È in quel periodo che cade, non già l'invenzione, sibbene l'esecuzione delle strade ferrate sopra scala grandissima non mai sognata come possibile al principio del periodo medesimo: lo stesso dicasi del telegrafo elettrico e di molte altre invenzioni che tendono a ravvicinar gli uomini, e quindi riescono a moltiplicazione di forze morali nell'ideare, concretare ed eseguire piani ed opere comuni, nello scrutare e studiare le leggi della natura. Alle scoperte della scienza tennero dietro innumerevoli applicazioni pratiche nelle arti e nelle industrie; un popolo reagì sull'altro; tutto si mosse, si rimescolò con celerità ignota al passato.

Fu tutto pel meglio? È una grave questione. Nel complesso parmi che non si debba dubitarne, ma meno d'ogni altro dovrebbe dubitarne un Italiano, poichè in questo periodo di tanti rivolgimenti politici e materiali, il popolo che alla fine di esso si presenta sulla scena coi successi più felici ed inattesi, è il popolo italiano. — L'Italia indipendente ed una. — Che ciò potesse essere, anzi che fosse nel desiderio di molti, ben si comprende; ma che sul serio, or sono trent'anni, si ritenesse fra le cose di probabile attuazione, non havvi uomo di buona fede che possa ammetterlo. — Che più? Questo stesso periodo così lungo nella vita d'un uomo, così breve nella vita d'un popolo ci presenta stranissimi contrasti. Chi mai nel 1853 quando l'Austria dominava da Amburgo ad Ancona, quando fallito il sublime tentativo del 1848 e morto in lontano volontario esilio il suo attore principale, l'Italia aveva veduto insediarsi di nuovo sui loro troni gli antichi principi a nulla più intesi che a prevenire i casi che li avevano balzati di seggio, o costretti a far concessioni liberali ai loro popoli; chi mai, ripeto, avrebbe detto in quell'anno che, non sarebbe corso nemmeno un decennio e que' principi sarebbero definitivamente scomparsi, i loro troni rovesciati per sempre, ed i loro Stati sarebbonsi fusi in un solo tranne una parte tenuta dalla potentissima Austria e un'altra piccola per estensione, ma grande per importanza, lasciata al Papa per un pregiudizio secolare diviso da nazioni intere, della necessità, cioè, per la religione cattolica che il suo capo sia anche principe temporale? Stando a ciò che chiamasi l'opinione pubblica, a quei giudizî che la moltitudine degli uomini suol pronunciare sull'appoggio dei fatti dominanti, l'anno 1853 avrebbe dovuto presentare minori probabilità per l'unificazione d'Italia, che non avevano presentato gli anni 1843-44. Ma vi sono leggi e forze morali che fanno il loro corso e direbbesi perfino malgrado i propositi degli uomini. Se fu mirabile la soluzione della questione italiana nel 1859-60, più sorprendenti ancora furono quelle del 1866 e del 1870, quando non per forza e virtù nostra, ma per avvenimenti che si verificarono in terra straniera, si potè compiere l'indipendenza o l'unità d'Italia, quando così le vittorie come le sconfitte di due grandi nazioni, ci furono egualmente utili, ed in conseguenza di quelle si sciolse anche la secolare questione del potere temporale del Papa; fatto che a molti parve sì grave che durarono fatica a credere nella sua stabilità e ci vollero ancora quattro o cinque anni perchè non fosse più lecito un ragionevole dubbio.

Ora è debito dell'Italia di mostrarsi degna di tanta fortuna. Pur troppo, come spesso avviene che gli eredi di ricchi patrimonî facilmente li sciupino, ignari delle fatiche che costarono a chi li raccolse, può darsi pure il caso di nazioni, che non sappiano valutare o peggio anche scialacquino gli inapprezzabili beni dell'unità e della libertà. Quanto maggior senno vi sarebbe se ognuno che è chiamato a reggere la cosa pubblica in grande o piccola sfera tenesse del continuo presente lo stato antico dell'Italia e ripensasse che cosa fosse la dipendenza dallo straniero e lo sconfinato arbitrio di dominatori anche nazionali, la maggior parte ben peggiori dello straniero! La storia è chiamata a tale ufficio, e a ridestare quelle memorie, ma la storia imparziale difficilmente la scrivono i contemporanei; la missione di questi più che altro è quella di prepararne i materiali genuini sì che i posteri, quando saranno scomparsi dalla scena tutti gli attori di ogni ordine, possano scevri di passione giudicare freddamente degli avvenimenti, e pesare i meriti di quelli che vi presero parte attiva.

