La chiesa di S. Bartolomeo era il primo fabbricato che incontravasi a sinistra uscendo dai Portoni. Era costrutta non parallela ai medesimi ed al naviglio, ma in isbieco, in linea che piegava verso il nord-est. Aveva una fronte stracarica di ornati e con colonne ognuna delle quali portava una statua; era barocca assai, ma non senza una certa grandiosità; attigua alla stessa eravi la canonica che presentava una linea in senso opposto, talchè ove si univano le due linee, formavano un angolo acuto con un piccolo piazzaletto quasi nascosto, opportunissimo per proteggerci, poichè, come già dissi, noi eravamo allo scoperto, fuori delle barricate. In un istante fummo tutti riuniti in quel luogo, ed uno de' giovani che si erano uniti a noi andò a battere con precauzione, ma tanto da farsi sentire, al portone della canonica. Poco dopo si udì una voce che chiedeva chi si fosse e che cosa si volesse. Rispose il giovane in pretto milanese, ch'era il natural passaporto fra ignoti, esserci il capo dei combattenti che voleva visitare il posto sul campanile; aprisse pure senza paura e facesse presto. Il sagrestano che era la persona che parlamentava, aprì allora e noi entrammo nella canonica. Chiedemmo del signor parroco avanti al quale tosto ci condusse; trovammo un buon sacerdote che ci accolse con gran gentilezza, ed a cui spiegammo lo scopo della visita. Ordinò tosto al sagrestano di accendere la lanterna, ma poi rivolto a noi: Ma è impossibile, disse, che ci stiano in tanti; il campanile non offre che un piccolo spazio già in parte occupato dai giovani che stanno sopra. Mi pare che basterebbe che vi andassero due. Siccome in realtà non eravi ragione alcuna per andare in cinque: Ebbene, rispose l'Anfossi, anderemo noi due, rivolgendosi a me. La casa del curato communicava colla sagristia, e questa col campanile. Salivasi sul medesimo dapprima per una scala stretta ma in vivo, e ciò sino all'altezza della chiesa, ma poi conveniva passare per una scala a piuoli non molto lunga ma ertissima; superata quella si trovava di nuovo una scala eguale alla prima, ma coi gradini in legno e tanti piccoli ripiani, ove la scala faceva il giro, e ciò sino in cima ov'era il castello delle campane. Precedeva il sagrestano col lume. Sì tosto la vigile sentinella udì del rumore, gridò dall'alto il Chi va là? Il sagrestano da loro ben conosciuto, anche alla voce, rispose: Amici, amici, e poi aggiunse in milanese: Sono io con due signori.

Sia per effetto di grande stanchezza o perchè si doveva andar cauti e dietro quello scarso lume, il fatto sta che quella salita ci parve interminabile. Finalmente si arrivò in cima. Io precedeva l'Anfossi, ed annunciai a que' bravi giovani la sua visita. Essi cercarono subito di far un po' di posto. I finestroni del castello delle campane dove si trovavano, erano attraversati per il largo da due sbarre di ferro; si accollarono stretti stretti a quelli ed anzi uno di essi per fare ancora un po' più di posto, si pose a cavallo d'una di quelle sbarre. L'Anfossi li lodò, li incoraggiò, e ben lo meritavano, perchè in realtà erano, come dissi, i più esposti, e ben volentieri registrerei i loro nomi se li conoscessi. Io non dimenticherò mai lo spettacolo di quella notte da quel punto elevato; il cielo era bensì nuvoloso ma rotto, e siccome splendeva la luna, quel misto d'ombre e di luce era d'un effetto sorprendente. Da quell'altezza si vedeva nell'interno dei cortili del Castello, ove ardevano fuochi che l'immaginazione trovava di luce sinistra, perchè erano corse voci di crudeltà commesse sino dal primo giorno. Un cupo silenzio dominava in quel momento sopra tutta la città. Volli romperlo, e siccome era vicino ad una delle campane, preso il batacchio, diedi quattro o cinque colpi concitati ad uso di campana a martello; immediatamente non saprei dire da quanti altri campanili venne risposto con egual segno per dimostrare che si vigilava.

