Ad aumentare l'entusiasmo di que' primi tempi vennero le nuove della battaglia di Goito dell'8 aprile. In realtà era stato ciò che si può chiamare un combattimento brillante; aveva dato luogo ad atti di presenza di spirito e di slancio, ma non si poteva attribuirgli le proporzioni di una battaglia, tuttavia si preferì battezzarlo così e ritenerlo come preludio della prossima presa delle fortezze.
Alle notizie che si potrebbero chiamar lombarde e che facevano tutte capo a Milano, ove neonati giornali d'ogni colore le foggiavano poi a modo loro perchè facessero colpo, vennero ad aggiungersi quelle del Veneto: Anche Venezia è libera, si udì un bel mattino in quei primi giorni. I Tedeschi partirono senza impegnare lotta, nulla soffrì Venezia. I giorni memorabili del fatato mese di marzo furono precisamente i giorni 21 e 22 marzo anche per essa.
Tutto questo era avvenuto senza concerto alcuno di partito fra Milano e Venezia, ma sibbene perchè le medesime cause avevano agito sull'una e sull'altra città, avevano elettrizzate le popolazioni. L'esultanza per queste notizie non si manifestò soltanto in atti di gioia, in sterili declamazioni, ma con fatti che dimostrarono la buona disposizione ad imporsi sacrifici. Per quanto l'avvenire si dipingesse roseo, e non difficile la cacciata dello straniero, il retto buon senso e precisamente colà dove non era stato offuscato da inattesi splendidi successi, suggeriva che si sarebbero richiesti molti sacrifici di danaro e di uomini, e le offerte alle Casse pubbliche, e quelle ai Comitati speciali furono numerosissime e nel complesso per somme ingenti; i piccoli centri gareggiavano coi grandi, la campagna colle città. Allorchè nel maggio fu indetta la coscrizione nella Lombardia, in base alla legge austriaca, giacchè non eravi tempo di cambiarla nè motivo, fu un accorrere generale della gioventù, e si ebbero dei casi, e non pochi, di giovani desolati perchè non vennero ritenuti abili, e molti di quelli che furono favoriti dalla sorte estraendo numeri alti non raggiunti dalla leva, entrarono come volontari nei diversi corpi che andavano formandosi; infine non eravi sacrificio che la popolazione in quei primi tempi di slancio e di speranza non fosse pronta a fare, e questo è da dire di tutta la Lombardia, della quale posso parlare con maggior cognizione di causa, benchè credo che lo stesso avvenisse anche nel Veneto.
Nel maggio il Governo Provvisorio volle affidarmi una doppia missione in Valtellina, quella di promuovere l'organizzazione della Guardia Nazionale e quella di attivare le pratiche necessarie per la buona riuscita di un prestito nazionale per la guerra. Alle missioni pubbliche altra confidenziale erami stata affidata, quella di predisporre gli animi al plebiscito per la riunione al Piemonte, se cioè dovesse farsi immediatamente od a guerra finita. Il Governo s'immaginava che gli sforzi che facevano i fautori della repubblica trovassero un'eco nelle provincie, e temeva non poco che il loro numero fosse di qualche entità, poichè convien sapere che unione immediata voleva dire fondersi col Piemonte e formare un sol regno sotto Carlo Alberto; differire la votazione a guerra finita, voleva dire preferir la repubblica. Quanto alla missione della Guardia Nazionale non fu più difficile di quella della difesa dello Stelvio, poichè le popolazioni erano disposte a tutto, facile del pari fu quella del prestito per la stessa ragione[31]; quanto all'altra del plebiscito intorno alla quale aveva già assicurato il Governo che solamente minimo poteva essere il numero dei dissidenti, venne singolarmente confermato dal fatto, poichè il risultato di quella provincia fu una votazione unanime per l'immediata annessione,[32] il che provò che quando le questioni sono semplici ed il pubblico è veramente libero ne' suoi giudizî, il buon senso trionfa. La Lombardia intera poi non diede che circa l'uno per cento di dissidenti, ossia per citar cifre esatte, l'unione immediata venne pronunciata da 560,000 voti, contro 681. Fu il primo voto solenne di nove voti o plebisciti[33] che dovevano succedersi dal maggio 1848 all'ottobre 1870, da quello pubblicato a Milano e notificato a Garda[34] l'8 giugno detto anno al re Carlo Alberto, a quello delle provincie romane ch'ebbe luogo il 2 ottobre 1870 ed in seguito al quale con decreto del 9 dello stesso mese, il re Vittorio Emanuele II dichiarava annesse quelle provincie all'Italia con che si compiva la sua unità. Le due date distano 22 anni l'una dall'altra, spazio favolosamente breve nella vita di un popolo che passa per tante vicende, come passò l'Italia in quel periodo, ma lungo nella vita d'un uomo sì che molti, ma molti, non videro che gli anni infelici, mentre non pochi fra loro contribuirono, ed anche in grado notevole, alla finale riuscita.
