Pur troppo, nel Governo Provvisorio non era solo quel mio ottimo amico e bravissimo uomo, ad avere quell'opinione; nè io esprimo cosa nuova, ma accertata allora in centinaia di casi, ed espressa anche in atti pubblici più o meno velatamente.

Dapprima non voleva accompagnarlo che per breve tratto, ma poi accaloratosi il discorso finii ad andar seco lui sino a casa sua, e solo allora mi risovvenni del fine pel quale mi era avviato al Governo.

A proposito, gli dissi prima di accomiatarmi, chi ha dato ordine che si costruissero ancora barricate?

Nessuno di noi, mi rispose.

Io gli narrai allora quanto avevo veduto a Porta Orientale, e come importasse di metter fine a quella stoltezza dannosa e costosa pel Municipio. Mi rispose che avrebbe parlato, e che comprendeva esso pure che era un'esplosione di zelo un po' tardivo, a cui però bisognava lasciare sfogo.

Il colloquio col mio amico mi addolorò. Che la popolazione potesse abbandonarsi a simili illusioni, era facile a comprendersi; essa aveva veduto quel potente Governo, che ad ogni tratto faceva sfilare per Milano batterie su batterie, raccogliere que' medesimi cannoni ed andarsene dopo cinque giorni di lotta sostenuta dai soli cittadini. Che sapeva la gran massa, della difficoltà che potevano presentare le fortezze, e come ben altra cosa sia il combattere dietro barricate ed il combattere in campo aperto? Per essa si era verificato tal fatto che sei giorni prima sarebbe sembrato impossibile; per essa mancavano gli elementi di un giudizio pacato. Con altra direzione che le venisse data, poteva forse rimettersi sulla retta via per quel fondo di buon senso che d'ordinario prevale pur sempre nelle moltitudini. Se i reggitori della cosa pubblica avessero avuto pei primi essi stessi la calma necessaria a giudicare freddamente la posizione, se avessero annunciato che la guerra grossa cominciava allora, egli è possibile che il sublime episodio delle Cinque giornate avrebbe potuto essere il principio di guerra ben più fortunata di quello che fu; ma si procedette per via diametralmente opposta. Si sarebbe detto che i Tedeschi erano scomparsi dalla faccia della terra, e non rimaneva che dar la caccia agli ultimi e più lenti ad andarsene; non si sapeva più pronunciar il nome di popolo senza aggiungervi l'epiteto di eroico, e si finì a credere sul serio che la parte più essenziale e più malagevole era bella e fatta, tanto che non pochi fra i primi che di Piemonte, bandita che fu da Carlo Alberto la guerra d'indipendenza (23 marzo), s'incamminavano al campo, arrivati a Milano si sentivano dire: Che venite a fare?

Ma forse che io intendo chiamar di ciò in colpa i soli reggitori d'allora? No, di certo; ma questa è la storia di quello che allora avvenne, ed io non la posso cambiare. Essa è d'altronde notissima, ed io, dopo ventisette anni[22], non intendo aggravare la parte che può spettare a que' reggitori, alcuni dei quali erano già allora miei amici, e gli altri lo divennero quasi tutti in appresso; dirò invece che la loro posizione era tutt'altro che facile quanto all'indirizzo da dare all'opinione pubblica. Essi dovettero i primi sobbarcarsi all'impero di quelle circostanze che s'imposero a tutti. Sarebbe bisognato un uomo di mente superiore il quale, già noto, ed influente, avesse avuto il coraggio di dire: Questo non è che un primo principio; pensiamo alla guerra, e a null'altro che alla guerra, ogni altro pensiero sia secondario.

Ma quest'uomo non vi era; i membri del Governo Provvisorio, tutte persone intemerate e stimabilissime, dovevano il posto eminente che occupavano, alla rivoluzione. Alcuni lo dovevano al caso di far parte del Municipio, altri erano state chiamate a comporlo, allorquando il Municipio, come narrai, si era trasformato in Governo Provvisorio; tutti avevano corso pericolo di essere le prime vittime nel caso che la rivoluzione fosse stata vinta, ed era naturale, che avendo invece trionfato, essi pei primi ne fossero premiati col rimanere alla testa delle cose, premio del resto tutto morale, dacchè nessuna retribuzione mai ne ritrassero. Ma la causa prima, era sempre il combattimento felice che apparteneva a tutta Milano. L'ebbrezza della gioia trascinò anche i membri del Governo e forse chiunque fosse stato al posto loro, sarebbesi trovato impotente a resistervi.

Aggiungasi che pur troppo non erano soltanto uomini di buona fede ed amanti della causa pubblica che premessero sul Governo al primo suo esordire; già erano sulla scena e si preparavano a salirvi in gran numero quelli che con freddo calcolo volevano usufruttare la vittoria, per i loro fini politici, diversi da quelli del Governo, o per la vanità personale, e costoro per primo istrumento adoperavano l'adulazione del popolo. Non erano corse 48 ore, dacchè gli Austriaci avevano abbandonato Milano ed in ogn'angolo sorgevano predicatori politici, inventori di nuove teorie sociali, fabbricatori di piani di guerra, i quali tutti non riuscivano ad altro che a creare imbarazzi al Governo Provvisorio. Commisti a loro percorrevano la città quegli eroi armati da capo a piedi, improvvisatisi dopo la partenza de' Tedeschi, e che il popolo, con motto arguto e vero ad un tempo, battezzò col titolo di eroi della sesta giornata. Essi facevano a gara a chi più adulava la popolazione, ed il tema immancabile era che l'essenziale per l'indipendenza era fatto; si trattava ora di raccoglierne i frutti, ed i volontarî bastavano; la truppa era un di più.

Non è a dire che mancassero uomini, i quali tosto deplorassero quella piega dell'opinione pubblica e si sentissero rivoltare a quei delirî, ma non ardivano tampoco esprimere il proprio avviso, per timore di sentirsi dire: Ella dunque non ha fede; i nostri hanno fatto miracoli e ne faranno ancora, e simili frasi.