Nessuno mi fece il menomo insulto; m'incamminai senza affrettarmi verso la via Monte Napoleone e poi studiai il passo, e per il Borgo Monforte ed il bastione di Porta Tosa e quello di Porta Romana mi recai all'accampamento delle guardie che era un breve tratto ancora fuori di quella porta. Ne informai tosto il maggiore anziano, che fece mettere in armi due battaglioni il che però richiese qualche tempo. Calcolando che se io li avessi condotti per le vie più brevi doveva attraversare non poche barricate il che mi avrebbe fatto perdere gran tempo deliberai condurli lungo i bastioni sino all'altura della Zecca con che percorreva bensì un cammino assai più lungo ma guadagnava tempo, potendo far marciare la truppa per frazioni spiegate.

Giunto coi battaglioni al bastione di Porta Orientale mi si fece incontro il Duca di Savoja che era accampato precisamente colà e mi chiede la ragione di quel movimento di truppa — io non aveva avuto ancora l'onore di parlare col Duca di Savoja Vittorio Emanuele, allora principe ereditario ed al quale la Provvidenza riservava sì alti destini. Gli spiegai lo scopo della mia missione, e preso commiato, continuai sino alla Zecca e discesi lungo il fabbricato della medesima, nella via detta allora della Cavalchina (ora via Manin), mi avviai difilato a casa Greppi, ma allorquando giunsi presso la chiesa di S. Bartolomeo[40] e quindi vicinissimo ai portoni di Porta Nuova vidi avanzarsi un corpo di truppa.

Faccio fermare quella che conduceva io, e grido: chi va là?

Mi si risponde, Savoja, e si ferma anche quella.

Io mi avanzo ed apprendo ivi essere il Re che usciva da casa Greppi, con quella scorta s'avviava verso i bastioni[41]; chieggo tosto del primo ajutante e gli dico come non mi era stato possibile l'arrivar prima per la grande distanza alla quale fui obbligato di andare.

Ella ha fatto benissimo il suo dovere, mi risponde e la ringrazio.

Ma ora, riprendo io, che faccio di questa truppa; deve tornare al suo accampamento?

No, replica il generale, mi viene opportunissima. Ella vada a casa Greppi, la circondi e vi rimanga finchè tutti siano usciti.

In meno di dieci minuti fui colà, posi un cordone a tutti gli sbocchi delle vie che fanno capo a quella del Giardino isolando così casa Greppi. — Tuttavolta raccomandai di non far violenza che in caso di provocazione e se taluno si presentava persuaderlo colle buone ad andarsene; lo scopo era ottenuto, il Re era in salvo, io non voleva con uno zelo intempestivo guastar l'opera e d'altronde anche a me non era stata usata violenza di sorta; ciò fatto salii di nuovo e per l'ultima volta in casa Greppi; vi erano alcuni inservienti di Corte affaccendati a raccogliere oggetti della real Casa, ma siccome nessuno aveva voglia di prolungare oltre il necessario quel soggiorno, si sbrigavano presto. Io feci ancora una corsa lungo l'appartamento verso la via, tutto era silenzio come silenziosa era la via, strano contrasto colle scene che avevano avuto luogo durante la giornata. Verso la mezzanotte abbandonai quella casa colla truppa, e preso commiato dal comandante della medesima che ritornò all'accampamento io mi avviai verso casa mia affranto non tanto per le fatiche di corpo benchè non fossero state leggeri, quanto per l'amarezza d'animo per tante e sì diverse scene dolorose delle quali era stato spettatore ed in alcune anche attore.

Fra le ragioni che mi tormentavano eravi anche quella dell'inatteso scioglimento della mia ultima missione. Fallire lo scopo per dieci minuti, era doloroso! Chi aveva liberato il Re prima di me? Ben si comprende che in quella notte io aveva ben altro da fare che di occuparmi a venire in chiaro di quel fatto, ma lo seppi dappoi ed ecco cosa era avvenuto.