa Ciani, sicchè col suo aiutante finì col trovarsi sulla linea dell'ultima finestra di quella casa andando verso il Dazio, come chiamansi da' Milanesi le porte della città. Io che non poteva star quieto, era asceso una seconda volta dall'amico Bossoli ed avevo veduto il colonnello parlare con molto calore al suo aiutante. Erano essi a cavallo ed i mezzanini di casa Ciani essendo piuttosto bassi, col loro capo si trovavano ben poco al disotto dalle finestre, distanti soltanto la larghezza del marciapiede. Perciò pensai che entrato nel mezzanino, avrei potuto udire quanto dicevano. Fatto il mio piccolo piano, discesi per eseguirlo. I mezzanini da quel lato erano allora tenuti a pigione da un belga, ottimo uomo, ma un po' originale. Borghese fattosi ricco col negoziar di libri, era venuto a godersi tranquillamente la sua pace in Milano; era grande e grosso, non parlava mai e fumava sempre: la sua famiglia si componeva della moglie e d'una figlia, ed essendo amatore spasimato dei cani, non ne possedeva mai meno di tre. Io non aveva mai stretta relazione con lui, ma avendo un piccolo tratto di scala in comune, ci incontravamo di frequente e ci salutavamo da buoni vicini. Ciò bastò perchè, in que' momenti nei quali non si fanno complimenti, io mi rivolgessi senz'altro a lui ch'era nella corte a passeggiare e fumare, e lo pregassi di volermi permettere ch'entrassi nell'ultima sua stanza verso il corso per il motivo che il lettore già conosce. Ben volontieri, mi rispose. Ma allora abbia la bontà, ripresi io, di chiudere i cani in altro luogo ove non mi possano vedere. Giusto, rispose, giusto, e precedendomi andò a raccogliere quei suoi fidi, li condusse non so dove e poi venne a dirmi: La camera è a sua disposizione. Siccome però io non era stato mai in que' mezzanini, lo pregai di nuovo di voler essermi guida sino alla stanza, anche perchè desiderava che vedesse qual fondamento aveva la mia speranza. Annuì ancora e, deposta quella volta la pipa, andò avanti con gran precauzione onde non far rumore di sorta e mi condusse ad una stanza che aveva una finestra a mezzo tondo e trovavasi sotto un terrazzino del piano superiore. Le persiane, internate nel muro, erano chiuse e chiusi erano anche i vetri. Questi bisogna aprirli, dissi al belga, ed egli che li aveva in pratica, con mirabile pazienza li aprì senza fare il benchè minimo rumore. A traverso delle griglie vedevamo i due uffiziali a cavallo a quattro o cinque metri da noi distanti. Per qualche tempo stettero silenziosi e poi il colonnello rivolto all'aiutante: Vediamo un po', disse, che forza abbiamo ancor disponibile. Io spalancai, come suol dirsi, le orecchie e rimasi maravigliato all'udire il loro colloquio come se fossero stati nella stanza. Il belga, benchè non conoscesse il tedesco, distingueva perfettamente i suoni e riconobbe che io aveva avuto ragione di far quel tentativo. Mi die' un saluto colla mano, e non potendo più reggere senza fumare, si riprese la sua pipa e tornò nella corte, lasciandomi padrone della stanza. Il colloquio fra il colonnello ed il suo aiutante non fu lungo, ma rammento in modo esattissimo che l'aiutante disse: Di compagnie abbiamo la tale, più mezza compagnia: ed indicò anche i luoghi che ora non rammento; in qual senso egli parlasse, non seppi ben comprendere, ma interpretai quel discorso in senso a noi favorevole, massime che lo stesso suono della voce mi pareva che indicasse più sconforto che confidenza. Evidentemente, dissi fra me e me, la truppa è stanca, questo colonnello non ha più che una compagnia e mezza ancor fresca, ossia che non è stata al fuoco, che non ha fatto alcun tentativo; che buona notizia da dare, se potessi entrare in città! E lì torno a fare il giro, su dal Bossoli poi giù nella corte: guardo fuori da ogni buco, ma invano: i soldati erano sempre schierati dietro il muro della Villa e qua e là si vedeva spuntar su un fucile o la cima d'un kepì; nè solo era cosa impossibile l'uscire, ma il lasciarsi vedere perfino a traverso di un'apertura qualunque, come era pericoloso il solo muovere una persiana come già dissi, e lo provò lo stesso mio padrone di casa che in quei giorni era gravemente ammalato. Una donna che si trovava nella sua stanza che dava sul corso in un appartamento del primo piano, volle soddisfarsi della curiosità di veder meglio i soldati e si arrischiò di allargare di qualche centimetro le persiane; immediatamente ebbe un saluto di due o tre palle che, perforate le persiane, fecero la loro parabola entro la stanza, con grande spavento dell'ammalato che non si lasciò pregare a proibire quegli inutili atti di curiosità. Offendere non si poteva da luogo non difeso, poichè se fosse partito un colpo da una casa, essa era immediatamente invasa con pericolo di vita per tutti; epperò non si tirava che da quelle che avevano gli accessi protetti.