Forse parrà che io prenda le mosse troppo dall'alto; ma non che aspirare a far breccia, io vorrei solo mostrare chiaramente il nesso che lega anche il fatto dell'insurrezione di Milano alla storia generale dell'epoca; esso fu un episodio della medesima e si può descrivere parzialmente, ma non si comprenderebbe o male assai, se staccare si volesse dall'insieme o spiegare con ragioni eccezionali che non trovano la loro soluzione nello spirito del tempo. Fu un episodio che conta pagine sublimi; episodio che i rovesci sopravvenuti alle armi italiane del 1848 avevano relegato fra i fatti degni piuttosto di scusa e di pietà che di ammirazione, ma che poi la fortuna delle armi italo-francesi ha rimesso in onore.

Il principio della nazionalità come base degli Stati può dirsi aver fatto tanto più cammino quanto più si allontanò l'epoca del celebre congresso di Vienna del 1815, che lo aveva non solo posto in non cale, ma deriso come un'utopia. L'Europa alla caduta di Napoleone I era troppo spossata per reagire contro i principii messi innanzi e recati in atto dalla così detta Santa Alleanza; essa aveva bisogno anzitutto di pace, e quanto a libertà, benchè vivessero ancora molti fautori delle idee proclamate dalla Repubblica francese, erano queste state stranamente alterate nel concetto dei popoli, prima dagli eccessi dell'epoca repubblicana e poi dal regime napoleonico glorioso, ma despotico in tal grado, che poco ebbero ad aggiungervi i nuovi dominatori. Il Congresso di Lubiana del 1821, quello di Verona del 1822, provocato dai moti d'Italia e di Spagna, riconfermarono in modo solenne i principii del 1815 aggiungendovi la sanzione del fatto coll'intervento in Italia ed in Spagna. Gli autori della Santa Alleanza credettero sul serio d'aver trovato il mezzo di frenare il corso degli avvenimenti; sognarono un eterno statu quo, assumendo in comune la speciale missione di combattere le idee di libertà e nazionalità. Ma colla forza materiale non si vincono le idee; esse hanno la loro forza espansiva, e quando sono pervenute a far le loro conquiste morali, allora si trova anche la forza che le vuol effettuare, allora comincia la lotta con tutte le sue conseguenze, colla vicenda delle vittorie e delle sconfitte, delle tregue e delle riscosse; ogni fase conta le sue vittime, ma l'idea cammina e non si ferma finchè non trovi una condizione di cose che valga a tradurre le idee in fatti. Per quanto formidabile potesse chiamarsi la forza materiale della quale disponevano i collegati nella Santa Alleanza, per quanto severa si esercitasse la censura onde impedire che gli scritti intorno ai diritti dei popoli, all'indipendenza ed alla libertà si spargessero, non fu possibile l'impedire che quel tema divenisse dominante, allorquando scoppiò la rivoluzione greca pochi anni dopo il congresso di Verona. Non furono certo i sovrani collegati che le fecero il buon viso, ma già sì potente era l'opinione pubblica in Europa che non ardirono affrontarla. Or che cosa voleva la Grecia se non la propria indipendenza? Da ogni parte d'Europa si mandarono a quei sollevati soccorsi di uomini e di denari; non havvi nazione che non conti i suoi morti nei volontari che accorsero su quella terra illustrata da sì gloriosi ricordi, e non solo la pubblica opinione fece scudo a quanti favorivano quell'insurrezione, ma costrinse i governi medesimi a prendervi parte e fra questi il russo che pareva il giustiziere della Santa Alleanza. La Grecia trionfò, ma lo stesso trionfo porta l'impronta della mala volontà de' governi predominati dall'idea del pericolo. Si costituì un nuovo Stato, un regno di 800,000 abitanti con un debito enormissimo, fuori d'ogni proporzione colle sue entrate, sì che la questione finanziaria, vitale in ogni Stato, non venne colà mai risoluta, e fu l'ostacolo principale allo sviluppo che attendevasi da quella nazione.

