Io passava a caso nella via dei Tre Re[27] venendo da via Larga e dal Bottonuto. Dopo l'albergo Reale, che già trovavasi in detta via, s'incontra, sulla destra, una chiesa, che chiamasi di S. Giovanni Laterano, ed avanti alla medesima havvi un piazzaletto irregolare; quel piazzaletto era pieno di gente che faceva cerchio attorno ad un individuo che declamava. Spinto dalla curiosità, mi avvicino anch'io per sentire cosa spiegava, ed era nientemeno che il modo col quale si fabbricano i cannoni; ne diceva delle stranissime, che tollerai in silenzio; ma, finalmente, venne fuori coll'asserzione che desso, purchè avesse avuti i mezzi, poteva dare un cannone perfetto in ventiquattr'ore. A tanto ciarlatanismo non potei resistere, e quasi involontariamente esclamai: Che cosa? All'udire quell'espressione, pronunciata anche in modo che tradiva l'indignazione, tutti si voltarono verso di me, ch'ero ancora all'estremo cerchio; ma uno de' presenti mi riconobbe; disse agli altri chi era, e subito si adoperò per farmi passare avanti, con quegli atti coi quali si vuole esprimere deferenza; il ciarlatano comprese a colpo d'occhio ch'io non era un qualunque, contro il quale si può aizzare il popolo, e, con una presenza di spirito, che credo debba essere connaturale a chi esercita un tal mestiere, dovendo pur essere preparati a scene consimili, dopo l'interruzione cagionata dalla mia esclamazione, continuò imperterrito il suo discorso, aggiungendo all'ultima frase pronunciata del cannone perfetto, le parole: ben s'intende poi che si deve provvedere l'affusto ed altri accessorî. Io risi di quell'aggiunta fatta con tanta disinvoltura, ed il pubblico se n'accorse benissimo, e rise esso pure. Io n'aveva già di troppo, e me n'andai pei fatti miei.

Ma se i ciarlatani d'ogni genere facevano il male come uno, cominciò a farlo come cento una stampa la più sbrigliata che idear si possa. Io non saprei dire quanti giornali uscissero alla luce; nè intendo parlarne singolarmente, ma si può asserire che facevano a gara per confondere ogni idea, per creare imbarazzi al governo, per far trionfare ognuno le sue idee ed i suoi uomini. E non stettero paghi a trattar quistioni d'ordine pubblico ed attinenti alla politica, ma cominciarono a tiranneggiare i cittadini, entrando nelle domestiche pareti, facendosi arbitri dell'onore, della riputazione e dell'onestà dei privati, per quanto questi fossero alieni dall'immischiarsi in cose pubbliche e non dessero motivo alcuno ai loro attacchi. Già nell'aprile cominciarono ad apparire le descrizioni de' combattimenti e dei fatti delle cinque giornate, talune scritte o per speculazione, essendo grandissima l'avidità di apprendere i particolari di questa rivoluzione, o per vanità, o per adulazione; quindi piene di favole, e di esagerazioni e di casi immaginari; e questi essendo frammisti ai veri, si può facilmente arguire come dovettero alterare ogni giusto criterio, e qual fede possono meritare. Si videro citate persone come attive e combattenti che non avevano mai posto il piede fuori della porta di casa; magnificare atti di nessuna importanza, ed a seconda dello scopo dell'autore, inalzare o deprimere gli uni o gli altri; infine si arrivò al punto di asserire perfino cose fisicamente impossibili[28].

Nel maggio quel caos aveva già raggiunto un grado allarmante. Tema favorito dai declamatori era quello dell'inerzia dell'armata; come non prendeva le fortezze, non dava battaglia; andavano innanzi e indietro da Milano al campo sollecitatori, perchè si operasse, precisamente come se il prender fortezze di primo ordine fosse la cosa più facile; non mancavano poi i mestatori di mandare al campo tutti gli stampati che predicavano la repubblica e criticavano le operazioni dell'armata, e si osava perfino esprimere senza velo che sospettavasi della fede del Re; si faceva sentire che la guerra del popolo sarebbe stato l'unico scampo e la repubblica l'unico mezzo.

Ma i mestatori ed arruffapopoli non si contentarono di ambire la gloria di educare le masse alle idee della libertà come essi l'intendevano, ma ne fecero istromento per i loro fini, e fra questi eravi nullameno che quello d'andar essi al potere a forza di dimostrazioni di piazza.

Si riunivano da quindici a venti e si recavano sulla piazza di San Fedele, il cui lato che prospetta a mezzogiorno è tutto costituito da una gran fronte del grandioso fabbricato detto del Marino, l'attuale palazzo municipale e sede in allora del Governo provvisorio. Il piccolo nucleo veniva tosto ingrossato dai curiosi, e quando eravi tal numero di persone nella piazza, che già potesse dirsi di qualche rilevanza, i mestatori cominciavano a gridare: Fuori il Governo provvisorio: e se non si obbediva tosto, aumentavano il gridìo, e cominciavano a far baccano, con che attiravano nuovi curiosi; in nome del popolo si chiedevano notizie della guerra, e poi si esprimevano i desiderî del popolo.

Nei primi tempi si credette dal Governo provvisorio che, appagandosi, per quanto poteva farsi senza danno dell'andamento degli affari, quel desiderio, si acquietassero; ma avvenne l'opposto e, visto che pur ottenevano or l'una or l'altra cosa, cominciarono a imporre la loro volontà in nome del popolo, e la famosa risoluzione di creare un esercito lombardo distinto dal piemontese anche per il colore dell'uniforme venne imposta od appoggiata, di certo, da una consimile dimostrazione di piazza. Infine, un bel giorno, quegli arruffapopoli deliberarono di fare il loro colpo di Stato. Il 29 maggio, un pugno di persone le più oscure ed ignote, capitanate da un mercante di cavalli, riunita, ne' soliti modi, una folla di popolo sulla piazza di San Fedele, e chiamato al balcone il Governo provvisorio, dichiararono che esso non godeva più la fiducia del popolo, e doveva andarsene; e spinsero l'impudenza al punto di salire nel palazzo stesso e presentarsi alla folla con un foglio che conteneva i nomi dei futuri membri del nuovo Governo. Un atto di energia del presidente Casati pose fine a quella sfrontata commedia che poteva convertirsi in tragedia, e, strappato di mano all'oratore quel foglio, lo fece in pezzi, in presenza di tutto il popolo, che applaudì.

Ma quell'atto di energia, che pure ottenne lo scopo di mandar a vuoto l'insano tentativo, rimase un atto isolato; i mestatori non si diedero per vinti, e continuarono a suscitare imbarazzi, con gran dolore di molti che vedevano qual triste piega prendeva la cosa pubblica. Sono sicuro che oggi ancora non si possono rammentare quelle scene senza sentirne ribrezzo. I superstiti, che videro i tempi presenti, hanno avuto largo risarcimento; ma quanti invece discesero nella tomba persuasi che l'Italia non si sarebbe mai liberata dal giogo straniero, e la libertà si sarebbe perduta in quelle scene di piazza!

Per questo è utile il rammentare anche quei fatti e mostrare i pericoli del predominio della piazza, perchè di mestatori ed arruffapopoli non vi sarà mai penuria; ma un popolo libero conviene che trovi del pari e sempre cittadini che sappiano opporsi ai mestatori e mettersi dal lato della legge e voler che questa sola imperi.

Ci vuole coraggio anche per questo, è vero.... ma se un popolo libero non sa trovarne, ha cessato di esser libero, e non farà che cambiare di schiavitù.

CAPITOLO QUINDICESIMO