Che volete? gli risposi io. Se voi chiudete vi sfondano la bottega e vi portano via tutto; fate a mio modo: mettete qui sul tavolo il vostro registro, e dite a chi entra per prender armi che se non può pagar tosto, noti quello che prende, e pagherà in appresso. Ei seguì il mio consiglio, e credo che qualcosa ricuperò, ma non molto, perchè ben presto irruppe la folla e la sua bottega venne completamente svaligiata; nè tal sorte toccò a lui solo, ma a tutti gli armaiuoli e, col pretesto che erano armi, fu invasa e dispersa anche una bella collezione di armi antiche di casa Arnaboldi.

Tosto ch'ebbi fatto il mio acquisto, io uscii dalla bottega, col pastrano tutto chiuso e come imbottito, e, traversata la piazza del Duomo, mentre mi avvicinava al Coperto dei Figini,[7] mi incontrai in un drappello di artiglieri, che venivano a passo di carica dalla piazza dei Mercanti diretti al palazzo di Corte, sicchè dovetti retrocedere un passo per non urtare in quei soldati, e mi trovai in una posizione un po' critica. Per quanto nascondessi le mie armi, si vedeva che aveva qualcosa sotto l'abito, giacchè doveva sostenerle col braccio sinistro serrato al petto. Fermarsi era pericoloso, ma retrocedere era forse peggio; preferii il primo partito e rimasi, ostentando la più grande indifferenza; per buona sorte il drappello era poco numeroso, e la sua consegna era d'andare al palazzo di Corte, e presto. Mi sfilarono avanti alla distanza d'un metro senza occuparsi punto di me; il che però non tolse che, quando passò l'ultimo, mi sentissi sollevato, perchè da quel giorno in poi, finchè durò la lotta, quanti si trovavano colle armi alla mano venivano fucilati.

Come ebbi libero il passo, traversai il Coperto dei Figini e la corsia de' Servi,[8] ed entrato nel corso di Porta Orientale,[9] andai dal conte Arese a narrargli quanto aveva veduto. Sebbene fino a quel momento io non potessi parlare di ostilità, era evidente che non potevano tardare a scoppiare; e quindi lo pregai a partire senza indugio di sorta per Torino, affine di sollecitare l'entrata in campagna dell'esercito piemontese, già pronto, nessuno potendo prevedere che cosa sarebbe succeduto di Milano.

A quel punto non era più il caso di discutere se quello scoppio fosse un bene od un male; conveniva prendere il fatto com'era, ed assecondarlo. L'Arese comprese benissimo la gravità della situazione e mi disse che sarebbe partito senza porre tempo in mezzo. All'uscire della sua casa vidi una gran folla presso San Babila, avviata verso il borgo Monforte, dove eravi il palazzo del Governo (ora della R. Prefettura) e la seguii. Componevasi d'ogni classe di persone, uomini, donne e fanciulli, e procedeva lentamente, poichè il tratto di via dal Leoncino di Porta Renza fino al palazzo di Governo, era già, quanto è lungo, tutto gremito di gente. Rivoltomi ad una persona che parlava con grande concitazione ai suoi vicini, gli chiesi qual fosse lo scopo preciso che si aveva. Si fa, rispose, una grande dimostrazione per appoggiare le dimande di concessioni che si vogliono dal Governo, e quanto prima verrà il Municipio ed il Delegato stesso[10] in persona. Colui credeva nella possibilità di una soluzione pacifica, nè egli solo era di tale opinione, ma molti; perchè rammento ancora in modo preciso che, giunti noi a quella casa alta che si incontra a sinistra sulla via di S. Romano dopo la chiesa di S. Babila, escì da una bottega che, se non erro, era allora d'un tappezziere, un giovane con un ferro corto, ma acuto e forte, per cominciare a smuovere il selciato e far una barricata; ma più d'uno gridò: No, no: a che pro vuoi rovinare la strada? E il giovane rientrò in bottega.

