Sulla sinistra della via della Guastalla, andando dal centro, e precisamente quasi di contro alla chiesa di quell'istituto, si apre una via interna rinserrata fra muri, che direbbesi un viale piuttosto lungo che riesce al locale di S. Filippo, ma al lato opposto della fronte. Era probabilmente l'accesso pei carri e per tutti i servizî che richiede un grande stabilimento; la porta che mette sulla via era spalancata, e quel viale presentava la scena la più allegra ed animata, dacchè stavano ivi raccogliendosi le giovinette alunne saltellanti e giulive che abbandonavano allora allora il collegio. Ci fermammo sui due piedi a contemplare quello spettacolo. A me, che tutto il giorno era stato sempre compreso d'idee gravi, torbide, tristi, parve d'essere trasportato in un'oasi tranquilla e gioconda; trovava anzitutto naturale quell'allegria nelle giovinette. Per esse la prima buona conseguenza di quel grande trambusto era la sospensione d'ogni studio e lavoro, non potendosi pretendere che in simili occasioni si abbia lena e calma per attendere alle occupazioni consuete.
Del timore di un'invasione quelle non se ne davano pensiero, sicure che se pericolo vi fosse, altri avrebbe provveduto: sentivano invece la propria importanza. Come poi fosse avvenuta la conversione della direttrice non saprei dirlo, poichè quando io vidi che lo scopo era ottenuto, non mi diedi il pensiero di voler conoscere madama Smith. Evidentemente o essa, senza attender altro, erasi impaurita del pericolo ed aveva dato l'ordine della partenza anche prima di sapere che veniva uno del Comitato a metterla al dovere, o si era affrettata a darlo appena lo seppe. Il primo caso è più probabile, atteso il poco tempo che io aveva posto fra la determinazione di andare e la sua esecuzione. Erano lì presso il conte Luigi Belgiojoso e la contessa sua moglie, e credo che per opera loro fossero condotte quelle fanciulle nel centro della città. Se taluna di quelle giovinette, che ora saranno mamme di altre consimili giovinette, avesse per avventura a leggere questo scritto, non durerà fatica a richiamarsi alla memoria quella scena di tripudio che allora tanto mi esilarò. Ma l'allegria doveva durare ben poco.
Mentre stava per ritornare su' miei passi mi si presenta un signore che si era informato della mia missione, e salutatomi con molta deferenza: Signore, disse: Ella è venuta per pietosa sollecitudine di queste giovani che si ritenevano in pericolo, ma sappia che qui appresso havvi un altro stabilimento di fanciulle assai più esposto. Non crederebbe di provvedere anche per quelle? — Io ignoro completamente, risposi, l'esistenza di questo stabilimento, ma non può esservi dubbio che bisogna pensare anche ad esso. Favorisca di condurmi. Preso commiato con le debite grazie dai due giovani ch'erano venuti meco per la spedizione di S. Filippo, seguii la nuova guida. Fra i molti stabilimenti di carità che annovera Milano, havvene uno destinato a raccogliere orfane e figlie di poverissimi genitori che s'intitola, dal suo fondatore, Ospizio Castiglione. È situato in vicinanza della citata via della Guastalla, ma più verso il bastione di Porta Tosa, da cui non era allora diviso che per un muro, il quale separava un terreno posseduto dal detto stabilimento da altro terreno annesso allo stabilimento di alienati, detto la Senavretta, che spingevasi precisamente fino al bastione.
Quel signore, per far più presto, mi trasse a traverso gli orti, e giunto colà, mi presentò alla superiora come uno del Comitato di difesa che veniva per prevenire pericoli possibili. Oltre la superiora trovai un sacerdote ed un'altra persona a cui parmi dessero titolo di economo. Ambidue erano abbattuti; la superiora invece donna piccola, ma piena di spirito, non dava segno di turbamento e rispose con calma e precisione alle domande che le diressi. Quanto al pericolo a cui quello stabilimento fosse esposto, basti il dire ch'era di gran lunga maggiore che a S. Filippo. La superiora mi chiese se volessi vedere le allieve. Ben volentieri, risposi.
Mi condusse allora in un locale a pian terreno ampio, con gran finestroni tutto all'ingiro che scendevano sino a terra; si vedeva a prima giunta ch'era stato fabbricato apposta ed aggiunto al rimanente edifizio, nè poteva essere più opportuno allo scopo, dacchè era agevole dargli quanta luce si voleva e cambiarvi l'aria ad ogni istante.