Poco dopo prendemmo congedo da que' bravi giovani e discendemmo. Precedeva il sagrestano colla piccola sua lanterna; veniva quindi l'Anfossi, ed io per ultimo; il sagrestano era di già arrivato in fondo alla scala in legno che ho descritto con tanti piccoli ripiani, allorquando io ch'era ancora indietro di una ventina circa di gradini, essendomi curvato di troppo, lasciai cadere il gran pistolone che portava sempre nella saccoccia del petto per minor incomodo, atteso il suo gran peso. Povero me, esclamai, perchè essendo carico a palla, poteva esplodere cadendo, e ferir l'uno dei due che mi precedevano; il pistolone batte e ribatte con gran fracasso, cadendo da un gradino all'altro, e finisce in fondo presso al sagrestano con suo grande spavento; ma fortunatamente tutto finì lì. Ritornati nel salottino a piano terreno, dove ci aspettava il parroco cogli altri nostri compagni, trovammo che il buon uomo ci aveva apparecchiato dello zibibbo e del vino, e con cortese semplicità: Siamo in quaresima, ci disse, non posso offrir di più. Noi lo ringraziammo, ma non accettammo. Egli ci accompagnò nel tratto dalla sala alla porta di strada. E qui voglio rammentare una particolarità per sè di nessuna importanza, ma che dà un'idea delle fatiche di quei giorni; l'Anfossi escì il penultimo ed io dopo di lui; l'Anfossi barcollava, per effetto della gran stanchezza, aumentata probabilmente dalla discesa del campanile con tanti piccoli giri sulla stessa linea; il parroco si fermò alla prima idea che suol presentarsi quando si vede un uomo a barcollare, e mi guardò senza proferir verbo, ma coll'espressione chiara della sua meraviglia. Io risposi alla sua idea: Oh no, dissi, è la gran stanchezza ed il gran sonno. — Oh povero uomo, esclamò allora il parroco a mezza voce, ma con accento ed atto tale del capo che voleva dire: Che giudizio fu il mio! come si può essere ingiusti! Ed avvicinatosi all'Anfossi nel piccolo tragitto dal punto ove eravamo alla porta per cui si doveva traversare un cortile, gli disse molte gentilezze e s'accomiatò da lui con profondo inchino come per emendare l'erroneo suo giudizio avanti a sè stesso ed avanti a me ch'era l'unico che lo conosceva. Rientrati in città, i tre compagni giunti presso la Croce Rossa si divisero da noi, io voleva che andassimo a casa Taverna, ma l'Anfossi mi chiese di condurlo in piazza del Duomo; cercai di persuaderlo ch'era inutile, ma, insistendo egli, dovetti andare, e discendemmo lungo il Monte Napoleone e la corsia dei Servi. Arrivato al Duomo non fu ancora contento: E di là dove si va? mi richiese, accennando alla via del Cappello: Verso il centro, risposi. Vediamo anche quella strada, soggiunse; indi volle andare ancor più in là, finchè arrivammo all'osteria del Falcone.

A quel punto gli dissi risolutamente: Non vado più avanti; non vi è scopo alcuno; voi siete stanco e lo sono anch'io, ritorniamo. — Avete ragione, mi rispose, e ritornammo. Si noti che anche quelle vie erano più o meno irte di barricate. Al ritorno, nello sboccar sulla piazza del Palazzo Reale, venendo dalla via del Cappello, ci si presentò il fianco sinistro del Duomo in tutta la sua maestà, illuminato dalla luna, essendo in quel momento, ed in quel punto, il cielo limpidissimo. Ci fermammo un istante. — Oh, è proprio imponente, esclamò. — Andammo quindi difilati a casa Taverna. Era già passata la mezza notte: al nostro arrivo trovammo la prima sala tutta coperta di dormenti stesi a terra su materassi. Si alzò uno di essi e ci fece passare nella seconda sala, ove ci indicò un posto capace per due persone. L'Anfossi giunto avanti quello, si lasciò cadere precisamente come fosse colpito da una palla, e come cadde si addormentò immediatamente. Io mi coricai vicino a lui. All'alba eravamo di nuovo in piedi. Uscimmo assieme, ma poi ci dividemmo; io andai a far un'ispezione verso Porta Tosa[15], non rammento ove andasse l'Anfossi, ma ci demmo appuntamento verso le 10 in casa Vidiserti, che già prima era un luogo di convegno dei combattenti.

