Uscii ed andai di nuovo dal Manara, la cui posizione era fortissima e difesa da un buon numero di uomini; lo pregai a cedermene alcuni pochi, ma ei non volle, e protestò che non erano di troppo. Io rientrai nel centro e riescii a raggranellarne quattro, ma due soli avevano fucile, gli altri due erano disarmati e si esibivano a far quello che potevano. Pensai allora che avrei potuto trarne partito col mandarli al piano superiore del locale del Genio per difenderne da colà l'ingresso con sassi e mattoni, benchè non sapessi troppo comprendere la probabilità di quell'assalto in luogo tutto cinto da barricate.

Le tegole, i sassi e mattoni erano più temuti dai soldati delle stesse palle; ogni casa che si credeva in pericolo ne aveva fatto provvista, e nella stessa casa Taverna ove risiedeva il Governo Provvisorio, eravi in una delle stanze che dànno sulla via de' Bigli un gran cumulo di ciottoli. Anche i due armati potevano esser più utili tirando dalle finestre. Fatto loro conoscere il mio divisamento, entrammo nel locale del Genio. Occupava esso un vasto spazio, ossia all'incirca quello ove sorge attualmente la Cassa di Risparmio ed aveva la fronte principale sulla via del Monte di Pietà, estendendosi dal lato opposto sino alla via degli Andegari che sbocca a S. Giuseppe. Fu precisamente da quel lato che noi entrammo per una porta piccola alla quale pure era stato dato il fuoco, come alla porta principale, sulla via del Monte di Pietà. Io non era stato mai in quel locale, ma uno de' miei compagni lo conosceva bene. Traversato un breve corritoio arrivammo al cortile principale tutto cinto di porticato, di forma quadrilatera, discretamente lungo, ma largo non più di 14 in 15 metri. Da quel cortile traversando un fabbricato di mezzo, si passava ad altro cortiletto piccolo in diretta comunicazione con un atrio ampio ma basso, nel cui centro eravi la porta principale e da dove, a sinistra entrando da quella, si saliva agli uffici. Tutto il locale nel suo insieme era disadatto, con un sol piano, e credo fosse un antico convento ricostrutto. Agli uffizi non salivasi però solo da quel lato che ho accennato, ma anche dal grande cortile ove entrammo per una scala situata al lato orientale sotto il portico. Al nostro arrivo trovammo un individuo ch'era stato posto colà qual custode e che aveva le chiavi del piano superiore. Io gli esposi lo scopo della nostra missione e lo richiesi di aprirmi. Ho lasciato le chiavi a casa, mi rispose, ma abito vicino e vado tosto a prenderle.

Dopo un quarto d'ora circa, odo un colpo di fucile che parte dal portone sulla via del Monte di Pietà. Vado colà e riconosco essere stata la sentinella a far fuoco, ma che nulla accennava ad un assalto. Il colpo non mi fece meraviglia perchè si tirava di troppo in onta alle mie raccomandazioni, ch'erano sempre di andar cauti coi colpi perchè le nostre munizioni si esaurivano. Allora nè dissi nulla nè chiesi spiegazioni, perchè tale e tanta era la mia stanchezza che risparmiavo anche le parole. Convinto che al momento nulla eravi da temere, ritornai presso i miei colleghi, ma prima volli salutar la sentinella e posta la mano destra sulla sua spalla, dissi: Bravo, bravo. Il locale era oscurissimo e la sentinella trovavasi circa un tre passi addentro dalla porta principale; non rispose motto, solo avendo piegato il capo in avanti mi parve scorgere qualcosa che se le staccasse dal cappello a guisa di pennacchio. Notai questo incidente nel modo più positivo, ma in quel momento non mi recò meraviglia, perchè ognuno si vestiva a piacimento e si vedevano cappelli e berretti d'ogni forma possibile. Ritornato a' miei compagni dissi che non era nulla e che la sentinella aveva tirato senza motivo. Nella vicina via di S. Giuseppe era cominciato un enorme cannoneggiamento; cannoni postati a poca distanza della contrada dell'Orso tiravano lungo la via di S. Giuseppe, con grande fracasso, ma nessun frutto, perchè le palle andavano a battere contro la barricata che chiudeva la via di S. Giuseppe. Frattanto passa una mezz'ora, ed il custode che aveva detto di essere vicino, non viene; dapprima sopportai senza inquietarmi quel ritardo, perchè intanto prendeva un poco di quel riposo di cui aveva gran bisogno; ma poi scorso un'altro quarto d'ora, cominciammo a discorrere fra di noi sulle cause possibili di tanto ritardo, quand'ecco ad un tratto si presentano due armati al lato opposto del porticato, spianano il fucile e fanno fuoco sopra di noi, ritirandosi immediatamente. I Tedeschi, esclamammo tutti. Per una di quelle strane combinazioni che si spiegano coll'oscurità e con la furia, benchè ci facessero fuoco addosso alla distanza di 14 o 15 metri e non più, e fossimo cinque in crocchio, nessuno fu colpito. Usciamo, dissi io. Uscimmo per la stessa porta dalla quale eravamo entrati; avevamo con noi due senz'armi, eravamo incerti del numero dei Tedeschi, non vi era altro partito. Come dovessi rimanere a quella strana sorpresa, è facile l'argomentarlo. I Tedeschi nel Genio! Ma d'onde venuti? e come? Per prima cosa, dissi ai miei compagni, conviene annunciarlo subito; molti però, non possono essere. Usciti dalla via degli Andegari, ci recammo alla Croce Rossa, e quivi cominciammo a trovare alcune persone. Allora uno dei giovani annunciò il fatto. Oh, impossibile! fu la prima risposta; l'altro replica e si scalda e finalmente gli volge queste precise parole (s'intende in dialetto): ma per D. s. vuoi capirla che ci hanno sparato sul muso in questo momento! Io aveva troppa fretta per soffermarmi a questo piatire, e, comprendendo che dei due non armati non poteva più trarre partito alcuno, dissi loro: Io credo che il meglio per essi sia che vadano in cerca di armati o dir loro che vengano verso il Monte di Pietà. Li salutai e m'incamminai subito, e solo, per detta via, che da quel lato ha principio precisamente al piazzaletto della Croce Rossa. Fatti un centinaio di passi, veggo un crocchio animato, presso la casa del colonnello Arese, che ha sulla fronte una cancellata; colà giunto dissi loro: I Tedeschi sono nel Genio.

