Se gli amici dell'indipendenza d'Italia erano stati sorpresi nel senso del vedersi sorretti da un aiuto cotanto inaspettato, i nemici naturali di tutte le innovazioni non erano stati sorpresi meno. Il primo e più potente fra questi era il governo austriaco, pel quale il Papa veniva ad aggravare una condizione di cose già complicata. Non poteva esso chiamar nuovo lo spirito di libertà e le aspirazioni all'indipendenza de' suoi popoli italiani, ma il nembo non sorgeva solo da questa parte, perchè contemporaneamente si addensava in Boemia ed in Ungheria. Non era una forza materiale che poteva aggiungere il Papa, ma una forza morale di grande influenza, e quindi del di lui contegno l'Austria rimase oltremodo indispettita e sgomenta. Il 1847 passò in mezzo ad una grande ansietà, sia da parte delle popolazioni, sia da parte del governo; la cui incertezza si tradì più volte in ordini e contr'ordini fra loro repugnanti. Prevedendo vicino uno scoppio esso pensò ad aumentare la forza materiale e chiamò i contingenti sotto le armi; cercò opporre zelo a zelo, facendo dal suo canto appello alla solerzia dei propri amici e dipendenti, annunciando provvedimenti rigorosi contro i perturbatori e i riottosi, ch'erano le espressioni con cui si qualificavano i novatori politici; ma quelle disposizioni medesime non facevano che accendere maggiormente il fuoco, tanto più che le minaccie non erano seguìte che eccezionalmente da fatti e la titubanza era manifesta. Come avviene sempre in simili casi, lo zelo di taluno degli esecutori andò oltre, ed ecco sorgere autorità municipali che con linguaggio rispettoso nella forma, ma nella sostanza affatto nuovo ed insolito, denunciano apertamente gli abusi degli agenti governativi; indi corpi rispettabili, come le Deputazioni Provinciali che esprimono il desiderio di riforme liberali, e per ultimo la Congregazione Centrale che in nome del paese invoca del pari liberali riforme.

Ma, non era solo la questione interna ossia quella fra il governo ed i sudditi che aveva fatto cammino; un progresso eguale e forse maggiore l'aveva fatto una questione esterna, ossia una questione insorta fra il governo austriaco ed il governo piemontese. Nel 1847 il re Carlo Alberto aveva promulgato riforme liberali nella sua amministrazione, e già non faceva più mistero che non si sarebbe fermato a quelle, ma si sarebbe spinto sino a dare una costituzione, benchè non si illudesse sul pericolo dei conflitti che potevano sorgere col governo austriaco. Il conflitto non tardò a verificarsi, e fu non un conflitto a mano armata, ma di quelli che si possono chiamare i prodromi di guerra, perchè incominciano con note diplomatiche per terminare col tiro del cannone.

Nel 1846 il governo sardo concesse il transito per i suoi Stati d'una determinata quantità di sale diretta alla Svizzera; il governo austriaco al quale ne veniva danno, poichè lo forniva esso colle sue saline del Tirolo, ravvisò in quella concessione un atto a lui ostile e per rappresaglia duplicò il dazio d'entrata dei vini dello Stato sardo nella Lombardia, il che equivaleva ad una proibizione.

Il re Carlo Alberto annunciò egli stesso il fatto ai suoi popoli facendo comprendere quanto fosse ingiusto il procedere dell'Austria, e menzionando quella determinazione adoperò il termine di rappresaglia. È facile l'immaginare quanto un linguaggio simile dovesse far piacere a coloro che, cogli occhi rivolti a Carlo Alberto ed al suo esercito, speravano in essi. Le circostanze volgevano tutte favorevoli, e per quanto sproporzionata fosse la lotta, per quanto dispari le forze, le complicazioni degli avvenimenti che andavano svolgendosi a minaccia dell'antico ordine di cose, potevano riuscir tali da contarvi sopra come su d'un potente alleato.