Ma frattanto fu quella una gran vittoria del principio di libertà ed indipendenza; poeti, prosatori, romanzieri celebrarono la risurrezione della Grecia che veniva a prendere posto fra le nazioni rette a governo libero e costituzionale, talchè consacravansi col fatto ad un tempo i due principii di indipendenza e libertà. Poco dopo la casa dei Borboni, dominatrice di Francia, alla quale pareva che la libertà vi trasmodasse, si avvisò di frenarla, e il tentativo bastò a far rovesciare in tre giorni dinastia e governo, senza che alcuno venisse in loro soccorso. Nè gli avvenimenti si fermarono a quel punto, ma il Belgio, insorto poco dopo contro la dominazione dell'Olanda in nome della propria nazionalità, venne soccorso dalla Francia senza che i sovrani che avversavano quel principio tentassero d'impedire un sì grave fatto. Fra tutti i popoli d'Europa uno dei più interessati al felice svolgimento d'ogni idea di nazionalità era il popolo italiano. Quantunque il regno di Napoleone I fosse stato breve e despotico, non pertanto era bastato per provare al mondo che la stoffa per formar valenti soldati, e quella per formar buoni amministratori non mancava all'Italia. Dopo il corso di più secoli ne' quali il solo popolo piemontese che costituiva non più di un quinto della famiglia italiana durò sempre ad essere belligero, l'Europa vide truppe italiane segnalarsi sui campi di battaglia in Germania, in Spagna ed in Russia. L'Italia ebbe il sentimento della propria forza e concepì la speranza d'una esistenza autonoma allorquando la pace del 1815 rovesciò l'opera napoleonica e rimise in trono gli antichi sovrani che tosto si accinsero ad annullare ogni ordine, ogni provvedimento, che proveniva dal governo ai loro occhi usurpatore ed illegittimo. Ma non fu in loro facoltà d'estinguere il nuovo sentimento di libertà ed indipendenza, che s'era acceso ne' petti italiani, e che ben lungi dall'affievolirsi per le persecuzioni, più si rendeva tenace e vivo. I ricordi gloriosi d'un passato non ancora lontano, i tanti attori del gran dramma napoleonico che ancora vivevano, tennero desta un'agitazione che mise capo ai moti del 1821 e dopo la loro repressione, indi a un decennio, esplose colla sollevazione delle Romagne del 1831. Come venisse soffocato anche quel tentativo è troppo noto. Non sarà però fuor di luogo il ricordare come fra i giovani accorsi sotto la bandiera de' sollevati, si contassero due giovani principi, figli di Luigi Bonaparte, già re d'Olanda e della regina Ortensia; i fratelli Carlo Napoleone e Luigi Napoleone Bonaparte. Il primo soccombeva a un'infiammazione per eccesso di insolite fatiche a Forlì il 17 marzo 1831; il secondo era riservato a ricomparir sulla scena non dell'Italia sola, ma dell'Europa e ad essere spettacolo al mondo di straordinaria fortuna e potenza e di non meno straordinaria sventura.

