Il dado era gettato, conveniva pensar seriamente alla difesa.
Gli ufficiali lombardi vengono requisiti per andare in giro a portare gli ordini relativi ed io fra questi sono incaricato di andare nelle parti più lontane di Porta Romana. Monto a cavallo e mi presento alla porta di uscita, la via è sempre ingombra di persone che si agitano, che gridano, che spiegano la cosa a nuovi che sopravvengono con intenzioni ostili non conoscendo ancora la determinazione della decretata difesa; infine tale era la folla che io dovetti alzar la voce e spinsi il cavallo in quella folla, questa si aprì e mi lasciò passare.
In luogo di prendere la diagonale, che mi obbligava a traversar strade centrali, preferii andare diritto per la Corsia del Giardino e quindi presi la via lungo il naviglio meno frequentata, ma dove poteva spingere il cavallo anche al galoppo. Tralascio di descrivere la sorpresa degli ufficiali superiori ai quali recai quegli ordini. Essi ignoravano completamente ciò che era avvenuto in casa Greppi, nè sapevano comprendere la possibilità di una difesa che avesse probabilità di riuscita. Quella missione mi procurò la conoscenza delle condizioni della città anche nei luoghi lontani dal centro — chiuse la gran parte delle botteghe; la popolazione a capannelli, ma scarsa; regnava ovunque la desolazione o lo spavento. Il collegio Calchi Taeggi ove dovetti portar ordini fu l'ultima meta. Compiuta la mia missione ripresi il mio cammino, se non che vedendo come quà e là s'inalzavano barricate stimai non essere prudenza il tornare al mio posto a cavallo, poichè era molto probabile che o non vi potessi arrivare od arrivato non potessi più uscire. Giunto al ponte di Porta Orientale mi recai a casa mia colà vicina, vi lasciai il mio cavallo e per la via la più breve mi ricondussi a casa Greppi. Nella via Monte Napoleone ed in quella di S. Vittore Quaranta Martiri (ora Pietro Verri), nella via dei Bigli che sbocca sulla via del Giardino, si erano già costrutte barricate, ma qual differenza col marzo dello stesso anno! Mancava l'entusiasmo, mancava la fede nel successo; non mancava per piccolezza d'animo, ma perchè ognuno sentiva che ben altre erano le condizioni rapporto al nemico. Per quanto ognuno cercasse di illudersi era troppo chiaro che l'esercito austriaco nulla aveva che fare con quello del marzo passato; moltiplicato al decuplo e forse più, compatto ed ebbro di vittoria, cosa mai aveva a che fare con quello che era stato sorpreso a Milano dalla rivoluzione? L'esercito piemontese, si era battuto gagliardamente, ma era stato vinto, la ritirata era stata disastrosa, Milano aveva veduto il 3 agosto arrivare i soldati affranti dalla stanchezza e taluni ridotti come mummie ed istupiditi, eppure quell'esercito così rotto dalle fatiche si era ancor battuto il giorno innanzi, aveva lasciato sul terreno più di un bravo ufficiale e non pochi soldati, ma era stato soccombente. L'esercito austriaco accerchiava sempre più da vicino la città e vasto si estendeva il suo campo con innumerevole artiglieria; se anche i cittadini non sapevano enumerare distintamente tutte quelle cause esse reagivano colla potenza della realtà. Allorchè giunsi di nuovo a casa Greppi trovai la via ancor sempre stipata da gente e continuava il gridìo, mi presento al mio superiore, rendo conto della mia missione, ma tosto mi accorgo che la scena è cambiata di nuovo. Più d'uno dei comandanti di corpo era già arrivato e convien dire che giudicassero della possibilità di una difesa come la giudicavano coloro ai quali aveva recato io gli ordini. A togliere ogni speranza, a dare si direbbe l'ultimo colpo venne un generale d'artiglieria il quale dichiarò che il gran parco a quell'ora poteva già essere ben prossimo al Ticino. Or come si fa a difendersi senza munizioni?
Ma come mai, chiederà forse taluno, ignoravasi questo allo Stato Maggior Generale?
Guai, rispondo io, se chi è riposato e tranquillo ed in epoca di calma ed andamento regolare della cosa pubblica, vuol giudicare di epoche e momenti cotanto eccezionali colla stregua dei tempi normali; la prima condizione è il sapersi investire di quelle circostanze e di quei momenti cotanto critici, ed allora molte cose che sembrano impossibili diventano spiegabili. La spiegazione più ovvia che si potrebbe dare si è il dire: che oggi, assai più che in allora, la storia registrò fatti ancor più gravi, quali conseguenze di confusioni in momenti difficili. Per qualche tempo fu un continuo arrivo al palazzo Greppi di ufficiali superiori, di aiutanti per chiedere spiegazioni. Frattanto anche nel pubblico cominciava a trapelare la verità, ossia come la difesa fosse cosa impossibile. Il proclama avea destato in alcuni entusiasmo, ma in altri spavento; molti si chiesero se quella resistenza non avrebbe potuto costar assai cara a Milano, ed in capo a questi eravi il Podestà ossia la persona la più competente per parlare in nome della città; quella carica cotanto importante in quei momenti era coperta dal nobile Paolo Bassi, distinto patriotta, e ne diede allora solenne prova. Piene erano le sale di casa Greppi di ufficiali d'ogni grado mesti e silenziosi; io mi trovava nella maggiore di esse, allorquando quasi ad interrompere quella monotona dolorosa situazione, si annuncia l'arrivo del Podestà di Milano con due altri Assessori. S'informa immediatamente il Re che viene incontro e si ferma precisamente in quella sala, e direi quasi all'identico posto ove poche ore prima avea avuto luogo la scena che ho descritto di quello che implorò pietà per Milano; si preparava allora una scena opposta, ma quanto più sublime! Nel primo caso era il dolore che acciecava la ragione, nel secondo era invece la ragione che imponeva silenzio al dolore. Il podestà Bassi, piccolo di statura ma d'una figura nobile piena di espressione, s'avanza calmo, s'inchina avanti Carlo Alberto, e poi con voce commossa chiede se si sono ben considerati anche i pericoli di quella lotta! Che non esprimeva la sua maschia fisonomia in quel momento! Qual sacrificio ha dovuto fare! Nessuno più di lui doveva desiderare la difesa se fosse stata fra le cose possibili; ma a lui, il capo della città, non era lecito il chiudere gli occhi alla realtà. Ei sapeva che questo gli poteva anche costar caro, perchè vi erano esaltati che non volevano udir ragione, ma egli, il vero patriotta, posponeva la sua persona al bene del paese e veniva a compiere un atto doloroso ma che gli era imposto dal suo dovere; il Bassi in quel momento fu veramente sublime per la sua abnegazione.