Nulla di essenziale in quel mattino avvenne nel cerchio ove mi trovai io, ben s'intende, dacchè non parlo che di avvenimenti dei quali sono stato testimonio oculare.

All'ora convenuta io mi recai in casa Vidiserti. Poco dopo viene un signore da parte del Governo Provvisorio e mi annuncia che io sono nominato membro del Comitato di Difesa, colla missione speciale di Direttore delle pattuglie e delle ronde. Ci penso un istante e poi dico che mi è impossibile accettare quell'incarico. Per farsi obbedire, dissi, conviene esser conosciuto od aver tali distintivi esterni già noti, che indichino il grado, l'autorità, senza di che ognuno ha diritto di dire: Chi è lei? Con qual diritto comanda? In questi momenti bisogna prendere persone note alle masse delle popolazioni, sicchè non sia necessario spiegare anzitutto la propria individualità. L'altro insisteva ed io teneva fermo, quando arriva l'Anfossi puntuale al suo convegno. Io gli espongo la richiesta di quel signore e come io non accettassi. Dapprima l'Anfossi: Fate bene, disse, state con me; parole che mi rallegrarono, ma poi rimasto un poco sopra pensiero, soggiunse: No, dovete accettare. Allora io ripresi i miei ragionamenti; Credetemi, io sarò nell'impossibilità di agire; ma come volete che io sia conosciuto? Credete voi possibile che la notizia di questa nomina si spanda tosto per Milano, che la gente ci badi? E poi qual distintivo indica tale autorità? Come ordinerò io ad un combattente di venir con me? L'incaricato del Governo, incoraggiato dall'aiuto dell'Anfossi, insistette, e soggiunse, che trattandosi appunto di fare l'organizzazione, il Governo si doveva rivolgere a quelli che aveva imparato a conoscere. L'Anfossi troncò la questione con uno di quelli argomenti che sono irresistibili: Voi dovete accettare, disse, perchè infine è uno dei posti più pericolosi. Quella ragione non cambiava punto la sostanza delle mie obbiezioni, ma, come ripeto, metteva innanzi un argomento irresistibile. Vedrete, dissi, che non potrò far di più di quello che faccio ora, ma dovetti accettare. L'Anfossi venne chiamato dal Governo Provvisorio, e partì. Io meditai tosto sulla possibilità di pur organizzare qualche cosa anche per le pattuglie, ma toccai subito con mano, quanto fosse cosa difficile. Le vie che facevano capo ai luoghi occupati dai Tedeschi erano tutte coperte di barricate; la lotta era ridotta alle fucilate e cannonate; avveniva in punti lontanissimi l'uno dall'altro, a Porta Tosa, a S. Vicenzino, a Porta Ticinese; tutte le vie di communicazione erano chiuse dalle barricate, sì che bisognavano ore e molte per andare dall'uno all'altro luogo; la lotta generale nei primi giorni si era resa locale, come richiedeva la stessa sua natura. Non pertanto io ravvisava indispensabile un centro, e l'avere a disposizione un nucleo d'armati, una specie di riserva certa, che non esisteva e che non si poteva improvvisare. Tuttavolta mi tracciai un abbozzo di ciò che si sarebbe dovuto fare; ma che? Il messo del Governo, sì tosto ch'ebbe avuta la risposta affermativa, se ne era andato. Era colà un altro membro del Comitato, certo signor Ceroni, che fu poi uffiziale superiore nell'esercito, ed anzi era stato nominato direttore in capo, ed eravi pure un altro membro del nuovo Comitato. Io avrei voluto che fra noi ci intendessimo, ma fu impossibile. L'uno fu subito chiamato per una ragione, l'altro aveva da trovarsi in un tal luogo per un'altra; sì che nulla si potè concertare, e la cosa sola che fu possibile combinare fu di far capo sempre lì in quella stanza, e se non ci veniva fatto d'ivi incontrarci, scrivere. Andai quindi a casa Taverna che è vicinissima, poichè la casa Vidiserti ha una fronte sul Monte Napoleone e un'altra sulla via de' Bigli, la medesima dove si trovava la casa Taverna ove sedeva il Governo Provvisorio.