Oh lo sappiamo, e già da un po', e vogliamo riprenderlo.

Benissimo, replico io.

Ma non erano tutti di questo avviso: non sappiamo nulla sul numero, dicevano i dissidenti; è oscuro; aspettiamo l'alba.

Allora io dissi loro chi era e come io venissi precisamente dal Genio; narrai brevemente la storia della sorpresa, ma per inferirne che non potevano essere molti, forse tre quattro al più; del resto dalla parte di dietro non erano passati, perchè prima vi era il custode e poi vi fummo noi; essi dovevano saperne qualcosa rispetto alla parte anteriore. Io sono d'avviso, conchiusi, d'andar subito a riprender quel locale. Ma gli oppositori fecero nuove obbiezioni, quando alcuni dei più risoluti, troncando la questione, si avviarono a corsa verso il Genio, ed io immediatamente li seguii. In un momento superammo il brevissimo tratto, che sta fra i due fabbricati. Giunti a pochi metri dal portone del Genio s'odono due colpi, l'uno viene dal piano terreno, l'altro dal primo piano, ed uno de' nostri cade a terra. Un timor panico si impadronisce degli assalitori, che indietreggiano con tale violenza che io che veniva il quinto o sesto, fui rovesciato. Ci raccogliamo di nuovo, non più rimanendo in strada, ma entrando nella casa Arese, passiamo il cortile facendo capo ad un locale, che credo fosse una rimessa, e che è precisamente il primo dalla parte opposta al portinaio e dà sulla via. Io non sapeva darmi pace e tornai ad insistere per un nuovo assalto. Dio mio! sono pochissimi, dissi loro; ma sorsero molti a gridare: No, no, a domani, a domani; è un'imprudenza, a domani. In realtà essi avevano ragione, ma io dolente di non aver preso parte nella giornata alla fazione del Genio, mi faceva una specie di punto d'onore di riprender quel posto, che aveva costato la vita al mio capo; e quando perorai in quel senso, annunciai che sarei andato avanti io, poichè giammai in vita mia chiamai altri a dividere pericoli che non affrontassi pel primo.

Prevalse l'opinione contraria ch'era in realtà il partito più sano. Fattosi un po' di silenzio, si udirono grida di soccorso, di aiuto, che provenivano dal ferito caduto a terra. Io che aveva data l'ultima spinta al partito che voleva assalire, mi ritenni in dovere di andare a soccorrerlo, e uscii di corsa, recandomi presso di lui. Tentai dapprima di prenderlo per la vita, ma gridando esso che gli faceva male, presi la risoluzione di gettarmi a terra tutto disteso vicino a lui colla faccia rivolta al suolo, dicendogli che cercasse di coricarsi sopra di me. Stavamo compiendo quell'operazione che aveva anch'essa le sue difficoltà, quando ci venne ad entrambi un aiuto; un giovine si presentò dicendo: Son qui anch'io. La cosa divenne allora facile; prendemmo il ferito e lo trasportammo in quel locale ove si erano raccolti i combattenti e lo deponemmo su d'una panca. Tutto questo si fece press'a poco in una completa oscurità, poichè la notte era nuvolosa e ventosa, e si passava da una luce abbastanza chiara a un buio pesto. Per qual ragione poi non vi fosse nemmeno un lume in quel locale, non saprei dirlo, ma il fatto è ch'io non vidi distintamente la persona che trasportammo colà, nè mi sono curato mai di sapere chi fosse. Del rimanente se essa vive tuttora, oh! davvero che deve ricordarsi molto bene di quella sera e di quell'ora.

Un istante dopo che avevamo deposto il ferito sulla panca, mi sento chiamare distintamente e per nome, da una vocina femminile. Esco da quel locale e lì nella corte stessa, trovo una giovinetta che mi chiede se son io il signor Torelli: Per appunto, risposi. — Ebbene, replicò d'essa, vi è un giovine quì in una porta vicina che chiede di lei.

A Milano chiamasi porta non solo l'apertura che dà accesso alla casa, come si dice da per tutto; ma anche il locale che serve di abitazione al portiere.