La giovine guida mi fece traversare la via e mi condusse nella prima o seconda casa (non saprei bene precisare quale delle due) dopo casa Confalonieri, andando verso la Croce Rossa. Entrato nel locale del portiere vidi un giovine che aveva conosciuto alla barricata di S. Babila; era seduto ed aveva un piede immerso in un catino d'acqua tinta di sangue. Sono tra quelli, mi disse, che andarono all'assalto del Genio, ma nel ritornare fui ferito al tallone dalla fucilata che partì dal piano superiore. — In sostanza ei non voleva che farmi conoscere la sua avventura e verificare il fatto con un testimonio che pure vi aveva preso parte. Aveva l'aria ilare, come volesse dire: Non si dubiterà che mi sono battuto anch'io, e me la sono cavata ancora a buon mercato: poteva esser peggio. Allora conoscevo anche il nome di quel giovine; ma lo dimenticai, mi ricordo però ch'era proto in una stamperia posta, se non erro, in S. Pietro all'Orto. Esaminai la ferita che non era grave, lo felicitai d'essere sfuggito con poco danno al pericolo, e uscii. Colà non eravi più nulla da fare, ritenuto che i combattenti, sempre riuniti in casa Arese, avrebbero da sè stessi sorvegliato il Genio che si dominava anche dal fabbricato del vicino Monte di Pietà. Continuando sempre il cannoneggiamento a S. Giuseppe, risolvetti andar verso quella parte affine di scoprire, se era possibile, la ragione di tanta persistenza.

Dalla Croce Rossa entrato nella corsia del Giardino[19], discesi lungh'essa verso il locale del Lotto. Anche quella è una delle vie che soggiacque a forti combattimenti; larga oggi e fiancheggiata da ambo i lati da palazzi o case regolari, era allora molto stretta, e tutto il lato destro, discendendo dal corso di Porta Nuova verso il teatro della Scala, era costituito da casupole irregolari, l'una più brutta dell'altra. A circa i due terzi da quella linea si incontrava la chiesa soppressa di S. Maria del Giardino, che quantunque di stile barrocco, aveva la particolarità di una vôlta ardita e larghissima, ed era stata convertita in un deposito di carrozze. Dopo quella veniva l'ampio locale erariale del Lotto, basso assai più del Genio, con ampio cortile nel mezzo, contornato esso pure di portici. Ultimo dopo quello veniva il Casino, l'unico di tutti i fabbricati su quella linea che siasi conservato qual era in allora e chiamavasi il Casino dei Lions, servendo a convegno delle persone del ceto signorile, che pagavano una retribuzione piuttosto forte. I frequentatori erano in fama di liberali, e perciò il Casino era molto sorvegliato dalla Polizia, essendo non pochi de' suoi membri inscritti sulla lista dei pericolosi o sospetti (in linea politica). Ne faceva parte anche io e soleva recarmi colà per leggere i giornali stranieri, dei quali v'era copia. Il Casino era l'ultimo limite al quale si poteva arrivare; esso è attiguo al caffè Cova, così chiamato dal nome del suo proprietario anche allora, che ha la sua fronte principale sulla via di S. Giuseppe. Io non riesciva a concepire lo scopo di tutto quel cannoneggiamento, nessuno rispondeva e tiravano di continuo. Ritornando da quella ispezione e passando avanti al locale del Lotto, vidi sulla porta un giovine grande di statura che teneva nell'una mano il berretto e coll'altra agitava furiosamente la sua capigliatura, prorompendo in esclamazioni di dolore.

Che cosa ha? chiesi io.

I Reisingher, i Reisingher (era il nome d'uno dei reggimenti tedeschi); mi rispose.

Ma io non li vedo!

Sì, i Reisingher. Hanno scavalcato ora il muro del giardino Confalonieri.

Ma io vengo da quella parte; ne sono penetrati nel locale del Genio alcuni pochi, non so come; ma esso ora è ben sorvegliato.

Prima che facessimo altre osservazioni, ecco avanzarsi, venendo dal porticato che era in linea retta della porta, due giovani con in mezzo un'altra persona. L'atteggiamento fiero dei giovani e quello più dimesso dell'individuo da loro condotto, mi chiarì tosto ch'essi traevano seco un prigioniero.

Chi è? chiesi al giovine desolato, ma che si era molto calmato vedendo una persona suppergiù tranquilla e che non partecipava punto al suo spavento.

È il consiglier Pagani, rispose, un austriaco marcio.