Appena ottenutasi la prima, venne, come dissi, ad annunciarla il conte Carlo Taverna.

Immediatamente uno degli astanti che aveva una voce stentorea s'avvicinò ad una finestra che dava sulla corte e si fece a gridare con quanta voce aveva in petto: Signori: il Governo ha fatta la concessione di . . . . . . . . Ma per quanto forte gridasse, non veniva inteso; il chiasso era tale che superava la sua voce, e indarno si cercò di ottenere silenzio. Allora si ricorse ad un espediente che raggiunse lo scopo, ma ebbe la sua parte comica. Scriviamo la concessione, disse taluno, e poi gettiamo il foglio nel cortile. Si cerca penna, carta e calamaio, ma non si trova nulla; finalmente a forza di frugare si rinviene un calamaio, ma non carta, non penne. La carta la troverò io, grida uno, probabilmente un impiegato. Quì ci sono dei bollettini (delle leggi) che hanno sempre qualche foglio in bianco. Detto, fatto: si prendono i primi bollettini che capitano sotto la mano, e si estraggono quanti fogli bianchi contengono. Penne non se ne hanno, ma si supplisce alla meglio; e più d'uno dei presenti ed io stesso intingiamo il nostro indice nel calamaio e scriviamo sul foglio la prima concessione. Si pensi che calligrafia, che caratteri; ma erano leggibili. Gettiamo i fogli nel cortile da più finestre, affinchè si spargessero meglio fra la gente sottostante. Si può immaginare la curiosità; i fogli si leggono ad alta voce: chi capisce, chi non capisce; ma le parole: Il Governo ha conceduto colle quali cominciava il testo, fecero capire all'ingrosso che le cose andavano bene: quindi molte voci si alzavano più forti delle altri gridando: Evviva la concessioneevviva il municipio.

Questa scena si ripetè tutte tre le volte, ossia per ogni singola concessione[11]. Il chiasso divenuto maggiore aveva attirato nuova gente, e tutti gli spazî n'erano letteralmente stipati, non nel cortile solo, ma per le scale e per gli uffici stessi ov'eravamo noi a fronte della sentinella ch'era stata impotente a trattenere l'onda del popolo. Miste agli evviva si udivano le esclamazioni: Vogliamo armi, Vogliamo armi! Si toccava proprio l'apice del caos e del chiasso, quando una gravissima notizia viene a metter fine a quella singolare scena, a quel misto di serio e di comico, a quelle trattative per un ravvicinamento divenuto impossibile dopo l'uccisione delle sentinelle. La notizia era che a passo di corsa s'avanzava non poca truppa dal bastione di Porta Romana. I Tedeschi... i Tedeschi! sì udì presto ripetere, ed allora cominciò la folla a fuggire d'ogni parte perchè in quella moltitudine non ve n'era uno su cento che fosse armato. Per buona sorte, oltre l'uscita principale, il palazzo comunica con una corte vicina che ha pure uno sbocco sulla via, tanto che in poco tempo, cortile, portici, uffici furono sgombri. La deputazione ch'era intenta a completare la famosa opera di conciliazione, se n'andò ben presto anch'essa, conducendo seco quale ostaggio lo stesso vicepresidente; sì rapido era stato il cammino della rivoluzione che volevasi prevenire.

Uscito da quel palazzo, il municipio col suo prigioniero andò dapprima in casa Vidiserti al Monte Napoleone, e più tardi si trasferì in casa del conte Carlo Taverna nella contrada dei Bigli ove rimase per tutto il tempo della lotta. Il Delegato con alcuni assessori andò al Broletto dove sedeva allora la Delegazione ed il Municipio stesso.

Allorchè cominciò quel fuggi fuggi, alcuni cittadini per calmare lo spavento, che avrebbe avuto per effetto il precipitoso rovesciarsi degli uni sugli altri, gridarono ad alta voce che vi era tutto il tempo, poichè i Tedeschi non erano che a un tal luogo che nominarono, ma ora non rammento. Io prestai loro fede, tanto più che rimasero anch'essi, sicchè partimmo fra gli ultimi, sgombre che furono le scale.

