Quel parroco (o coadiutore, perchè S. Bartolomeo era chiesa sussidiaria a S. Francesco da Paola), chiamavasi don Giovanni Lega. Egli soddisfece pienamente alla mia curiosità, facendomi un racconto che ascoltai attonito senza proferir motto, ma che poi, per parte mia, fu seguìto da non so quante dimande ed esclamazioni ed atti di meraviglia. Io credo d'essere rimasto seco lui poco meno di due ore, tanto mi interessò il suo racconto, e assieme commentammo quei fatti.

Io cercherò ora di darne un sunto a' miei lettori. Con ciò io faccio, in realtà, un'eccezione alla norma fondamentale di questi miei Ricordi, che è quella di non narrare che fatti de' quali io posso garantire personalmente la verità, perchè avvenuti sotto i miei occhi, ma quest'eccezione mi verrà indubbiamente perdonata, perchè anzitutto il narratore non era persona da alterare la verità, nè aveva ragione alcuna per ciò fare, ed altresì pel motivo importante che non si tratta di fatti avvenuti a quattr'occhi, sibbene in presenza di un buon numero di testimonî, non pochi dei quali vivono indubbiamente ancora e possono fare un sindacato, il più competente che idear si possa, del mio racconto. Ben duolmi che non posso riprodurre la narrazione dell'ottimo prete che in breve sunto, non volendo narrare più di quanto ben chiaramente ancora la memoria ritenne di quel colloquio.

Una delle cose che più dava ai nervi dei Tedeschi era quel suonare delle campane a stormo, e fra i molti campanili, uno de' più rumorosi, sotto tale rapporto, era quello di S. Bartolomeo. In fondo alla stessa via sulla quale sorgeva la chiesa e che chiamavasi la via della Cavalchina[26], eravi la Zecca, vasto locale che fu sempre occupato dai Tedeschi. Il capo di quel posto deliberò far tacere quel campanile e togliersi quel fastidio. Quantunque la via più retta fosse quella da me accennata, della Cavalchina, essa non poteva venir scelta, perchè dominata dai Portoni, sul ripiano o terrazzo dei quali stavano i nostri combattenti sempre in buon numero, sia per l'importanza del luogo, sia per la felicissima sua posizione, potendovisi far fuoco al coperto. Per arrivare alla meta ei prescelse quindi altra via, e fu quella di traversare, come già accennai, una serie di giardini ed orti che si trovavano dietro le case che fronteggiavano quella via, e ciò per tutto il tratto dello stradone di S. Angelo, ove sorge la Zecca, fino alla canonica od abitazione del parroco ch'era unita alla chiesa, come questa al campanile. Il primo stabile nel quale i soldati tedeschi entrarono, fu il giardino del duca Melzi, quindi veniva una sequela di orti e giardini, sì che ebbero a scavalcare non pochi muri. Erano una ventina guidati da un ufficiale. Superati tutti quegli ostacoli, pervennero alla canonica, la quale però aveva comune con altre case di privati, un cortile; giunti inosservati sin là, fecero prigionieri quanti incontrarono, uomini, donne, fanciulli; in tutto, se non erro, dodici o tredici, e fra questi il parroco ed il sagrestano. Li condussero tutti nella chiesa presso l'altar maggiore, disposti in semicerchio, e si collocò dietro ad ognuno di essi un soldato. Ciò fatto, l'ufficiale rivolto loro: — Giurate, disse, che non vi è più nessuno sul campanile.

Si può esser certi che non vi era forse un solo che ne sapesse qualcosa, ma in quel momento la risposta negativa era quella che presentava il minor pericolo, epperò giurarono che non vi era nessuno. — Ebbene, disse allora l'ufficiale, manderò a verificare; e scelto un caporale ed un altro soldato, ingiunse al sagrestano di precederli sul campanile. Si può facilmente immaginare lo stato d'animo di quelle persone durante tutto il tempo che rimasero assenti que' soldati, e che durò poco meno di mezz'ora. Finalmente arrivano; ed ecco precedere il caporale, il quale, uscendo da un uscio della sacristia, vicinissima all'altar maggiore, sfigurato, coperto di sangue, appena entrato in chiesa si getta sui gradini dell'altar maggiore, gridando e dimenandosi orribilmente per dolori atrocissimi. Gli sgorgava sangue a torrenti da una ferita fra lo stomaco e il ventre, e per di più aveva mutilata anche la mano destra, sì che tutta la persona era coperta di sangue. A quell'aspetto, l'ufficiale si avanza commosso, ed interroga il ferito, ma in tedesco, talchè nulla compresero i prigionieri, che alla lor volta si credettero perduti. Avuta la risposta, l'ufficiale dice in italiano queste parole: — Sul campanile non vi è nessuno; voi non avete alcuna colpa di questo fatto, benchè possa provenire da qualche vostro parente. Promettetemi di aver cura di questo ferito.

I prigionieri respirarono, promisero di aver tutta la cura possibile del soldato, e vennero rimessi in libertà.

Ma, continuò nella sua relazione il Lega, un altro fu meno fortunato di noi. Io aveva alloggiato in casa il predicatore quaresimalista, certo Lazzaro Lazzarini, ch'era nella sua stanza al primo piano. Entrò in essa un soldato e l'uccise; nulla si è potuto sapere intorno alla particolarità di quel fatto, non essendovi stati testimonî: pare che l'uccisore sia stato un guastatore, e che lo sventurato abbia tentato di far resistenza, essendoglisi trovati fra le mani alcuni peli di quel grembiale peloso che portavano que' soldati. Nella stanza non si trovò mancar nulla, sì che l'impulso di quell'atto atroce par proprio sia stato uno sfogo della natura selvaggia di quel soldato. Era stato ferito al capo, e quando entrammo nella sua camera, partiti i Tedeschi, era già morto.

I Tedeschi ritornarono alla Zecca per la stessa via per la quale erano venuti.

Io non volli interrompere la narrazione del parroco, ma finita che l'ebbe, cominciarono le interrogazioni per ischiarimenti e per alcune particolarità relative a quei fatti, intorno a che dirò anche a' miei lettori quanto ancora rammento di più notabile.

Ma i giovani sul campanile, fu la mia prima domanda, dov'erano andati?

Sul campanile vi erano quattro giovani; fortunatamente, ma proprio solo all'ultimo momento, si accorsero dell'invasione dei Tedeschi, prima che scendessero nella canonica; tre di essi, discese le scale, uscirono dalla casa: il quarto non credette esser più in tempo, e si nascose sotto un trave del tetto della chiesa (ad un terzo circa dell'altezza del campanile, si trovava una porticina che comunicava col sotto tetto), per sua fortuna oscurissimo, poichè uno dei soldati, vista aperta la porticina, vi entrò, ed osservò qua e là; ma la grande ampiezza del locale e l'oscurità, impedirono che potesse fare una visita diligente e minuta, ed in tal modo si salvò anche quello.