Il vice-re del regno Lombardo-Veneto, l'arciduca Raineri, non credendosi più sicuro in Milano, partì con tutta la famiglia il 16 marzo per Verona, accompagnato da un reggimento di granatieri italiani, che non si avvisava prudente lasciar in quella città; prima di lui era pure partito il conte Spaur, governatore della Lombardia, sì che a capo del governo vi era rimasto il vice-presidente conte O'Donnell.

La risoluzione che avevano preso i cittadini di Vienna di venire assolutamente ad una conclusione, l'avevano presa anche alcuni cittadini di Milano; volevano essi recarsi il 18 marzo al palazzo di governo per fare la dimanda della libertà di stampa, della guardia nazionale, d'un freno all'arbitrio della polizia e d'altre simili franchigie. Certo fu una coincidenza fortuita quella degli stessi passi fatti nei medesimi giorni dalle popolazioni delle due città senza che l'una sapesse dell'altra, ma era effetto di quella singolare atmosfera che tutti avvolgeva desiderando la stessa cosa, trovando i medesimi ostacoli, di guisa che erano tutte due spinte sulla medesima via, senza alcun speciale accordo.

Il mattino del 18 marzo un dispaccio governativo affisso a tutti i canti di Milano annuncia ai cittadini che sua Maestà aveva determinato di concedere ai suoi popoli instituzioni liberali e convocava i rappresentanti dei diversi paesi a Vienna pel 3 luglio prossimo futuro.

Quell'avviso fu la scintilla che diede il fuoco all'aere pirico del quale era pregna l'atmosfera. Vienna, si disse, è in rivoluzione. Il popolo stesso, la moltitudine dei cittadini, che due anni prima era ancor completamente digiuna di politica, a forza di sentir a parlare di statuti, di libertà, di garanzie, aveva fatto un po' di educazione politica e comprese, come non era possibile che la cosa fosse passata così linda a Vienna fra il popolo ed il governo. Ora, appena si ebbe sentore del fatto, moltissimi sorsero a dire: Se tanto si fa dai Viennesi, come staremo noi tranquilli?

CAPITOLO SECONDO

Condizioni dell'autore — Sua indipendenza — Suo viaggio politico in Italia nel 1841 — Sue relazioni in Piemonte — Scrive i Pensieri sull'Italia di un anonimo lombardo — Suo viaggio in Piemonte ai primi di marzo 1848.

Tale era lo stato di Milano poche ore prima dello scoppio della famosa rivoluzione. Era necessario, anzi dirò indispensabile, il premettere questi cenni poichè essi dànno la spiegazione dei fatti, e specialmente del come la popolazione in massa comprendesse la situazione, talchè poi ogni classe somministrò il suo contingente nella lotta e contò le sue vittime nel grande episodio di quel movimento generale di tutta Europa, al quale si collega. Nulla parmi più meschino della narrazione dei nudi fatti senza che si comprenda come si sprigionasse tanta forza latente fino a quel giorno; nulla abbassa più le famose Cinque Giornate che rappresentarle come un fatto isolato organizzato da Tizio o Sempronio, quasicchè se quelli non si fossero adoperati nulla sarebbe avvenuto; ben più elevato appare il concetto di quell'insurrezione considerandola come la esplosione di materia preparata da lunga mano, accumulatasi quale effetto di molte cause operanti sulla massa intera della popolazione. Sta in ciò la sua vera natura, che affermar non si può senza provarne un intimo compiacimento.

Prima però che, abbandonando queste considerazioni generali, io entri nella narrazione dei fatti parziali, conviene che il lettore tolleri che gli faccia un cenno della mia condizione speciale. Per quanto piccolo sia un individuo a fronte di sì grandi avvenimenti, quando esso si fa a narrarli, gli diviene indispensabile non solo il somministrar la prova della veracità dei fatti che possono essere sindacati da altri contemporanei, ma ancora della sua competenza nel dare i giudizj intorno alle condizioni di quei tempi, allo stato morale delle popolazioni, il che non potrebbe ammettersi in uno che, rimasto estraneo ai fatti stessi, fosse stato sorpreso dai medesimi senza che prima avesse rivolto alcun pensiero alle loro cause. Non sarà difficile il riconoscere come mi debba star a cuore di provare che non intendo rivestire idee d'allora coll'abito d'oggi, nè indossare il facile manto del profeta; ma non potrei ottener questo se non toccassi almeno di volo la mia vita antecedente a quel grande episodio.