Fu in tali condizioni interne ed esterne che si entrò nel fatato anno 1848. Il governo austriaco, che più non si illudeva sull'attitudine del re Carlo Alberto, risolvette procedere con energia contro i fautori delle idee di libertà ed indipendenza e farla finita con qualche prova di rigore che valesse a dimostrare l'impotenza de' suoi nemici interni. Le popolazioni alla loro volta erano invece sempre più risolute a provare quanto accarezzassero le nuove speranze, ed accettavano con avidità ogni pretesto per tradurre in atto quel loro modo di sentire. Di ciò davano frequenti prove con dimostrazioni per sè stesse inconcludenti, ma che assumevano importanza pel significato politico che loro si annetteva. Segnalata per le sue conseguenze rimase la dimostrazione in tutta la Lombardia di non voler più fumare cominciando dal 1º gennaio 1848, non tanto nello scopo di far un danno all'erario, che ben meschino sarebbe riuscito, poichè nessuno poteva impedire che si fumasse fra le domestiche pareti, ma nello scopo di attestare il sentimento del paese con un atto pubblico, generale, di pronto e facile eseguimento anche nei più meschini villaggi. E lo scopo fu raggiunto. Che nel fatto vi siano state alcune violenze parziali e perfino insulti a chi voleva fumare, non può negarsi; ma si può asserire con certezza che furono rare eccezioni; la grandissima massa dei cittadini fumatori cessò dal fumare in pubblico, e, posto pure che taluni se ne astenessero solo per non affrontare l'opinione pubblica, egli è certo che tanto nelle città quanto nelle campagne si cessò dal fumare col 1º gennaio 1848. Il centro dal quale partiva la parola d'ordine delle dimostrazioni era Milano, perciò dal suo canto il governo deliberò di prendere argomento da quella dimostrazione per dare una buona lezione ai Milanesi, e venne prescelto all'uopo il 3 gennaio. Verso la sera di quel giorno si videro soldati e borghesi percorrere, fumando, la città in tutti i sensi, a due, a tre, e dietro ad essi a poca distanza venivano pattuglie di guardie di polizia. I cittadini non tardarono a scoprire in alcuni fumatori borghesi, guardie di polizia travestite e come era facile a prevedersi, si diedero a fischiarle; di che esse si corrucciarono ed invelenirono, onde, com'era nei desiderii, si passò alle vie di fatto. Ed ecco a un segnale dato irrompere i soldati (sopratutto cavalleria) nelle strade principali menando colpi di sciabola a destra e sinistra. Come suol sempre avvenire, n'andarono di mezzo i più lenti a fuggire e quelli che ignorando ogni cosa uscivano in quel punto dalle loro case. Vi ebbero molti feriti e non pochi morti e fra questi un vecchio consigliere d'appello ed il cuoco del conte Fiquelmont. Era questi un personaggio ragguardevole ch'era venuto a Milano mandato da Vienna con missione non pubblica, ma dicevasi con quella di riferire fedelmente al governo centrale lo stato delle cose in Lombardia. Grande fu l'irritazione prodotta da quell'atto di provocazione; ma coloro che lo consigliarono ritennero che il suo effetto lo avesse prodotto e si potesse chiamarlo una lezione utile, poichè mentre i cittadini contavano tanti feriti ed anche morti, non eravi un soldato solo che avesse riportato una graffiatura. Anche gli stessi attinenti al governo che avevano disapprovata quella misura, furono costretti al silenzio dinanzi al momentaneo buon successo; dobbiamo anzi soggiungere, perchè anche questo è vero, che circa quella provocazione in origine censurata persino da generali, rimasero tutti d'accordo a ritenerla ben riescita. Da qui venne nel governo quella fatal sicurezza che si comunicò anche ai capi militari, i quali si persuasero che Milano non avrebbe osato insorgere contro di essi ed in ogni caso avrebbe avuto la peggio. Il trarre una simile conseguenza dal fatto del 3 gennaio era uno sragionare, dacchè non tenevasi calcolo della sorpresa; ma la passione già dominava i governanti civili e militari, dei quali non pochi ostentavano un disprezzo, di che i cittadini ogni dì più s'irritavano, onde in essi nacque una vera sete di vendetta.