Giunto colla folla precisamente all'altura della via della Passione, ossia a poche decine di metri dal palazzo del Governo, sento gridare: Sono quì, sono quì. Era la Deputazione solenne che, tentando le vie legali, veniva a chiedere le concessioni. Avanzava anch'essa lentamente, perchè accerchiata da gran folla; ma per lo sforzo combinato delle persone che, piene di buona volontà, le erano più vicine, di alcuni uscieri e d'un drappello di pompieri, si manteneva un po' di spazio libero nella sua strada. La deputazione era numerosa e schierata sopra una sola linea, sì che occupava quasi tutta la larghezza della via. Nel centro eravi il delegato provinciale, Antonio Bellati; aveva alla sua destra il podestà conte Gabrio Casati; quindi, dall'una e dall'altra parte venivano assessori del Municipio ed altri. Alcune fra quelle rispettabili persone erano di mia conoscenza, e fra gli altri il delegato Bellati, col quale aveva avuto contatto nel breve tempo ch'io era stato impiegato presso il Governo in quel medesimo palazzo ove ora si recava con tanta solennità la Commissione, della quale egli era il più alto personaggio.

Arrivata che fu la Deputazione alla porta del palazzo, si fece un grande sforzo da parte di quanti la attorniavano perchè potesse entrare; ed io, che me le era avvicinato, approfittai del momento per entrare anch'io nel cortile. La Deputazione si recò difilata al piano superiore, per lo scalone a destra, sotto il portico dal lato d'oriente; io rimasi pel momento nel cortile, attirato dallo spettacolo che presentava, impossibile a descriversi. Il cortile, di non comune ampiezza, tutto cinto da un porticato a colonne, era pieno zeppo di gente d'ogni classe, d'ogni età e di ogni sesso, e vi regnava un baccano tale che impediva di intendere distintamente cosa alcuna; nè tal baccano era cagionato solo dalla folla che si trovava nel cortile, ma pur da quella che si trovava ai piani superiori, sopratutto al primo piano. Gli uffici erano stati tutti invasi, e tratto tratto si vedevano volar per aria carte, fascicoli e libri, che cadevano sulla testa o sulle spalle dei sottostanti; quindi urli grandissimi, nuovo baccano e nuovo accorrere di chi voleva conoscerne la causa. Per qualche minuto io rimasi immobile vicino alla colonna della prima arcata, affine di essere urtato un po' meno, a contemplare quello spettacolo; ma poi, fattosi momentaneamente sulla mia sinistra un po' di spazio libero, mi cadde lo sguardo su un materasso in terra, presso la terza arcata. Mi avvicinai e vidi che sporgevano fuori di sotto il materasso due piedi colla calzatura propria dei soldati ungheresi, sì distanti l'uno dall'altro, che ben comprendevasi ch'appartener dovevano a due persone, evidentemente a due cadaveri. Feci un atto di sorpresa, ed uno degli astanti mi disse: Sono i due soldati ch'erano di sentinella al palazzo. Allorchè la folla irruppe, avendo que' soldati fatto atto di voler difendere l'accesso, vennero uccisi l'uno con una pistolettata, l'altro colla sua stessa baionetta, essendogli stato strappato di mano il fucile; così mi venne allora narrato. Allo scopo poi di sottrarre dalla vista del pubblico il sanguinoso spettacolo di que' cadaveri si erano trascinati nel cortile, nel luogo da me accennato, ed erano stati coperti da un materasso. Altro che dimostrazioni pacifiche e concessioni! dissi io; ma ben presto, stanco di quelle grida incomposte, di quei dialoghi tronchi, di quelle continue ondate di popolo, salii agli uffici per vedere che cosa accadeva colà. La folla vi era un po' meno fitta ed era stata posta una sentinella alla porta che conduceva alle stanze ove trovavasi la Deputazione col vice-presidente del governo O'Donnell, il quale allora esercitava le funzioni di governatore. La sentinella mi lasciò passare; molti altri erano però già passati, e se anche colà non era fitta la folla come nel cortile, non si poteva andar avanti che a grande fatica. Trovai parecchie persone di mia conoscenza, le une impensierite ed altre piene dell'allegria che suscitava lo spettacolo della sottoposta corte, ch'era veramente qualcosa di singolare; anche colà, negli uffici, per esser intesi bisognava alzar la voce. Dopo un quarto d'ora circa da che io mi trovava in quel luogo, si sente annunciare, e non già da uscieri o da poche voci, ma da centinaia di voci in tutti i toni possibili: L'arcivescovo, l'arcivescovo! largo all'arcivescovo! Era infatti l'arcivescovo Romilli, che allora godeva di grande popolarità. Succedeva esso all'arcivescovo cardinale Gaisruck, morto circa un anno e mezzo prima, prelato riguardevole e di carattere fermo, che aveva avuto una particolare cura dell'educazione del clero e che, dopo aver saviamente retto per lunghi anni la vasta sua diocesi, lasciò di sè memoria onorata. Il Romilli, che gli succedette, aveva fatto il suo ingresso in Milano l'8 di settembre dell'anno antecedente, e da quella solennità si era côlto pretesto di una dimostrazione a favore di Pio IX, che ripetutasi la sera in piazza Fontana, su cui prospetta la facciata del palazzo arcivescovile, aveva dato occasione d'infierire alla polizia, la quale per impedirla aveva provocata una lotta, in cui fu sparso sangue e v'ebbe perfino una vittima in un certo Abate, negoziante di mobili. Il nuovo arcivescovo era disceso in piazza, aveva contribuito a sedare il tafferuglio, e per quell'atto, ma più ancora perchè rappresentava moralmente il Papa, era divenuto popolare. All'udire l'esclamazione: È qui l'arcivescovo, largo all'arcivescovo, noi, quanti eravamo nella stanza, ci affrettammo a far largo, ed a serrarci per formar spalliera. Era egli accompagnato da un altro sacerdote, e forse da più d'uno; ma siccome lo assiepava un codazzo di curiosi, i quali probabilmente avevano afferrata quell'occasione per entrare, così non posso asserire con certezza se non d'aver veduto un sacerdote che gli stava al fianco. Il Romilli cercava mostrar coraggio, salutava a destra e sinistra, sorridendo, ma si scorgeva ch'era molto agitato. Quello che più mi colpì si fu il vedere che portava una coccarda tricolore all'abito. Veniva ei pure ad unire i suoi sforzi a quelli della Deputazione, affine d'ottenere le concessioni; ma il dabben uomo, che ben presto doveva dar prova di una debolezza estrema, mostrava di già, colla sua coccarda tricolore, quanto poco fosse padrone di sè. Andare dal rappresentante del Governo per trovare il modo di scongiurare pacificamente il nembo che sovrastava, ed andarvi coll'emblema ch'era la negazione di quel Governo, poteva dirsi una puerile incongruenza; ma quella coccarda era stata a lui appiccicata mentre che saliva le scale, ed egli non aveva avuto il coraggio di levarsela, almeno pel tempo che trattava col rappresentante del Governo che pur volevasi ancor mantenere.