Pur troppo la difesa non è possibile, fu la risposta di Carlo Alberto, altro non disse e salutato il Podestà si ritirò. Il Bassi rimase alcun poco con noi, io lo conosceva personalmente perchè ei faceva parte di quella Commissione per la legge elettorale alla quale apparteneva anch'io prima di andare al campo; tosto ritiratosi Carlo Alberto mi stese la mano: caro Torelli, mi disse, ci conoscemmo in tempi migliori. Quella Commissione avea seduto nell'aprile e maggio, i mesi delle più belle speranze; strinsi la mano all'ottimo uomo, ma non fui capace di aprir bocca, ero commosso di quella scena, di quella lotta che lacerava il petto a quell'uomo virtuoso.
Partito anche il Podestà si pensò seriamente a venire ad accordi definitivi col nemico, a riprendere le trattative per l'armistizio che era stato conchiuso la notte prima, ma poi disdetto; in pari tempo conveniva avvertire di nuovo i comandanti, che non erano venuti a casa Greppi, che sospendessero ogni ostilità. Per questo furono di nuovo messi in moto gli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore; si pensi con quale disposizione d'animo, affranti ed affaticati anche noi, dovevamo comunicare questi ordini; e notisi che in causa delle barricate non era più possibile valersi del cavallo. Allorquando finito anche quel cómpito, io ritornai al Quartier Generale, mi trovai nella assoluta impossibilità di rompere la folla; arrivai quando durava ancora quella scena stranissima fra il popolo nella via e gli oratori al balcone di casa Greppi; il popolo, ossia quella frazione minima del popolo milanese che pretendeva rappresentarlo, voleva spiegazioni intorno all'armistizio; taluno insisteva ancora sulla possibilità della difesa; si invocavano le Cinque Giornate, si ammoniva contro la prepotenza degli Austriaci che non avrebbero mantenuti i patti, si citava l'esempio di Vicenza; tutto questo come se non dipendesse che dal volere di chi comandava il riprendere le ostilità. Tuttavolta io che aveva veduto ed era stato nel mezzo della folla del mattino, trovai che la violenza era scemata di molto; si succedettero più oratori cercando spiegare la necessità di sottomettersi, ed insistendo sopratutto sulla garanzia pattuita delle persone e delle proprietà.
Finalmente cominciò a diradarsi la folla ed allora io entrai per la terza volta in casa Greppi per non più uscire che a notte avanzata. Tralascio di soffermarmi su quelle tristi ore, e dirò solo come fattosi notte cominciarono a ricomparire di nuovo alcuni esaltati che ripresero a gridare ed insultare, e si udì anche qualche colpo di fucile. Si tollerò, ma forse il vedere che non si reagiva indusse l'idea che si aveva timore. Però anche quel gridìo, quello schiamazzo non era continuo, ma ad intervalli, talvolta si faceva più forte ed udivasi qualche insolenza più distintamente come da persona che voleva dimostrare che aveva più coraggio degli altri, talvolta cessava anche interamente ogni rumore. Gli attori si cambiavano, discorrevano fra di loro e ad alta voce, e vi ebbero anche soliloqui, era un continuo via vai che durò più ore. Finalmente si decise di farla finita. Io me ne stava presso l'apertura di una finestra, che pel gran caldo che faceva erano tutte spalancate, allorquando un ufficiale mi avvisa che vuol parlarmi il primo aiutante di Sua Maestà. Copriva quell'alta carica il generale marchese Carlo La Marmora, principe di Masserano; egli era ciò che si direbbe un vero tipo di gentiluomo, ma in pari tempo franco come un soldato che va ritto al suo scopo. Entrando immediatamente in argomento, mi chiede se io voleva assumermi di andare a prendere e condurre colà due battaglioni delle guardie e disperdere quella ciurmaglia che rumoreggiava intorno alla casa; ma con un tatto della più squisita delicatezza mi fece comprendere che sapeva di darmi una missione che non era senza pericoli.
Signor generale, gli risposi, io parto immediatamente, abbia solo la bontà di dirmi dove sono accampate le guardie. — Fuori di Porta Romana, mi rispose d'esso.
Disceso all'istante nel cortile ed entrato nell'atrio che mette alla via e che era pieno di carabinieri chieggo al capo-posto che mi apra. — Egli esita — ma... Signor Ufficiale... mi dice... Signor Ufficiale!... Io comprendo benissimo la ragione della sua esitanza; ei credeva che uscire ed esser fatto a pezzi dovesse esser la stessa cosa, ma io non divideva quel timore e gli dissi: apra pure; io ho molta premura. — Allora cominciò ad aprire a poco a poco e solo tanto che io potessi passare per isbieco e quindi chiuse immediatamente.