Infine, quanto a me, la chiave datami di quell'enigma, che tale fino allora era stato per me l'avvenimento notturno del Genio, mi fece l'effetto di tôrmi un vero peso dal petto, tanto mi aveva preoccupato il pensiero di cercarne la spiegazione. Dovetti però convenire che la mia fortuna di essermi incontrato in un soldato di quello stampo, non fu piccola. La sua condotta non fu solo umana, ma non esito a dire che fu generosa. Allorchè c'incontrammo la prima volta sotto l'atrio del Genio, io era disarmato, ed egli comprese indubbiamente il mio equivoco. Non poteva egli esser colà da molto tempo, poichè non vi era allorchè uscì il servitore del Miani, e quindi venne nel tempo che quello impiegò per ritornare. Tuttavolta, per quanto vi fosse anche soltanto da poco, ei poteva distinguere meglio di me, che venendo dal cortile debolmente rischiarato dalla luna, ma pur rischiarato, ed entrando sotto l'oscuro atrio del Genio, non vidi che il contorno d'un uomo. Forse io dovetti la mia salvezza all'essere disarmato ed alla circostanza di non averlo interpellato. Che sarebbe avvenuto dell'uno e dell'altro se io mi fossi accorto allora del mio errore, è impossibile il dirlo, e le congetture sono inutili; ma che fra i due io fossi colui ch'era a peggior partito è della più chiara evidenza; egli non aveva che ad abbassar la baionetta per sbarazzarsi di me. Ma non fu quella volta sola che si trovò in simile condizione, la stessa facilità l'ebbe poco più di mezz'ora dopo, allorquando io ed il mio compagno andammo a rilevare da terra il ferito che giaceva al suolo a pochi metri dalla porta del Genio. Che mai potevamo noi fare colle braccia occupate? Ma, dirà forse taluno, che l'uccidere persone mentre raccoglievano un ferito, sarebbe stata una crudeltà. Pur troppo sono crudeltà che si commettono bene spesso, e chi in epoche di calma, a mente fredda, e senza aver avuto mai un'idea pratica della guerra, ragiona di essa sopra quanto gli pare che si possa o non si possa fare, cade in grandi errori ed illusioni. Per convincersi di ciò basta pensare agli orrori delle guerre civili, nelle quali si sacrificano tanti innocenti e donne e fanciulli, persone impotenti all'offesa. A questo paragone che è mai l'uccisione di veri combattenti che, deposto un istante il fucile, sollevano un ferito, ma per riprendere tosto l'arma e venir contro di voi? È vero che nel nostro caso di due soli soldati bloccati in quell'edificio, il partito più umano verso di noi era anche il più utile per essi; ma non è piccola cosa in tali circostanze mantenere il sangue freddo ed il ragionare. Del resto poi, fra i diversi motivi possibili che possono avere indotto quel soldato a così agire, io devo dar la preferenza al più generoso, trattandosi di un uomo che in meno d'un'ora fu padrone due volte della mia vita.
Ventisette anni sono decorsi da quell'epoca. Or bene, oggi ancora io farei, senza esitanza, le mille miglia per avere con quel soldato un abboccamento di un'ora. E quante volte mi sono detto: Oh s'ei vivesse ancora e potessi sapere ove si trova, che non darei per interrogarlo intorno al primo incontro! Che pensò mai quando io ponendogli la destra sulla spalla gli dissi: bravo, bravo! Come venne e come partì? Molte cose avrei a chiedergli; ma non è probabile che con tanti combattimenti che poi ebbero luogo, ei viva ancora.
Ho detto che gli chiederei anche il modo col quale egli ed il suo compagno si sottrassero, poichè anche questo fu per noi un mistero; sicchè taluni, non potendolo spiegare, ricorsero all'idea del tradimento. Io credo che dovettero la loro evasione ai capricci della luna. Si sarebbe detto con frase volgare, ma giusta, che in quella notte la luna giuocava ad ascondersi; essi approfittarono d'un momento di completa oscurità per sottrarsi e, probabilmente, prendendo la via di S. Giuseppe; è l'ipotesi più probabile.
CAPITOLO DODICESIMO
Narrazione particolareggiata dell'avvenimento nella Canonica di S. Bartolomeo nella mattina del 21 marzo.
Se l'avvenimento del Genio era quello che più d'ogni altro mi stava a cuore di decifrare, esso non era però il solo del quale desiderassi uno schiarimento. Un altro ve n'era al quale non avevo preso parte diretta, ma che assai mi stava a cuore per la sua complicazione, per le molte e svariate versioni che n'eran corse e perchè toccava da vicino persone che avevo appreso a stimare per la loro condotta. Alludo al fatto avvenuto il 21 marzo nella canonica di S. Bartolomeo. Che cosa era stato di quei bravi giovani che io visitai coll'Anfossi sul campanile? Si era parlato di massacri di sacerdoti, ridotti poi ad uno solo; ma quali vicende aveva passato il parroco che ci aveva accolto con tanta benevolenza, e poi che cosa eravi di vero in quella voce di un soldato ferito sul campanile? Per chiarirmi di tutto questo, pensai di recarmi direttamente presso quel parroco e d'interrogarlo in proposito.
L'indomani delle esequie celebrate in Duomo per i morti nelle cinque giornate, io andai alla canonica di S. Bartolomeo, e chiesi del parroco. — È in casa, mi risponde la servente, ed annunciato che vi era una persona che desiderava parlargli, apre l'uscio d'un salottino a pian terreno, e mi invita a passare. Il parroco mi viene incontro, ma io mi fermo sulla soglia, e prima di passarla gli chieggo se mi riconosce.
Il parroco esitava: pareva propendesse più per il no che per il sì, quando la servente, miglior fisionomista: — Io sì, esclama, che lo riconosco; è quello che è stato qui coll'Anfossi quella notte che sono andati sul campanile.
Il buon parroco mi stese allora la mano, ma con tale atto di confidenza come fossimo vecchi amici, e mi invitò a sedere.
— Signor parroco, gli dissi, Ella deve perdonare la mia curiosità, ma tante ne dissero intorno ai fatti avvenuti nella sua casa e nella sua chiesa, che io mi sono preso la libertà di venire da lei per sapere che cosa havvi di vero.