Allorchè avvennero i moti del 1831 in Italia, io mi trovava giovine studente a Vienna, amico di ungheresi e di polacchi coetanei e condiscepoli; cominciai col vagheggiare l'idea dell'indipendenza nazionale come l'unica base possibile d'un sistema razionale che si fonda non su avvenimenti dovuti alla forza od al capriccio dell'uomo, ma su d'un fatto che non è creato da lui ma dalla natura e dalla storia, sul fatto della nazionalità, e mi riscaldava non poco a quel concetto divenuto anche il tema prediletto delle conversazioni cogli amici non meno incaloriti di me. Compiti gli studii venni in Italia ed entrai al servizio amministrativo del governo austriaco, tale essendo il desiderio de' miei genitori, ma vi rimasi ben poco, perchè, dominato sempre da quelle idee, non trovava cosa onesta servire un governo ed adoperarsi per combatterlo. Quindi cominciai collo svincolarmi da quell'impegno senza aver fatto un solo atto, durante il tempo del mio servigio, che fosse in opposizione al giuramento che aveva prestato; ma, ricuperata la mia piena libertà, mi proposi far tema dei miei sforzi l'avveramento dell'idea dell'indipendenza d'Italia.

Due cose mi parevano emergere chiarissime dalla storia: l'una che una grande potenza la quale dispone di un potente esercito, non si combatte che con un esercito egualmente potente; l'altra che di tutti i modi per venire a capo di liberarsi dal dominio austriaco il meno efficace era quello delle congiure. L'Italia contava due eserciti nazionali; il piemontese ed il napoletano; il primo stimato per fama tradizionale, il secondo forte per numero; trovar modo di agire su quelli che disponevano di quelle forze, far sì che afferrassero il concetto della liberazione d'Italia, era la via più retta per approssimarsi allo scopo. Quanto al pubblico conveniva educarlo a quelle idee, onde il giorno della chiamata sapesse che cosa si voleva da lui e fosse pronto ai sacrifici necessarii. Ben presto m'accorsi quanto fosse vana la speranza di voler influire su d'un sovrano come il re Ferdinando II di Napoli. Nel 1841 feci un viaggio d'esplorazione politica in tutta Italia per convincermi delle sue condizioni reali; e a tal uopo m'informava con prudenza dello spirito pubblico dominante nelle varie contrade; pur troppo il livello dello spirito pubblico mi parve basso e disuguale. A Napoli mi fermai più che altrove; vidi alcune manovre di quelle truppe eseguite con maestria, ed una cavalleria bellissima pel materiale; la forza non mancava, ma che dire dell'animo dei padroni di quella forza? Avevo pochissime attinenze con persone del luogo, ma ne feci con alcuni distinti stranieri, e fra questi con inglesi, alcuni dei quali erano pienamente al fatto degli aneddoti di Corte e dello spirito del governo. Si può facilmente immaginare di qual natura fossero quei racconti e qual concetto potessi io desumerne pel concorso di quella popolazione ad un'impresa che avesse per iscopo l'indipendenza nazionale. In Toscana nessuno allora parlava male del governo; ma eravi già un nucleo di persone che si occupava di politica e che poneva per base del risorgimento italiano la cessazione del dominio straniero; di che vieppiù mi persuasi nel 1843 in occasione del Congresso di Lucca, al quale andai non già come scienziato, ma come dilettante, e in realtà come esploratore politico. Il numero dei benpensanti; termine che allora riassumeva l'idea dell'indipendenza, si era notevolmente aumentato; se non che piccolo era l'aiuto che la Toscana poteva dare, ammesso pure che il Granduca arrivasse sino al punto di prendere le armi contro l'Austria, cosa allora ben poco probabile. Il paese che