Vollero i destini d'Italia che quindici anni dopo si verificasse precisamente quel caso; ma quando si pensa che cosa fu la battaglia di Solferino e S. Martino, e che ci vollero gli sforzi più tenaci dei due valorosissimi eserciti per vincere, si arriva facilmente alla conseguenza che l'Italia colle sole sue forze non sarebbe riescita a conquistare, nelle condizioni di allora, la propria indipendenza. Però, dacchè l'aiuto straniero fu indispensabile e venne precisamente dalla Francia, non è più lecito il transigere colla riconoscenza. Così opinavo quando discutevo il quesito come un'ipotesi; così opino ora, dappoichè l'ipotesi d'allora, quantunque non desiderata, fu invece precisamente quella che condusse anzitutto al primo indispensabile passo, la base di tutti gli altri, all'indipendenza verso lo straniero e quindi all'unità. Mi si perdoni la piccola digressione; ma, per verità, quando odo certi discorsi, quando leggo certi scritti relativi all'aiuto prestato dalla Francia, chieggo se l'Italia non ha proprio altra scelta che fra l'ingratitudine o la servilità, o se non ha invece quella della gratitudine senza servilità: della prima ha debito verso la Francia, dell'altra verso sè stessa. Risparmio al lettore ogni particolarità di piani e di passi fatti cogli amici, d'un solo però mi credo autorizzato a far un'eccezione, perchè ebbe una grande influenza per spingere la mia attività. Nel 1846 io entrai in relazione epistolare col conte di Castagneto, intendente del re Carlo Alberto. Fu causa una bellissima aquila che mi permisi offrire allo stesso per il real parco; nell'offrirla lanciai una frase sull'aquila, già glorioso emblema d'Italia e di Casa Savoia. Pronta e gentile fu la risposta, con un cenno d'allusione anche all'augurio. Mi bastò perchè, deposto ogni velo, ogni frasario meno che chiarissimo, mi prendessi la libertà di chiamar sul serio l'attenzione del signor Intendente generale del Re sulla possibilità d'una guerra coll'Austria per l'indipendenza del regno Lombardo-Veneto. Lo spirito dei tempi era così esaltato, sopratutto dopo la nomina di Pio IX, che i fatti non tardavano mai a confermare le mie previsioni sull'espandersi dei sentimenti di libertà ed indipendenza e sugl'imbarazzi sempre crescenti dell'Austria. Il carteggio si fece sempre più vivo; non lasciavo passar occasione per dimostrare come quella doppia corrente rendesse sempre più possibile un tentativo serio; però io mi guardava bene dall'esagerare e dall'asserire cosa meno che esatta nell'uno o nell'altro senso. Godendo di piena indipendenza, dimorando buona parte dell'anno in Milano, andava e verificava io stesso, m'informava minutamente, e siccome le mie relazioni furono trovate esatte, si cominciò a prestar loro piena fede. Una di quelle relazioni diretta all'amico Farina, il medesimo che fu poi deputato in molte legislature,[5] venne comunicata al Brofferio, che io non conosceva che di nome; più tardi e senza dirmi nulla, anche quando divenimmo colleghi nella Camera del Parlamento sardo, ei pubblicò fra i documenti della sua Storia del Parlamento Sardo, quella lettera che più non rammentavo, non essendo che una delle tante scritte allora; ma, rivedutala, la riconobbi per mia; ed ora la riprendo io stesso dalla sua opera e la cito qual prova dello scrupolo che mettevo nel dare informazioni.[6] Le mie speranze fondandosi precipuamente sull'esercito piemontese, non mi ero curato molto di stringer numerose relazioni in Lombardia, e si limitavano a quelle del conte Giulini e del conte Arese in Milano, del marchese Valenti Gonzaga in Mantova, e di pochi altri. I convegni sopratutto col primo, che mi offriva anche i mezzi sicuri per mandar le mie relazioni in Piemonte, si fecero sempre più frequenti, e negli ultimi tempi erano giornalieri. Di promuovere una insurrezione non si parlò mai se non a guerra dichiarata; tuttavolta si prevedeva possibile uno scoppio non solo in Milano, ma anche in altre città tanta era l'animosità fra' cittadini e soldati, onde scene di sangue erano avvenute a Padova ed a Pavia, non sì gravi come a Milano, ma bastevoli ad infiammare gli animi alla vendetta. Ai primi di marzo di quell'anno la situazione parve cotanto rischievole a me ed agli amici, che io temendo non la si giudicasse con piena cognizione a Torino, mi decisi d'andarvi in persona per riferire esattamente lo stato delle cose, scongiurando che si venisse alla dichiarazione di guerra, giacchè tutto favoriva quel passo per quanto arditissimo.