Ai moti infelici del 1831 subentrò una calma apparente in rispetto a nuovi tentativi a mano armata, ma più intenso invece e più generale divenne il lavoro di diffusione delle idee di libertà e di indipendenza per mezzo della stampa, che assunse il carattere d'una vera propaganda. Sotto tale rapporto non vuolsi passar sotto silenzio un cambiamento essenziale che potrebbesi chiamar di tattica e che, a mio avviso, contribuì grandemente al trionfo di quelle idee. Il cambiamento fu l'abbandono della via delle congiure per entrare in quella d'una lotta a viso aperto, dacchè man mano si procacciò d'infondere nelle masse il sentimento e il bisogno dell'indipendenza del proprio paese dallo straniero, affinchè il giorno nel quale si dovesse fare appello alla forza, il giorno nel quale si sarebbe chiesto ai concittadini sangue e sostanze, li trovasse ben informati e già caldi per la causa nazionale. Non è mio scopo l'entrar qui in particolarità di citazioni, ma parrebbemi ingiustizia grave il non far cenno di Cesare Balbo che fra i primi tracciò ben chiaramente quella via colla sua opera Le Speranze d'Italia. Quel libro mostrò a tutti quelli che tenevano dietro alla questione della redenzione dell'Italia, quanto cammino essa aveva già fatto in poco più d'un decennio, ossia dal 1831-32 al 1842-43. Una persona ben nota qual'era già a quell'epoca il Balbo, appartenente all'alta aristocrazia del Piemonte, stampa nella capitale[3] di quello Stato un'opera nella quale si discute pacatamente la probabilità, o dirò meglio riferendomi a quei tempi, la possibilità che l'Italia possa ricuperare la propria indipendenza. Evidentemente una grande modificazione doveva già essere avvenuta nello spirito dello stesso governo, e siccome allora il governo si identificava colla persona del sovrano, era impossibile che questi ignorasse quella pubblicazione ed il suo effetto. Ora quel sovrano, benchè solo di piccolo Stato, disponeva di un esercito nazionale e sebbene le gloriose tradizioni militari risalissero al secolo, anzi ai secoli addietro, erano tali e tante che circondavano pur sempre di un'aureola di gloria l'esercito medesimo arruolato fra lo stesso popolo e guidato allora, come per lo addietro, in gran parte dall'aristocrazia del paese, l'unica in tutta Italia che chiamar potevasi guerriera. Non è a dire quanto ciò dovesse sorridere agli uomini positivi che dalla storia avevano appreso come un governo potente non abbandoni un paese soggetto che costretto dalla forza e quindi sul campo di battaglia, ove hanno principio e fine le dominazioni straniere. Le speranze non potevano più dirsi aeree; non si trattava più di disegni preparati da pochi nel silenzio che scoppiando ad un tratto sorprendono le popolazioni le quali chiedono attonite dove sta la forza organizzata per opporsi ad eserciti organizzati; si trattava di disegni pubblicamente discussi fra tutte le classi dei cittadini, di disegni che conducevano per retta conseguenza alla guerra fra Stato e Stato; guerra grossa, guerra combattuta con tutti gli espedienti della strategia e della tattica. Ognuno sentiva la gravità dell'impresa, ma come il coraggio genera coraggio, quella discussione pubblica sì libera, sì nuova, portava in sè qualcosa della natura di un buon successo ed esaltava gli animi. Ma se in Italia parlavasi allora anzitutto di indipendenza, perchè di là dovevasi pur cominciare per giungere alla libertà, di questa con eguale franchezza parlavasi contemporaneamente presso le altre nazioni. Un nuovo spirito aveva invaso l'Europa. In Germania si discuteva la necessità del governo costituzionale, più tardi se ne discusse pubblicamente nell'Austria stessa; in Boemia, in Ungheria, si parlava di autonomia dei singoli regni; si richiamavano alla memoria mercè storie e racconti le epoche gloriose passate, in tempi, se non di libertà, almeno di indipendenza, e tutti quegli scritti spingevano verso una meta che non potevasi raggiungere se non a traverso di conflitti sanguinosi. Per quanto grande dovesse parere agli uomini del freddo calcolo l'ostacolo dei potenti eserciti che stavano a disposizione dei governi i quali non solo non intendevano di accettare quelle mutazioni, ma apertamente le combattevano, non pertanto lo spettacolo di quella tendenza comune di tutti i popoli doveva aver pure un gran peso nelle loro considerazioni. Alla fine anche in Austria più d'un freddo ragionatore si trovò ridotto a dire: quello che vogliono gli Italiani è quello che vogliono pure i Boemi e gli Ungheresi, e la libertà, la vuole la stessa popolazione austriaca, nè altrimenti si pensa in Germania. In effetto un medesimo spirito prevaleva nell'Europa intera; un paese incalzava l'altro; una nuova atmosfera involgeva tutti. Tale era lo stato degli animi nel 1845-46, allorquando in Italia avvenne un fatto importantissimo che diede al corso degli avvenimenti un nuovo impulso, di guisa che se prima poteva dirsi che s'andasse a passo accelerato, questo si cambiò in un vero passo di carica. Quel fatto fu l'elezione di Pio IX al seggio pontificio e l'immediato cambiamento nella politica del suo governo.