Ivi appresi una notizia importante, quella che l'esercito piemontese si metteva in moto. Questa notizia era stata portata dal conte Enrico Martini che veniva da Torino ed era penetrato in Milano coll'aiuto di un impiegato di dogana (come mi narrò più tardi egli stesso) che lo fece passare per un varco fra i più bassi del bastione di Porta Ticinese. Quale effetto dovesse fare su di me quella notizia è facile l'indovinarlo. Io era stato sorpreso dalla rivoluzione di Milano, che non entravo punto in tutto quel complesso di progetti, di scritti, di concerti intorno a cui mi affaccendavo da sì gran tempo, non risparmiando spese, fatiche, viaggi. Certo al punto al quale eravamo allora arrivati, la rivoluzione si appalesava come un sublime episodio, ma non cambiava le mie convinzioni che solo sul campo di battaglia si sarebbero decise le sorti del paese e nulla di serio poteva conchiudersi senza un esercito regolare.

Il 5 marzo, prima di abbandonar Torino, io aveva avuta l'assicurazione dal conte di Castagneto che Carlo Alberto era risoluto a far la guerra; io dunque non sognava, non sospirava che la calata dell'esercito piemontese: ma per quanto mi facessi a sollecitar quel passo, non ignorava le difficoltà che si incontrano nel riunire un esercito, nel determinare bene tutte quelle disposizioni che precedono l'entrata in campagna e la formale dichiarazione di guerra. Il piccolo Piemonte doveva sfidar la potentissima Austria; il che oggi ancora sembra un ardimento sì sconfinato da toccare alla follìa. Infatti un giovine d'oggigiorno che non conoscesse per tradizione, e per gli studî fatti, lo stato degli animi d'allora, le condizioni strane, inattese, nelle quali si trovò quel potente impero minacciato non già solo in Italia, ma in Boemia, in Ungheria e nella stessa Austria, anzi, nel suo cuore, a Vienna; quel giovine, dico, pel quale que' tempi sono già lontani, durerebbe fatica a spiegarsi il fatto, considerandolo isolato. Ma que' periodi nella vita de' popoli durante i quali tutto si sposta o minaccia spostarsi, non durano a lungo, e fortunati coloro che sanno approfittarne volgendoli a benefizio di una grande causa! Noi eravamo allora in uno di que' periodi; le autorità supreme a Vienna erano incerte e smarrite; la disciplina delle milizie era scossa, e se forse lo era meno di quello che si credeva, ad ogni modo, quella persuasione contribuiva a dar coraggio. Dall'altro lato, ossia dal canto nostro, tutto pareva che accennasse a concordia ed abnegazione: non si parlava che di pace e fratellanza, e le popolazioni parevano pronte a sacrifici d'ogni maniera; da ogni ordine di persone si voleva contribuire alle necessità della patria. Con queste ragioni, che altro non sono se non uno dei raggi della luce che rischiara quel periodo, si spiegano que' moti arditi e quelle infuocate speranze. Dal momento che ebbi la certezza dell'arrivo dell'esercito piemontese, io non titubai un istante a credere che gli Austriaci si sarebbero ritirati verso la base naturale delle loro operazioni, verso le fortezze, nel famoso quadrilatero. Come italiano non amava certo il Radetzky, ma avevo stima de' suoi talenti militari, e sopratutto della sua fredda calma; come giudicassi lo Schönhals, ch'era il suo capo di stato maggiore, lo prova la mia lettera anteriore allo scoppio della rivoluzione; io era dunque persuaso che uomini simili non