solo mi pareva offrire una base solida, era il Piemonte; io non aveva atteso sino allora ad andarvi. Avendo fatto in Lombardia la conoscenza col commendatore Maurizio Farina, possidente nel Canavese, liberale di vecchia data, e stretta seco lui amicizia, lo accompagnai, prima ancora che intraprendessi il viaggio per tutta Italia, al suo ritorno in Piemonte, ove appresi a conoscere Lorenzo Valerio ed altri, che potevano chiamarsi i bersaglieri della futura falange che doveva propugnare le idee d'indipendenza. Allora era ancor piccola, ma in terreno propizio per svilupparsi; il Piemonte solo presentava le condizioni serie per concorrere ad un tentativo di tale portata; esso aveva un esercito pieno del sentimento del proprio onore: il Re, che ne disponeva, trovava uno scopo nella guerra che avrebbe potuto procurargli il Lombardo-Veneto; la cosa non era nè facile, nè allora tampoco probabile, ma bastava che si potesse chiamare possibile, perchè non si riguardasse un'utopia il fermarsi su quell'idea. Si parlava sempre in modo velato (1841-43), ma si tendeva a quel fine. Valerio fondava le Letture di famiglia, e vi presi parte anch'io; poi fu costituita la Società Agraria nel 1843 e fui fra i fondatori; era un manto che ben presto divenne così trasparente, che nessuno più si illudeva. Nel successivo 1844 apparve l'opera Le Speranze d'Italia del Balbo, già da me menzionata. Io mi trovava in pieno accordo seco lui nel modo di vedere, salvo nella questione intorno al potere temporale del Papa, ch'ei voleva conservare. Quella discrepanza nel modo di giudicare d'una delle questioni principali per l'Italia, fu una delle ragioni che mi spinsero ad entrare nell'arringo degli scrittori politici, che presero per tema il modo di procurare l'indipendenza all'Italia, e nel 1845 scrissi i Pensieri sull'Italia d'un Anonimo lombardo, stampati poi a Losanna nel successivo 1846. Le circostanze di allora procurarono al mio libro pronta e felice accoglienza, se è lecito arguirlo dallo spaccio delle copie.[4] Io mi proponeva anzitutto il quesito dell'indipendenza; non parlai d'unità, poichè io partiva dal principio che tutto dovesse farsi col sangue italiano. Io pure capiva anche allora che l'Italia una ed indipendente era un ideale ben più seducente; ma come arrivarvi colle sole nostre forze? L'esercito piemontese e Carlo Alberto suo condottiero, potevano forse cimentarsi a una guerra contro l'Austria e dire in pari tempo agli altri sovrani d'Italia: «Vogliamo cacciarvi dai vostri troni per fare un solo Stato?» Un progetto simile era allora un delirio; una soluzione in tal senso non si poteva ammettere, che accettando l'aiuto straniero contro il quale io mi pronunciava risolutamente, osservando che le nazioni non si redimono che ribattezzandosi nel sangue proprio e che per la redenzione d'Italia doveva scorrere solo sangue italiano. Ora, posta simile condizione, non si doveva complicare la questione e cominciare col dividerci, col farci dei nemici anzichè degli alleati, nella stessa Italia. Se la nazione, diceva io, si redimerà colle sole sue forze, sarà stimata ed apprezzata anche dalle altre potenze, dagli altri popoli, e noi stessi avremo maggior fede nei nostri destini. Tuttavolta siccome in fondo al cuore stava pur anche il desiderio di vedere l'Italia indipendente, senza augurarlo solo ai nostri posteri, volli discutere anche il caso dell'intervento straniero e quello specialmente della Francia che volevo meno degli altri, ma che riconoscevo il più possibile fra tutti, perchè dicevo allora: Alla Francia si può cedere la Savoja non a sgravio di gratitudine, ma in compenso del prestato aiuto.