Eccoci al punto che possiamo chiamare culminante e foriero dell'inevitabile crisi, quando tutte le cause di qualsiasi natura hanno prodotto i loro effetti. Le riassumerò in brevissimi termini. Le idee di maggiori libertà pei popoli e dell'ingerenza loro nel maneggio della cosa pubblica mediante il sistema rappresentativo costituiscono le cause che chiamai generali, perchè comuni ad altri popoli, con questa differenza fra cotesti e l'italiano, che mentre altrove erano le predominanti, in Italia invece erano in seconda linea al confronto dell'idea dell'indipendenza nazionale, sopratutto nell'Italia austriaca. In tutta la penisola ben si comprendeva da ogni persona colta e intelligente di materie politiche che la base vera, l'unica, stabile, anche della libertà era l'indipendenza di diritto e di fatto da ogni dominazione straniera; e quella causa poteva dirsi l'italiana. Ben pronunciata in tutti i centri d'intelligenza lo era in grado massimo a Milano, uno dei più segnalati. A queste cause comuni con tutti gli altri paesi d'Italia, colà vennero a sovrapporsi le locali ossia le speciali per quella città. Poco prima dello scoppio della rivoluzione erano stati presi alcuni giovani appartenenti a famiglie distinte e spediti in Austria per misura di precauzione. È vero che non si torse loro un capello e furono trattati con ogni riguardo, ma questo non si seppe che dopo gli avvenimenti e frattanto quell'atto contribuì ad indispettire la popolazione; ma su ben altra scala ed in modo ben più risentito aveva contribuito a quell'effetto la provocazione del 3 gennaio e quello scherno che non pochi dei più devoti al governo dimostravano per i cittadini, sui quali credevano aver riportata una vittoria in quell'infausta giornata. Così quali fuochi concentrici tutte quelle cause si condensavano in Milano, e la lotta desiderata da molti in ogni parte d'Italia, in nessun luogo lo era con tanto ardore quanto in quella città. L'annuncio dei massacri di Milano, come chiamaronsi, produsse come era da attendersi un effetto gravissimo in tutta la Lombardia; non è a dire poi quale partito ne traessero coloro che tenevano al corrente d'ogni cosa il governo piemontese scongiurandolo di prepararsi alla guerra. Esso non istava inoperoso, e siccome già presentiva inevitabile la lotta, aveva incominciato a chiamare più classi sotto le armi; ma anche in Piemonte non tutti la pensavano nello stesso modo, non già che vi fosse un partito che chiamar si potesse austriaco, ma vi erano persone spaventate dalla terribile lotta da impegnarsi con armi tanto impari per numero, e perciò ad una determinazione energica ne seguiva talvolta un'altra che la temperava; nel complesso però prendeva sempre più favore il partito risoluto.

Il giorno 8 febbraio il re Carlo Alberto promise solennemente lo Statuto, altro nuovo importantissimo passo che dalla sua data stessa trae grande importanza, poichè precedette lo scoppio della rivoluzione francese.

Il governo austriaco alla sua volta era entrato in una fase di lusinghevoli promesse, per la ragione dianzi accennata, che vedeva sorger nembi da tutte le parti del vasto suo impero. Quindi si accavallavano ed avvicendavano partiti di prudenza e partiti di severità; si ingiungeva la consegna delle armi e si faceva sentire alle autorità municipali, che reclamavano contro gli arbitrî della polizia, che si sarebbero esaminati e presi in considerazione i desiderii delle popolazioni, perchè tale era l'intenzione dello stesso governo; ma le popolazioni, e sopratutto quelle delle città, comprendevano benissimo quale fosse la causa del linguaggio insolito e non vi prestavano fede.

In tale stato di tensione somma degli animi nel quale si trovavano governanti e governati del grande impero austriaco, avvenne la rivoluzione di Francia, o, a dir meglio, di Parigi, del 28 febbraio, che rovesciò il trono di Luigi Filippo e proclamò la repubblica.

Quel fatto presentò l'apice delle complicazioni, ma nello stesso tempo il principio del loro scioglimento dappoichè si entrò allora in un nuovo periodo, in quello dell'azione e della lotta. Se l'anno 1848 ebbe la qualifica di fatato per i molti e strani avvenimenti che in esso seguirono, il mese che si segnalò sopra gli altri nello stesso anno, fu il mese di marzo. Il re Carlo Alberto promulgava nel giorno 4 di detto mese lo Statuto a' suoi popoli fra il tripudio del Piemonte e l'entusiasmo di Torino. La chiamata di nuove classi sotto le armi dimostrava come il neonato non si avesse a festeggiare solo con canti ed inni di gioia, ma con preparativi serii di guerra; se non che tale era l'entusiasmo, tale la convinzione già divenuta generale che ormai la lotta era inevitabile che, ben lungi dal paventarla, i più la desideravano. Il governo austriaco stesso la credeva tanto vicina che aveva disposto a scaglioni molta forza lungo la frontiera piemontese, aveva già formato il suo piano d'attacco e designata la città nel territorio del nemico ove divisava fissare il quartiere generale; ma a Vienna in que' giorni stessi la popolazione instava per farla finita col regime assoluto e chiedeva libere istituzioni.