si sarebbero lasciati cogliere a Milano da un esercito regolare. La certezza del fatto m'aveva infuso nuovo ardore, andai a più d'una barricata annunciando la buona nuova e commentandola. Quand'ecco spandersi per la città la notizia di stragi seguite nella canonica di S. Bartolomeo precisamente dov'ero stato la sera innanzi coll'Anfossi. Io vado al mio ufficio e sento che quel luogo era stato invaso, e vi si era ucciso un sacerdote. Ma del posto sul campanile che avvenne? chiesi tosto. Crediamo siasi salvato per i tetti, mi risposero. Pensai allora che al Governo dovevano aver notizie più esatte, ed andai a casa Taverna. Seppi colà che i Tedeschi stanziati alla Zecca, erano venuti in numero di cinquanta circa, guidati da un ufficiale, fino alla canonica di S. Bartolomeo, non già per la pubblica via, ma attraverso i giardini ed orti che occupavano grande parte di quello spazio che stendevasi da quella chiesa alla Zecca dietro la linea dei caseggiati della contrada allora chiamata la Cavalchina[16]. Giunti inosservati alla canonica, annesse alla quale erano altre abitazioni di privati, fecero prigionieri quante persone trovarono, e le condussero in chiesa quali ostaggi; lo scopo principale della spedizione era il posto sul campanile, per far cessare quel continuo scampanìo a stormo. Ma fortunatamente i giovani da quella sommità avevano veduto i soldati allorchè davano la scalata all'ultimo muro divisorio ed erano stati in tempo per salvarsi passando, dicevasi allora, sui tetti delle case che si collegavano al campanile. Gli ostaggi, dopo essere stati tenuti in chiesa qualche tempo, erano stati messi in libertà; ma intanto alcuni soldati si erano introdotti nelle case, ed uno d'essi aveva ucciso un povero prete, il predicatore quaresimale a S. Bartolomeo. Il fatto era poi stato ingrandito, come avviene, e si parlava di eccidii di più persone e di minaccie speciali ai preti, ma in realtà si limitò a quell'invadimento e a quell'uccisione. La storia non finiva con quell'avvenimento, e si parlava anche d'un soldato ferito portato in chiesa ma in modo così confuso da non poterne cavare alcun costrutto. La sorte del povero predicatore era certo deplorevole, e quell'aggressione ebbe un carattere veramente selvaggio. Io mi consolai che l'ucciso non fosse il parroco, e che i giovani del posto sul campanile avessero potuto sottrarsi. I Tedeschi erano ritornati per la stessa via al loro posto della Zecca, nè potevano andarvi altrimenti perchè la via della Cavalchina era dominata dal corpo dei tiratori posto sopra i Portoni, che rimase sempre ben guarnito. Io mi trovava precisamente in casa Taverna allorchè arrivò il maggiore croato, latore della famosa proposta di Radetzky di sospendere per tre giorni l'ostilità. Egli ignorava il fatto di S. Bartolomeo venendo da tutt'altra parte, ma si può facilmente immaginarsi come venne ricevuto. Il presidente Casati si lamentò di quelle barbarie: l'ufficiale cercò di scusare la cosa come meglio potè, assicurando che sarebbero dati ordini severi perchè non si rinnovassero simili scene.

CAPITOLO SETTIMO

Proposta della sospensione delle ostilità, fatta da Radetzki; si chiama a Consiglio il Comitato di Guerra e quello di Difesa — Viene respinta — Spedizione dell'autore per mettere a dovere la direttrice dello stabilimento d'educazione di S. Filippo — Sua visita allo stabilimento Castiglione.