Il fatto della sospensione delle ostilità proposto da Radetzky fu uno dei fatti più notevoli in quella memorabile lotta di cinque giorni, come fu uno di quelli intorno ai quali più si occupò la stampa per la circostanza che un uomo ragguardevole e certo di ingegno non comune, il noto pubblicista Carlo Cattaneo, volle appropriarsi il merito d'aver esso provocato il rifiuto. Per quanto un fatto che si verificò alla presenza di molti testimonî, non pochi dei quali vivono ancora, non possa annoverarsi fra quelli che sia difficile l'appurare, non pertanto io confesso che mi sentirei imbarazzato nel narrarlo per la ripugnanza che provo nel combattere chi più non è in grado di difendersi. Tutti, ma sopratutto gli amici d'un defunto, possono sempre dire: Scrivereste voi queste cose se vivesse ancora? Quand'anche si volesse rispondere: le scriverei tali e quali, a nulla servirebbe, essendo impossibile la prova; ma io volendo restringermi alla parte sostanziale di quel fatto posso dire che non mi trovo in tale imbarazzo. Per una combinazione meramente fortuita avvenne che io fossi di passaggio in Milano nel 1867, precisamente all'epoca delle elezioni politiche di quell'anno. Fra i candidati del primo collegio eravi il Cattaneo e si venne al ballottaggio fra esso e l'egregio cav. Giovanni Visconti-Venosta. La lotta fu viva; i fautori della candidatura del Cattaneo per mettere sempre più in evidenza i suoi meriti, non si peritarono di narrare quel fatto nel senso accennato, come fosse la cosa più certa e che nessuno potesse avere l'ardire di porre in dubbio. Quel linguaggio provocante m'irritò, e richiesto dal direttore della Perseveranza se non avevo difficoltà di narrare come la cosa andò realmente, risposi non aver difficoltà di sorta, e gli diressi la lettera che ora ricopio da quel foglio[17]. Nulla aggiungo a quanto allora scrissi lui vivente, e credo sia il modo più delicato di rispettare la sua memoria, senza celare la verità.
Sono obbligato a citare un periodo di quel giornale che precede la lettera stessa perchè i due scritti si collegano.
«Quanto all'altro vanto che s'è attribuito il Cattaneo da sè, e tanti altri gli dànno, d'aver egli impedito l'accettazione dell'armistizio proposto da Radetzky, nella terza delle Cinque Giornate, abbiamo voluto interrogare una persona che era presente, il signor Torelli, quel medesimo che portò il primo la bandiera sul Duomo, e venne posto all'ordine del giorno durante le Cinque Giornate stesse.
Egli ci ha risposto colla seguente lettera:
«Essendo presente anch'io a quel Consiglio, posso darne qualche ragguaglio. Riuniti in numero non minore al certo di 14 o 15, poichè oltre il Governo Provvisorio, vi era il Comitato di guerra ed il Comitato di difesa[18], il presidente Casati espose la domanda di sospensione d'armi del generale Radetzky. Chi prendesse primo la parola non rammento; certo, il signor Cattaneo fu uno di quelli che parlarono contro, ma su quel numero di presenti tre soli opinarono per l'accettazione, gli altri, senza aver d'uopo di sforzi di rettorica di nessuno, la ripudiarono risolutamente, perchè era evidente che, in ogni modo, era più utile a Radetzky che a noi. Quando venne il mio turno, senza ripetere le ragioni degli altri, aggiunsi solo: che nella mia qualità di capo delle pattuglie, doveva poi dire che si andava ben errati, se mai si credeva che quand'anche si avesse accettata la sospensione, i combattenti l'avrebbero rispettata; di disciplina non vi era nemmen l'ombra. Inoltre potrei anche appellarmi ai molti che spero ancora esistano, per rammentar loro come, durante il breve tragitto da casa Vidiserti a casa Taverna, si gridasse ad alta voce, no, no, non accettiamo sospensione, e questo fu ripetuto perfino nella sala maggiore di casa Taverna, che precede quella dove si tenne il Consiglio. Voi vedete dunque che senza nulla detrarre al merito reale del signor Cattaneo, non è quella circostanza che si può addurre come di gran servizio reso al paese.
Tutto vostro
Luigi Torelli.»
Ritornato a casa Vidiserti dopo aver assistito a quel Consiglio, trovai un signore che veniva a chiedere mano forte contro la direttrice di uno stabilimento d'educazione, certa madama Enrichetta Smith, superiora del collegio detto di S. Filippo, dove venivano educate giovinette d'ogni parte della Lombardia, appartenenti a famiglie distinte; il Governo vi aveva ingerenza nella nomina della superiora, dei professori e delle fanciulle ammesse ai posti gratuiti; passava per aristocratico, ma aveva credito di buon istituto di femminile educazione.
Ora quel signore era venuto ad avvertire che il collegio era esposto ad una possibile invasione de' Tedeschi accampati a poca distanza sul bastione, ma che essendosi fatta la proposta alla direttrice d'allontanarsi, essa erasi rifiutata non ravvisando il supposto pericolo. La cosa non garbava per nulla ad alcuni parenti di alunne di quel collegio, i quali insistevano per lo sgombro di esso; e già era la seconda volta che veniva quel signore a tal uopo, dacchè la prima volta non aveva trovato nessuno che avesse voluto ascoltarlo. Il fatto di S. Bartolomeo può dirsi che venisse in suo aiuto; e come la città era piena di racconti di invasioni, io al quale quel signore si era rivolto, non potei a meno di riconoscere che se quell'istituto era realmente così esposto, la cosa meritava seria attenzione. Venga lei, venga lei, mi disse allora quel signore. Davvero è una spedizione ben poco marziale, risposi scherzando; tuttavolta mettendomi nei panni dei genitori lontani, mi determinai ad andar io, anche per vedere se ci fosse tanta facilità per entrare in città da quella parte che veniva notata come molto esposta. La persona ch'era venuta a chiedere un atto di autorità contro madama Smith, partì tosto che ebbe la mia risposta, per communicare la notizia ai parenti che lo avevano spedito. Io conosceva bensì l'esistenza di quel collegio, ma ignorava il luogo preciso dove si trovava; epperò recatomi nel vicino ampio corritoio e visti alcuni giovani, chiesi chi di loro poteva condurmi a S. Filippo ove voleva recarmi per quella missione. Si presentarono subito due giovanotti e si partì senza indugio. Strada facendo combinammo il piccolo nostro piano. Anzitutto io inviterò la direttrice, dissi a quei giovani, col maggior garbo possibile, a voler accontentar i parenti che hanno diritto di essere ascoltati, tanto più che essa non ci perde nulla, nè vorrà darci ad intendere che le fanciulle studiano. Se poi non si arrende, l'arresteremo, e le ragazze si condurranno altrove, perchè in queste circostanze non si possono fare complimenti e bisogna sbrigarsi presto. I due giovani erano contentissimi; quella spedizione si presentava loro come una piccola avventura lieta in mezzo a tanti fatti serii.
Il collegio di S. Filippo si trovava allora giù del ponte di Porta Tosa, passato il palazzo Sormani presso l'istituto della Guastalla, ma per arrivare alla fronte del collegio conveniva passare innanzi a quell'istituto e piegar a sinistra, e dopo breve tratto si trovava il fabbricato, oggetto della spedizione nostra. Noi eravamo già nella via della Guastalla, ma non ancora allo sbocco, quando uno de' miei giovinotti: Ma eccole, esclamò, escono di già, e lo disse quasi con rammarico, perchè tutta l'avventura andava evidentemente in fumo.