Poco meno d'una generazione intera ci separa ora da quell'epoca memorabile; la gioventù d'oggi nella massima parte non ha sentito parlare di Pio IX che come di un nemico d'Italia e guarda con sospetto chi lo difende; però non solo la storia conserva le più irrefragabili prove ch'egli sulle prime non fu d'Italia nemico, ma ad attestarlo sopravvivono ancora, benchè scemati assai di numero, quelli che erano giovani allora e presero parte agli avvenimenti di que' giorni, e si contano a migliaia fra le popolazioni italiane.

I primi atti di Pio IX sbalordirono tutti, tanto gli amici quanto i nemici delle idee di indipendenza e di libertà; nessuno si attendeva vederlo camminare così risolutamente una via cotanto opposta a quella de' suoi antecessori. La sua amnistia fu delle più generose, e tosto eseguita provocò verso di lui un impeto di ammirazione e di entusiasmo che toccava al delirio. Non vi è penna che sia capace di esprimere lo stato morale di quell'anno e mezzo che corse dal luglio 1846 a tutto il 1847. Un Papa liberale! Un Papa che desiderava l'indipendenza d'Italia! Ad aumentare l'entusiasmo contribuiva una specie di vaticinio contenuto nell'opera del celebre Gioberti: Il primato morale e civile degli Italiani, che voleva fare del Sommo Pontefice il paciere universale, Pio IX comparso poco dopo sulla scena parve avverare il vaticinio. Il clero, che sopratutto nell'Alta Italia contò sempre caldi fautori dell'idea dell'indipendenza, si vide fatto segno di dimostrazioni di simpatia, sicchè coloro che prima si erano tenuti neutrali si decisero; i caldi divennero caldissimi. Il clero posto nel mezzo fra la classe educata ed agiata e le masse che vivono di lavoro, il clero col libero accesso ai palazzi ed alle più umili abitazioni del coltivatore e dell'operaio, fu istrumento efficace a rendere popolare il concetto dell'Italia padrona di sè: il che in Lombardia e nel Veneto si traduceva anche per l'uomo il meno istrutto, ma pur dotato di senso comune, nel concetto d'una lotta coll'Austria. Dell'entusiasmo nelle altre parti dell'Italia non posso parlare che riferendomi alle relazioni, agli scritti, agli indirizzi d'ogni genere e d'ogni classe che venivano pubblicati, e che tutti concordavano nel rappresentare il grado sommo d'esaltamento nel quale si trovava l'intera Italia.

Egualmente intimo traspariva l'accordo col clero, sopratutto col basso clero. Arrivare alla meta senza scosse, per quanto riguarda le credenze religiose, senza l'intralcio di quistioni eterogenee, era tale fortuna che nessuno avrebbe osato sperare e quindi più che giustificato era quell'entusiasmo anche agli occhi degli uomini più serii e più pacati. Infine il nome di Pio IX divenne sinonimo di libertà ed indipendenza; il suo ritratto sotto tutte le forme possibili fu sparso a centinaia di mille esemplari; si portava in foggia di spillone sul petto dagli uomini e sui braccialetti dalle donne; ve n'erano di quelli contornati da diamanti del valore di centinaia e migliaia di lire, e di quelli del valore di pochi soldi per le infime classi. Il motto Viva Pio IX si trovava scritto in tutti i luoghi; ogni giorno si narrava un nuovo aneddoto per provare e confermare i di lui sentimenti liberali, e siccome già sapevasi che incontrava l'opposizione nelle alte sfere del clero, si raccontavano i modi coi quali aveva vinta questa o quella difficoltà, superato questo o quell'ostacolo; insomma Pio IX fu trasformato in un vero ente simbolico, in un mito.