Verso la metà di maggio era già di ritorno anche da quella seconda missione, e qui siami permesso l'aggiungere una circostanza che non è da riferirsi a me solo, ma a molti, e la posso chiamar caratteristica dei tempi. Per quelle missioni nè ebbi, nè cercai giammai rimborsi di spese dal Governo; chiunque era in grado di sopportar le spese, lo faceva, senza dar carico alla cassa dello Stato; primo a dar l'esempio fu lo stesso Governo Provvisorio, come già accennai. In mezzo all'entusiasmo ed alla disposizione generale sarebbe parso un'offesa il predicare agli altri i sacrifici e non farne essi stessi, e taluni sostennero missioni costose ma coi mezzi proprî.
CAPITOLO SEDICESIMO
L'orizzonte s'intorbida — Avvenimenti di Napoli — Il Re delle due Sicilie ed il Papa ritirano le truppe — L'autore va al campo ed entra nell'esercito sardo — Descrizione intorno alla parte presa dal clero lombardo negli avvenimenti del 1848 ed influenza esercitata da Pio IX.
Col mese di maggio può dirsi che si chiuse l'epoca delle illusioni per coloro almeno che conservavano tanta calma da giudicare gli avvenimenti senza prevenzione.
La fredda realtà cominciò a dimostrare che la pretesa facilità di prendere le fortezze poteva ben cambiarsi in una difficoltà assai maggiore di quanto si credeva; i giovani volontari al campo cominciarono a spedir relazioni sulla dura vita del soldato, e gli ospedali a riempirsi di ammalati; un paese intero era già caduto vittima della guerra (Castelnuovo Veronese), interamente abbruciato, i corpi de' volontari, sfasciati per indisciplina, erano stati richiamati ai centri e ricomposti. A Napoli il re Borbone aveva fatto il suo colpo di Stato il 15 maggio, dimostrando di qual genere fosse la sua lealtà, e mandando in pari tempo ordine alle sue truppe di retrocedere; il Papa, senza sopprimere la costituzione, aveva ritirato esso pure le sue truppe; dall'altra parte notizie sicure dalla Germania annunciavano l'invio di grosse forze dell'Austria; l'orizzonte infine s'annuvolava d'ogni parte.
Dopo aver compite le mie missioni pacifiche io determinai di andare al campo ed entrare nell'esercito non avendo fede che in corpi regolari, ma dovetti differire di alcuni giorni perchè faceva parte d'una Commissione per un progetto di legge elettorale che aveva a suo capo il conte Porro, già membro del Governo Provvisorio. Si era detto che doveva durar poco; ma io cominciai allora ad imparare cosa sono i partiti politici e le piccole furberie. In quella Commissione che si riuniva a Brera, eravi il partito repubblicano in minoranza sì, ma ben pronunciato; esso trascinò la discussione in lungo non solo, ma quando si venne finalmente alla conclusione, non so per qual fine suo proprio, a me ignoto, il relatore non dava mai la relazione, talchè io avendo perduta la pazienza, piantai relatore e Commissione, ed ai primi di giugno andai al campo ed entrai nell'esercito sardo in servizio gratuito qual luogotenente di fanteria. Venni ascritto come tale al 5º Aosta fanteria, ma tosto aggregato allo Stato Maggiore Generale sotto l'immediata dipendenza del generale Salasco. Il quartier generale era allora a Valleggio e trovai colà addetti al medesimo corpo il mio amico il conte Carlo Taverna ed i signori Achille Battaglia, il conte Alberto Martini ed il signor Giovanni Curioni, tutti milanesi, non che il signor Marco Minghetti, bolognese, ed il duca di Dino, francese, coi quali tutti strinsi amicizia. Alla fine della campagna veniva promosso a capitano effettivo di Stato Maggiore. Mi sia perdonato questo breve cenno tutto personale, ma serva per provare che predicando agli altri che l'Italia stava allora nel campo, seguiva anche nel fatto quella massima; se cause da me indipendenti non mi permisero d'attuarla prima, fui però in tempo di prender parte ai più serii eventi della guerra, nei cui particolari non intendo però di entrare. Farò invece un passo addietro, ritornando al mese memorabile che vide sprigionarsi l'uragano, e porrò sotto agli occhi del lettore alcune considerazioni intorno a due fra le principali ragioni che vi contribuirono, delle quali ho bensì già fatto un cenno, di fuga, ma meritano essere conosciute più davvicino, e queste si riferiscono al clero lombardo ed a Pio IX.