Il baccano nel cortile continuava sempre, perchè quelli che escivano venivano surrogati da nuovi curiosi. Osservata dall'alto quell'onda continua di popolo che agitavasi in modo sì rumoroso, e quella rapida vicenda d'indistinti colloqui della gente che era nella corte con quella già salita al primo ed anche al secondo piano, formava uno di quei spettacoli che più non si dimenticano. Ma non andò guari che si aprì l'uscio della stanza ove si trattava e ne uscì il conte Carlo Taverna colla notizia della prima concessione.

Ecco ora che cos'era avvenuto in quella specie di sancta sanctorum; io lo riferisco sulla fede dello stesso conte Taverna che fu mio carissimo amico e più d'una volta mi narrò i particolari di quel fatto.

Il vicepresidente conte O'Donnell non aveva ceduto tosto alle istanze della deputazione, la quale chiedeva che si accordasse la guardia nazionale e ad essa si affidasse la polizia, per di più instava per l'immediata libertà di stampa.

L'O'Donnell aveva cercato di far le sue rimostranze intorno alla gravità delle domande, osservando pure, che quand'anche egli avesse ceduto, le sue concessioni potevano venir disdette; ma i membri di quella Commissione insistevano sull'impossibilità di poter altrimenti frenare quel moto popolare che già aveva preso il disopra. Or siccome egli era solo, nè alcuno veniva in suo aiuto, finì per cedere, accordando le domande anzidette una dopo l'altra.