Traversando il cortile considerai un istante la bizzarra scena che presentava, coperto com'era tutto di carta stracciata, di atti d'ufficio, di fascicoli tutti pesti, e di libri conciati nello stesso modo. Ma, cosa ancor più singolare, vi scorsi altresì alcuni mobili e fra questi una bella culla di ferro, la quale posso ancora dire in modo esatto che si trovava presso l'angolo ove giacevano sotto il materasso le sventurate due sentinelle. D'onde venisse quella culla e come si trovasse in quel luogo, non saprei dirlo di certo; ma strana spettatrice di quel tramestìo, essa fu veduta da mille e mille, moltissimi de' quali certo vivranno ancora e rammenteranno, con quella fedeltà con che posso rammentarlo io, così curioso ed imponente spettacolo.

Il Delegato coi membri del Municipio e col sèguito, erano venuti a piedi come accennai; ma l'arcivescovo era venuto in carrozza; ora nel tempo che durarono le famose trattative pel pacifico scioglimento, erano già accaduti conflitti colla truppa in diversi punti della città; il grido barricate! barricate! aveva risuonato, e come per incanto già ne erano sorte in gran numero.

Fra le strade che vennero chiuse per le prime vi ebbe precisamente quella di S. Romano che mette al ponte di S. Damiano ove comincia la via di Monforte. Il ponte stesso poi era asserragliato ed erasi chiuso principalmente con un gran carro carico di botti vuote che a caso passava di là, cui erano state tolte le ruote: indi con panche, usci, legnami, era stato formato un ammasso con grande studio intrecciato, lasciando solo da un lato un piccolo passaggio per i pedoni. L'arcivescovo non potendo più passare colla carrozza, entrò in casa Mantegazza che è la penultima che trovasi a mano sinistra prima d'arrivare al ponte venendo dal palazzo di Governo, e rimase colà nascosto per quattro giorni, essendone uscito, a quanto mi si disse, solo alla fine del quarto. Ma per quanto sollecita fosse stata la gente a fuggire dal palazzo di Governo, non pertanto la via immediata e i suoi accessi non erano ancora affatto sgombri allorchè arrivò la truppa.

Taluni, o perchè fossero stati troppo lenti o perchè venendo da vie laterali, ch'ivi sboccano come quella detta della Passione, ignoravano il pericolo, si lasciarono sorprendere nello spazio ancor libero prima di arrivar alle barricate.

I soldati, visti i due compagni uccisi, divennero furibondi e cominciarono a dar la caccia a quanti vedevano e ne cadde più d'uno; ma sventuratissimi sopra tutti furono due giovani di civil condizione che, fuggendo, credettero salvarsi entrando in quella casa bassa che sta di fronte alla soppressa chiesa di S. Damiano e nella quale eravi allora un negozio di cartoleria. La porta era stata levata per formar la barricata sul ponte e l'accesso era quindi libero a tutti. I cacciatori tedeschi videro i fuggenti entrar in quella casa e li seguirono. Allora i due giovani salirono su quante scale trovarono e finirono per arrivare al tetto sul quale pure s'arrampicarono; ma colà vennero raggiunti dai soldati, e sia che trascinati dalla corsa sul piano inclinato del tetto cadessero, sia che prima venissero uccisi e poi gettati nella strada, certo è che caddero entrambi l'uno presso l'altro avanti la bottega del cartolaio. Colà rimasero tutto il tempo che durò la lotta, ed erano talmente sfigurati che non fu possibile l'accertare chi fossero; solo dal modo di vestire, dalla calzatura ricercata e dagli orologi che portavano, si dedusse che appartenevano alla classe civile. Breve tempo era corso dall'uccisione delle sentinelle e già erano esse state vendicate ad usura, ed innocenti al pari di loro erano le vittime designate dalla sorte, che ha tanta parte in siffatti avvenimenti, ad espiare il loro inopinato eccidio. Divulgatasi la notizia delle uccisioni del Borgo di Monforte, il popolo cominciò la sua volta a dar la caccia ai soldati, e ciò che prova che gli stessi ufficiali non credevano che potesse scoppiare un moto di tal portata, si è che quattro di essi vennero fatti prigionieri mentre si trovavano in città, ignari di quanto era avvenuto.