Fra gli ufficiali che si trovavano in casa Greppi, nella notte del 5 agosto, eravi il colonnello Alfonso La Marmora, capo di Stato Maggiore della divisione comandata dal Duca di Genova, il medesimo del quale ho già fatto parola, citando il fatto dei tre ufficiali superiori inviati a Volta il 27 luglio. Ei conviene premettere che il Re Carlo Alberto aveva ordinato che si evitasse possibilmente ogni violenza. Il La Marmora conosceva quell'ordine; evidentemente si dovette poi recedere e la stessa missione a me affidata ne è la prova. Il La Marmora, stanco di tollerare più oltre quel chiasso e quelle insolenze, deliberò di andare a chiamar truppa, ma confidò a nessuno la sua risoluzione ed ignorava poi completamente l'incarico che io aveva avuto dal suo fratello primogenito, il principe di Masserano. Egli uscì solo e come mi disse quando anni dopo[42] ci narrammo i nostri reciproci avvenimenti di quella memorabile notte, incontrò le medesime difficoltà da parte dei bravi carabinieri; non volevano aprire nemmeno a lui ed esso pure fu obbligato a passar per isbieco dalla porta aperta solo quanto era necessario perchè uscir potesse in quel modo. Ei pure non venne molestato. Non avendo obbligo alcuno di chiamare una truppa piuttosto che un'altra e sapendo che la brigata Piemonte era accampata a Porta Orientale, ossia in luogo ben altrimenti più vicino della lontana Porta Romana, si diresse colà e preso seco un battaglione, s'avviò verso casa Greppi.
Cammin facendo incontrò un bersagliere, al quale chiese ove era acquartierata la sua compagnia — qui vicino, rispose d'esso; allora il La Marmora andò colà prese anche quella, la pose in testa al battaglione ed andò difilato a casa Greppi. Il Re con quanti erano seco lui uscì immediatamente scortato da quella truppa e dopo pochi minuti ci incontrammo, come narrai, presso i portoni di Porta Nuova. Io era uscito molto prima di lui, poichè mentre non vi ebbe che la differenza di pochi minuti nell'arrivo, io aveva dovuto fare il quadruplo o quintuplo e forse ancor più di cammino. Fu un brutto tiro della fortuna, ma se lo perdono a quella volubile Dea egli è perchè volle che il premio toccasse ad un uomo quale si era Alfonso La Marmora, uno dei più benemeriti d'Italia e del quale doveva ben presto divenire sincerissimo ed affezionato amico.
ALLEGATI
Allegato I LA QUESTIONE DELLA BANDIERA.
Quando pubblicai questi miei ricordi nel 1876 era persuaso che non mi sarebbero mancate anche critiche; furono minori di quanto mi attendeva, ma fra le poche una ve n'ebbe che non posso lasciar passare sotto silenzio, ed è quella relativa alla bandiera da me recata sul Duomo la mattina del 20 marzo.
Il testo di questa seconda edizione è letteralmente eguale al primo che fu oggetto di critica. Come scorgesi io non dava grande importanza a quel fatto e non la darei nemmeno ora col dedicargli un'appendice se la questione fosse sempre la medesima, ma la critica gli cambiò natura non trattandosi più di sapere se fu un fatto d'un'importanza più o meno mediocre, ma se può ammettersi che io abbia usurpato sui meriti altrui. Se non vi fosse di mezzo quell'atto ufficiale del Governo provvisorio che accordò la cittadinanza al sig. Dunant, ginevrino, in seguito a molti titoli enunciati nella sua istanza, fra i quali quello di aver portata sul Duomo la prima bandiera tricolore, potrei anche dispensarmi di questa appendice, ma io non posso pretendere che altri si occupino di questo punto storico proprio microscopico e cerchino d'essi la verità. Tocca a me il metterla in evidenza e mostrare il valore di quel decreto nella parte che risguarda la bandiera tricolore da lui collocata in mezzo alla mitraglia dell'inimico.
Si comprenderà come dopo 35 anni si possa facilmente essere disposti ad una difesa pacata e senza fiele, ma resa necessaria dalla ragione accennata.
Il primo argomento lo somministra lo stesso sig. Dunant. Nella relazione che fa ei confessa che già vi era una bandiera allorchè ei portò la sua, ma asserisce che quella era una bandiera bicolore. Non potendo negare che pur ve n'era già una, e volendo sostenere che aveva desso portata la prima tricolore, dovette cambiare il numero dei colori della prima senza, ben inteso, accennare quali fossero i due colori. Cominciamo dunque a dire che d'esso non fu il primo che sia andato sul Duomo; altri vi era stato. Per poco che si voglia calcolare il pericolo di incontrarvi i Tedeschi, se non altro la possibilità vi era e quella non l'affrontò egli di certo; ma ei sentiva perfettamente che andarvi dopo che altri aveva constatato che realmente i Tedeschi erano partiti non poteva costituire un merito e cosa ideò egli allora? Di narrare che l'aveva piantata fra la mitraglia dell'inimico. Ora ciò era impossibile; la mitraglia dell'inimico non poteva arrivare al quinto e meno ancora della via che avrebbe dovuto percorrere dal punto più vicino che si trovavano i Tedeschi ed era il bastione di Porta Tosa. Ma come mai, si dirà, ha potuto il Governo provvisorio convalidare quel fatto ammettendo quel merito? I titoli ai quali appoggiò la dimanda di avere la nazionalità furono diversi ed io sono ben lontano dal voler toccare agli altri, ma quanto a quello della bandiera, a proposito della quale tutto il merito si concentra nel fatto del pericolo corso, rimane un assurdo anche a fronte del decreto. Che direbbesi d'un decreto che dichiarasse che la cupola del Duomo è alta 150 metri? La cupola non s'alzerebbe d'un millimetro a fronte di quel decreto. Orbene rapporto alla possibilità fisica è egualmente assurdo il supporre che il Duomo si possa fare alzare con un decreto, come il voler far credere che la mitraglia lanciata dai Tedeschi nelle Cinque Giornate potesse arrivare sulla guglia del Duomo; ammessa quell'impossibilità cosa mai rimane al signor Dunant?
Venendo poi all'asserta qualità di bicolore della prima bandiera, credesi forse che sia probabile che fosse tale? La signora che me la porse doveva ingannarsi d'essa per la prima; io e quelli che erano meco, dovevamo del pari ingannarsi; io la sventolava, faceva molinelli per aria, fui trattenuto un istante dalla folla che gridava no, no per carità, è un tradimento, la mina, la mina. Come mai nessuno fece attenzione che non era una bandiera tricolore?
Del resto già nel 1848 sì tosto venni in cognizione dell'asserto da parte del signor Dunant, scrissi dal campo piemontese, ove mi trovava e precisamente da Valeggio, al presidente del Comitato di Pubblica Sicurezza, l'illustre Angelo Fava, pregandolo di voler rettificare d'ufficio quell'asserzione e ciò per la ragione che l'annuncio non era partito da me, ma dal Comitato di Guerra.