Allorchè mesto e scoraggiato ritornavo dalla mia ispezione verso la parte del Boschetto, il pacifico belga, che vedeva la mia impazienza, mi si avvicina e con tutta calma fra un buffo e l'altro di fumo mi annuncia che i Tedeschi si erano ritirati ancor di più lungo il corso di Porta Orientale verso i Giardini pubblici. L'avrei baciato per la buona nuova, ma mi limitai a dirgli merçi, grand merçi, e su di volo da Bossoli dal quale mi feci dar di nuovo il cannocchiale e riconobbi ben bene le posizioni. Si erano ritirati al di là della porta grande d'ingresso nei Giardini pubblici, nè si vedevano più pattuglie andar avanti indietro; i cannonieri, benchè fossero sempre presso i loro pezzi colle miccie accese, non tiravano più, e da quel punto non si colpiva già più la barricata di S. Babila sempre la prima che si incontrava da quella parte, per la ragione che dalla detta barricata al punto ove era la truppa non corre più la linea retta; la truppa aveva l'arme al piede. A quella vista mi decisi di sottrarmi alla mia prigione. Due vie mi stavano innanzi coi loro vantaggi e pericoli; l'una, quella di andar di casa in casa lungo i tetti guadagnando tutto lo spazio fra il palazzo Ciani ed il vicolo che conduce al Boschetto; l'altra, di uscire senz'altro dalla porta maestra a fronte dei Tedeschi che però erano già a 400 metri di distanza. Il primo partito aveva il vantaggio di allontanarmi ancora quella distanza di oltre 100 metri, ma lo svantaggio, per la disuguaglianza dei tetti, di espormi al rischio d'esser visto, preso di mira e colpito, non potendosi dubitare delle intenzioni di un uomo che prendeva quella via. Il secondo partito era più franco e più risoluto, ma mi metteva in maggior pericolo almeno nei primi tre o quattro minuti. Fatti tutti i miei calcoli mi decisi per questo secondo partito; montai nel mio appartamento, non dissi nulla a mia moglie alla quale non spiaceva che mi fosse impossibile di abbandonar la casa; in questa sicurezza, essa con una certa signora Chiesa, era andata a tener un po' di compagnia al barone Ciani, dopo quella famosa paura, ed ambedue si alternavano nell'opera pietosa con una signora Greppi-Carcano che abitava pure in quella casa. Io presi i miei pistoloni e la munizione e mi legai tutto fortemente al petto con un buon fazzoletto, e chiuso bene l'abito e indossato su di esso il paletôt, discesi risolutamente alla porta. Ivi sotto quel piccolo elegante atrio concertai meco stesso il piano definitivo e feci gli ultimi calcoli; con un piccolo cannocchialino misurai di nuovo la distanza delle truppe e mi riconfermai nell'idea che non doveva esser minore di 400 metri, e forse più che meno. Il tiro, mi dissi, è incerto, ed hanno le armi al piede; prima che si pongano in misura di tirare io avrò già fatto una diecina almeno di passi. Non sono cacciatori, e quindi non è probabile che abbiano armi di precisione. È vero che hanno i cannoni ma, se sono carichi a palla, non vorranno tirare perchè sarebbe uno strano caso se mi pigliassero; se sono carichi a mitraglia, a quella distanza la così detta rosa è già sì grande che se quella specie di proiettile può colpire una moltitudine, non è probabile che colpisca un uomo solo. Così andava meco ragionando, ma nel medesimo tempo non lasciava d'impensierirmi un fatto del mattino stesso; un disgraziato che usciva da non so qual casa, aveva voluto traversare il vicolo di S. Primo poco lungi dalla mia casa, ed era stato steso morto: però il poveretto s'era dato a correre e con ciò naturalmente destò subito maggior sospetto ai Tedeschi che erano allora assai più vicini.