Esso era pieno di quelle giovani allieve, tutte sedute su panche, poste in linea orizzontale a traverso della gran sala con un largo spazio nel mezzo. Al mio entrare colla superiora, si alzarono; io pregai le maestre che le facessero sedere, e cominciai a percorrerne le file. Il loro aspetto inspirava tristezza, perchè si vedeva che le poverine erano comprese dallo spavento, e pallide per notti insonni presentavano un contrasto strano collo spettacolo che mi avevano offerto poco prima le allieve di S. Filippo; mi pareva dicessero: Noi poverine, noi siamo di nessuno. Vi erano giovinette di sei e sette anni, altre più adulte. Accarezzando le più piccole, cominciai a dirigere loro delle parole di conforto, e prima di partire tenni un breve discorso a tutte. Dissi loro che le cose andavano bene, che si facessero coraggio, che non si credessero abbandonate, che si pensava anche ad esse. Mi parve che si rianimassero, ma io uscii di là col cuore serrato. Discorsi quindi colla superiora intorno ai partiti da prendersi: condurle via era impossibile pel troppo numero; ma avendo osservato certo muro di cinta verso la città, pensai che praticando in esso un'apertura, si poteva andar diritti in, non mi ricordo più quale via, abbreviando il cammino, e collocandosi all'estremità del fondo verso il bastione una sentinella, si poteva esser sicuri d'aver il tempo di fuggire. Cotesto partito lo suggerii, ed ella mi disse che il medesimo consiglio erale stato dato da non so quale ingegnere, e che l'avrebbe seguìto. La consigliai anche di non tenere le alunne immobili, ma di svagarle col farle movere, al che pure annuì. Dopo dati quei consigli, dissi alla superiora che stava bene il vigilare come se i Tedeschi dovessero venire, ma ch'io credeva la cosa poco probabile, perchè il fatto ch'essi avevano lasciato volontariamente posizioni forti, dava indizio che si concentravano per ritirarsi, onde era probabile che altro non seguisse. E lo stabilimento della Senavretta? mi disse, non so se l'economo od il sacerdote che erano presenti. Oh! io non saprei che farci, risposi; se i Tedeschi vogliono pigliarsela coi matti, sono padroni, ma non lo credano. E preso commiato da quella brava donna piena di spirito e da' suoi compagni rientrai nel centro della città andando difilato a casa Vidiserti.
CAPITOLO OTTAVO
La presa del Genio — Morte d'Augusto Anfossi — Nella notte il Genio è nuovamente ripreso dai Tedeschi — Avvenimento nel Genio stesso; tentativo per riprenderlo — I Tedeschi lo abbandonano di nuovo nella notte stessa — Essi abbandonano anche il Gran Comando e l'autore ne prende possesso in nome del Governo.
Qual fu il mio stupore, allorchè, entrato nel cortile dalla parte del Monte Napoleone, vidi spalancate tutte le rimesse che si trovano sul lato sinistro, e quelle piene di Tedeschi, alcuni de' quali erano pure accovacciati nel cortile stesso! Compresi tosto che doveva essere un posto che si fosse arreso. Erano infatti i soldati che si trovavano nel locale del Genio situato nella via del Monte di Pietà, e quella splendida fazione aveva avuto luogo precisamente durante la mia spedizione suaccennata. Non è dire qual dispiacere io provassi d'essermi trovato assente, ma una notizia più crudele, mi attendeva. L'Anfossi venne gravemente ferito, mi disse un signore che conosceva le mie relazioni con lui. — Ma dov'è? Dove l'hanno portato? chiesi tosto: voglio andare a vederlo. Egli tacque; ma un altro signore: A che serve celarlo? soggiunse; non sono momenti questi da far perdere tempo: il povero Anfossi è morto. Mi coprii colla destra la faccia per ascondere il mio dolore, e salii all'ufficio, ove ritrattomi in un angolo volli rimaner solo per qualche istante; ma non vi era rimedio, e l'unico mezzo per onorar la sua memoria era quello di crescere di zelo e di attività nella lotta, in cui quel prode aveva messa la vita. Chiesi se il Governo Provvisorio non aveva mandato a dire nulla; mi risposero di sì, e che aveva dato avviso che nella notte i Tedeschi volevano fare un nuovo sforzo. La notte era già vicina, sicchè andai subito a far una ispezione ai Portoni di Porta Nuova.
Erano ben muniti e vi stava a difenderli il Manara; quella barricata poi che il 19 era ancora provvisoria, sì che la passammo facilmente, io, l'Anfossi ed i tre altri compagni, era stata sostituita da una delle più solide e colossali che venissero costrutte. L'ultima parte della casa d'Adda, ossia la nuova grande casa che fa angolo colla via dell'Annunciata, era allora in costruzione; mucchi enormi di mattoni, erano disposti qua e là a quel fine; il popolo si impossessò di quei materiali e l'indomani della nostra visita a S. Bartolomeo aveva fatto una barricata che andava quasi fino alla vôlta di ambo gli archi, sì che per passare conveniva curvarsi e molto; enormissimo poi era lo spessore di quella barricata, nè si avevano palle di cannone che potessero trapassarla. Visitai qualche altro luogo, ed a notte già inoltrata tornai all'ufficio, ove appresi che avevano mandato a dire di curare anche il Genio di fresco conquistato. Ma come mai, dissi, si troveranno ora combattenti ancor disponibili? Farò il possibile.