Essendomi già prima stato negato il passaporto pel Piemonte, mi valsi d'uno per la Svizzera che avevo, e mediante un giro un po' vizioso, ma fatto senza sostar mai, giunsi a Torino il 4 marzo, per mera combinazione ignorando che per l'appunto in quel giorno si proclamava lo Statuto. Fui quindi testimonio oculare dell'entusiasmo straordinario di quei giorni. Appena arrivato mi recai dal conte Castagneto, nel palazzo reale, e gli narrai lo stato della Lombardia e di Milano in modo particolare, e come da un momento all'altro potessero scoppiare ostilità. Ebbene sappia, mi rispose egli, che noi abbiamo chiamato anche l'ultima classe sotto le armi: ben vede se siamo deliberati.
Le parole del conte di Castagneto (rispettabilissimo personaggio, senator del Regno, uno dei pochi superstiti della prima nomina del 1848) mi rallegrarono; ma avendo voluto informarmi in modo preciso anche della distribuzione della forza, rimasi sorpreso come fosse ancora tanto sperperata, sì che sarebbero occorsi non pochi giorni a concentrarla, mentre l'Austria continuava a mandar truppe verso il confine. Non mancai di far presente a' miei amici quanto fosse pericolosa quella situazione ed urgente il concentramento. Io non dubitavo delle intenzioni, ma temevo che il partito contrario tergiversasse la grande impresa più di quanto mi si era fatto supporre; epperò quel fatto mi addolorò. Ritornato a Milano, narrai a pochi fidati amici quanto mi aveva detto il conte di Castagneto e quanto aveva io stesso veduto ed udito circa allo spirito della popolazione, ma non celai la mia inquietudine per la lentezza del concentramento delle truppe.
I pochi giorni che ancora decorsero prima dello scoppio della rivoluzione, li spesi a mandar lettere pressanti col ragguaglio delle forze dell'Austria, e nel fare continui calcoli del tempo che occorreva pel concentramento delle truppe piemontesi, allorquando il mattino del 18 marzo escì, a meraviglia di tutti, la strana notizia delle summentovate concessioni liberali dell'Austria; notizia che valse, come già dissi, quanto l'annuncio, che Vienna fosse insorta.
Spiegate così anche le mie condizioni personali, vengo alla narrazione dei fatti.
CAPITOLO TERZO
Annuncio delle concessioni del Governo austriaco pubblicate la mattina del 18 marzo 1848 — Milano si agita — Grande dimostrazione per ottenere altre concessioni — Invasione del palazzo di Governo — Primo atto di ostilità — Milano si copre di barricate.
Poco dopo l'affissione della notizia per la chiamata a Vienna pel 3 luglio, Milano aveva assunto un insolito aspetto; si formavano capannelli in ogni via e da taluni escivano queste voci: Oggi si fa la dimostrazione al Governo; si radunano al Broletto; da altri esclamazioni più risolute: Bisogna finirla, è insorta Vienna; non è più tempo a dimostrazioni, fatti ci vogliono!
Queste voci diverse accennavano alle due diverse correnti, alle quali i cittadini eran proclivi: gli uni volevano passar per la via legale, andar al Governo, chiedere le concessioni colle buone, ma altri non volevano saperne di vie legali e parlavano d'armarsi. Verso le 10 antimeridiane tutta Milano era in moto. Io che, come dissi, non avevo speranza che nell'esercito piemontese, non desideravo un'insurrezione prima che rompesse la guerra, temendo non riuscisse che ad un sciupamento di forze. Però giudicando che il conflitto era inevitabile, pensai ad armarmi, ed andai da certo Colombo armaiuolo, che aveva la bottega nella via Mercanti d'oro, una di quelle che oggi fanno parte della via Torino, e costituiva precisamente il primo ramo che dalla Piazza del Duomo riesciva alla via della Palla, altra via compresa ora pure nella anzidetta nuova e grandiosa via.
Per una di quelle contraddizioni, che si spiegano solo colla confusione che regnava anche fra i dominatori, mentre era stato proclamato il giudizio statario, si erano lasciate aperte le botteghe degli armaiuoli. Entrato in quella del Colombo, feci scelta di alcune armi corte, che potessi nascondere sotto il pastrano; epperò presi due grandi pistoloni ed una sciabola da guardie di finanza. Ed ecco, intanto che io stava pagando, odesi un rumore insolito; erano le botteghe che si chiudevano, ma con tal furia e fretta che sarebbesi detto che ognuno riponeva la sua salvezza nel far presto quell'operazione. Il povero Colombo, che io conosceva, perchè era il mio armaiuolo ed era un buon uomo ed un operaio intelligente, comprese benissimo che il nembo innocuo, per gli altri bottegai, poteva non esserlo per lui, e smarrito e pallido mi chiese consiglio.