Io decisi di uscire a passo ordinario. Mi prenderanno, pensai, per una persona che ha un affare di somma importanza, forse per un medico che non può a meno di far le sue visite anche con pericolo, e forse non si cureranno tampoco di me vedendomi così tranquillo. Del resto scoprii in quest'ultimo istante una nuova difesa alla quale fino allora non aveva fatto attenzione, quella dei fanali a gas colle loro colonne che poste in linea come sono, benchè a distanza di circa 25 metri l'uno dall'altro, formano una fronte di difesa non ispregevole. Fatto un ultimo appello a me stesso, staccate bene le braccia dal petto e colle mani sciolte onde si vedesse che non recavo nulla, uscii a passo ordinario, tenendomi nel mezzo del marciapiede fra le case ed i fanali. Io aveva troppa pratica del maneggio di armi per non sapere che non sarebbe stato mai il colpo che poteva udire, quello che mi avrebbe offeso; ma supposto poco probabile il caso di venir colpito tosto, avrebbe pur sempre preceduto il fischio dei colpi falliti; epperò io mi aspettava quel segnale dopo i primi dieci o dodici passi, poichè tanti e non meno io calcolava di poterne fare prima che i Tedeschi fossero in grado di tirare.

Non udii nulla e il cuore mi si allargò; l'istinto mi spingeva ad affrettare il passo, ma la ragione mi diceva adagio, ed io ascoltai la ragione e non solo proseguii con passo ordinario, ma, oltre il contento di aver superato il primo grave pericolo, ebbi quello di veder confermato il mio giudizio intorno alla difesa che potevano offrire i fanali, poichè da casa Ciani al ponte tre ne contai ch'erano stati schiantati dalle palle di cannone e giacevano fracassati a terra. Giunto al ponte sul naviglio e gettatovi uno sguardo mi si presentò una scena stranissima.

Il naviglio da quel punto e per circa 150 metri, e non meno, era tutto pieno di mobili gettati alla rinfusa, e nel bacino stesso non si scorgeva che poca acqua sporchissima. La conca ivi presso era aperta e fra gli oggetti, ammonticchiati gli uni sugli altri, si notavano più vetture di quelle dette cittadine, una delle quali per caso singolare era caduta, direbbesi, in piedi, ossia trovavasi nel naviglio nella sua posizione normale. Ora, siccome era piovuto tutta la notte, un sottil velo d'acqua copriva la vernice del cielo della cittadina, e faceva l'effetto d'uno specchio lucidissimo, il che aveva attirato la mia attenzione. Le altre vetture meno fortunate erano colle gambe per aria in mezzo a panche, scranne, usci, legnami, travi e travicelli d'ogni dimensione. Insomma tale e sì strano era quello spettacolo, che quantunque io non fossi ancor fuori di pericolo, poichè era sempre sotto il tiro dei Tedeschi, pure mi fermai un istante a contemplarlo; e dico un istante, poichè il passar quel limite sarebbe stata stoltezza e quasi un voler tentare la fortuna; ma bastò quel momento perchè la scena mi rimanesse vivamente impressa nella memoria. Però se quello spettacolo mi dovette colpire per le bizzarre combinazioni che offriva quell'ammasso di tanti oggetti diversi, non tardai a riconoscere la causa che l'aveva prodotto, giacchè ravvisai subito che quello non era altro che il materiale della barricata che gli abitanti di Porta Orientale avevano eretta il giorno innanzi in prima sera a traverso il corso. Ma altro è costruire una barricata ed altro poterla difendere, e se ciò è difficile in qualsiasi luogo, quando si abbia avanti un nemico risoluto, assai più lo era in quel luogo sì largo. I Tedeschi l'avevano presa durante la notte ed avevano gettato tutto nel naviglio; la cosa che allora non sapeva spiegarmi era la mancanza di acqua, ma seppi poi che precisamente in quei giorni era stata tolta, affine di procedere a quelle annue ordinarie riparazioni, ed agli espurghi che richiede quel canale artificiale, e l'acqua gialla e sporca che aveva veduto, era la poca limacciosa del fondo mista a quella caduta nella notte.

Soddisfatta la momentanea curiosità, io continuai il mio cammino, ma non più sul medesimo lato, bensì piegando a sinistra sul ponte stesso mi recai al lato opposto; e la ragione ne fu che a partire da quel punto, andando sino a S. Babila, tutta quella linea rimane al coperto, difesa dal gran palazzo Serbelloni-Busca, da qualsiasi colpo diretto che venga dalla parte superiore del corso. Nel traversare il ponte diedi una occhiata alle truppe che mi parvero lontane, lontane, e non è a dire con quanta compiacenza, dopo pochi minuti secondi, m'accorgessi ch'erano fuori di vista. Il pericolo era allora pienamente superato; il primo passo adunque è fatto, mi dissi; or pensiamo a far bene anche il secondo, il quale consisteva, non già nell'andare da quel luogo a S. Babila, ma sibbene nel penetrare nella barricata, affine d'avervi riparo dai colpi dei Tedeschi padroni della via di S. Damiano.