Ora io mi sono chiesto se possa esser cosa utile di toccare anche questo argomento, dando qualche prova di tali esagerazioni? Se dovessi consultar solo la mia convenienza di scrittore, il desiderio di non offendere alcuno, il dispiacere che può cagionare a taluni il mostrar quello che dicesi il rovescio della medaglia, dovrei rispondere negativamente, e non soffermarmi sopra un tema ingrato; ma io non considero la questione da questo punto di vista. Nulla forse più nocque al giusto apprezzamento delle Cinque Giornate, di quelle esagerazioni. Testimonio e narratore di fatti veri e lodevoli, se passassi sotto silenzio i meno veri od artifiziosamente ingranditi, potrei sembrare che venga a transazione col mio proposito.

La parte bella, la rivoluzione nella sua essenza, nulla vi perde; le esagerazioni sono specie di incrostazioni che non reggono al tempo, e solo deturpano la bellezza del fondo su cui si attaccano.

Io mi accingo quindi a trattare la parte meno lusinghiera; ma lo faccio per rendere un omaggio alla verità.

Io ho già fatto cenno della fisionomia che presentava Milano il 23 marzo, il primo giorno dopo la rivoluzione, quello che vide sorgere un sì gran numero di combattenti ignoti nei giorni passati, che con frase spiritosa vennero, come dissi, battezzati gli eroi della sesta giornata. Io ho potuto occuparmi solo ben poco delle loro gesta, poichè nei primi giorni immediati alla fine della rivoluzione ebbi a lottare colla burrasca fisica che mi colse, e dopo fui mandato in missione lontana, sì che passò una decina di giorni, senza che di loro più mi occupassi, o, per meglio dire, senza che fossi condannato ad udire le loro millanterie.

Al mio ritorno, ai primi di aprile, trovai che non erano essi soli i padroni del campo. A quegli eroi si erano uniti i reduci dei forzati o volontari esigli politici, con un far da maestro, con pretese strane, incredibili. A udirli, erano essi i veri autori di tutto; l'Italia si personificava in essi, e volevano posti, impieghi e premî, cominciando non pochi di loro a far propaganda repubblicana. In una cosa si davano la mano cogli eroi della sesta giornata, ed era quella di considerare la guerra come un accessorio, generosamente accordato al Piemonte, da ultimare; essi non si degnavano di scendere a quel tema, ma stavano nelle alte sfere della forma di governo, del diritto del popolo a fissarla, avendo desso conquistata la sua libertà; conseguenza naturale si fu quella di creare e fomentare un dualismo fra la Lombardia ed il Piemonte.

Tutto congiurava a pervertire il retto buon senso del popolo. Non si doveva più pronunciare quel nome senza aggiungere la qualifica di eroico, capace di miracoli.

Frattanto la guerra cominciava a mietere largamente le sue vittime; il Piemonte mandava di continuo nuovi soldati in sostituzione di quelli che il fuoco nemico, ma assai più del fuoco, gli stenti e la malaria, facevano sparir dalla scena, ma non si badava ai soldati di un Re che aspirava alla corona dell'Alta Italia, mettendovi però il primo la sua vita e quella de' suoi figli.

Quand'ecco un bel giorno si sparge la notizia che deve arrivare a Milano un corpo ausiliare polacco. Il più volgare buon senso non poteva a meno di trovar strana quella notizia. Un corpo di Polacchi! Ma dove si è formato questo corpo? Che cosa viene a fare a Milano? Perchè non va al campo? E siccome di buon senso in Milano ve n'ha in dose non certo minore che altrove, così più d'uno fece di simili interrogazioni. Ma si era sulla china di far guerra al buon senso, e sapete cosa si rispondeva? Ah! non li volete, neh! perchè non sono Piemontesi! Non solo poi si sostenne che veniva quel corpo, ma si fissò il giorno e l'ora del suo ingresso per Porta Romana. Venne il giorno, e, prima dell'ora fissata, il largo e lunghissimo corso di Porta Romana era pieno zeppo di equipaggi, di vetture da nolo, di cittadini d'ogni classe e d'ogni età. Il corpo ausiliare si faceva aspettare. Passa l'ora indicata, ma si dice che ha dovuto ritardare, che però è già molto al di qua di Melegnano; arriverà certo; passa ancora del gran tempo e mai non arriva; taluni cominciano a perder la pazienza; ma si diffonde la notizia che i Polacchi sono a mezz'ora di distanza; si fa il sacrificio anche di quel tempo; finalmente si ode un grido, si vede un agitarsi, un movimento straordinario presso Porta Romana. I lontani credono sia proprio il corpo ausiliare; l'interminabile e fitta colonna di popolo si apre a poco a poco, e s'avanzano tre vetture, con una decina, se pure, di Polacchi, che agitavano il loro berretto nazionale, gridando a squarcia gola: Viva Milano! Viva gli eroi! Abbasso i Tedeschi! e simili esclamazioni.

Un buon terzo degli operai di Milano perdette quella giornata. E poi si rise alle spalle di coloro che avevano creduto alla storia del corpo ausiliare polacco.

Non si voleva saperne di prendere la cosa sul serio; ciarlatani d'ogni genere facevano a chi più sapesse ingannare il pubblico; a forza di chiamar tutti eroi, finirono col credere che lo fossero anche quelli che non erano usciti mai di casa. La parola Milano era stata sostituita dalla frase: Città delle Cinque Giornate, alla quale nulla è impossibile; si spiegavano su per le piazze le teorie della guerra, e come il battere il nemico fosse, ben s'intende, la cosa la più facile; posso citare in proposito un aneddoto che garantisco, perchè riguarda un fatto che venne provocato da me.