Chi fosse che ebbe l'idea di suggerire la scelta del palazzo Greppi, per stabilirvi il Quartier generale non saprei dirlo. Certo si è che fu un'idea infelicissima e forse devesi a quella scelta se l'indomani si ebbero a lamentare quei disordini che resero così segnalato il giorno 5 agosto. Colà sceso anch'io dovetti pensare un po' anche ai casi miei, e però presentatomi al generale Salasco lo pregai che mi permettesse di andare a casa mia e potervi rimanere anche il mattino del giorno dopo, trattandosi che era certo di dovere espatriare, ma non sapeva se e quando avrei potuto ritornare; il generale acconsentendo volle che indicassi io stesso l'ora che sarei tornato. Non più tardi delle 9 antimeridiane. Qui risparmio al lettore i particolari di quella notte sì triste per me, dirò solo che la passai in bona parte raccogliendo quanto potei in documenti e valori, mettendo un orribile scompiglio in tutte le mie carte, assistito unicamente dalla servente che piangeva comprendendo benissimo ch'io doveva partire per sempre ed essa rimaneva incerta della sua sorte; in mezzo all'ansia che me pure opprimeva mi toccava a farle coraggio di continuo e la tranquillizzai poi dicendole, che giammai sarebbe stata licenziata in simili circostanze e poteva sempre calcolare sul mio appoggio ovunque fossi. Riunito che ebbi le mie carte a notte già bene avanzata presi un po' di riposo. L'indomani di buon mattino era già in piedi, completai alcune disposizioni prese la notte ed ordinai alla mia ordinanza che per le 8 1⁄2 tenesse pronto il cavallo volendo essere esattissimo alla mia promessa.

Poco prima delle 9 antimeridiane del 5 agosto abbandonai la mia casa per avviarmi al quartier generale principale in casa Greppi.

Lungo il corso di Porta Orientale (ora corso Venezia) vidi gruppi di cittadini che parlavano con grande animazione, altri procedevano mestissimi; allorchè arrivai presso la piazza del tempio di S. Carlo due cittadini mi si avvicinarono e coi modi i più gentili, cominciando col chiedere scusa se si permettevano di fermarmi mi interpellarono: se era vero che si era conchiuso un armistizio e l'indomani dovessero entrare i Tedeschi. Il loro aspetto esprimeva dolore profondo ed aspettavano con ansietà la mia risposta. La parola armistizio mi era di già giunta all'orecchio partita da uno dei crocchi incontrati ove si declamava ad alta voce; io aveva già tanta esperienza e conosceva si bene lo stato dell'esercito da giudicar tosto come la cosa esser dovesse non solo possibile ma inevitabile; tuttavia siccome io ignorava in realtà quel che fosse seguito mi limitai a risponder loro: io non so nulla, esco in questo istante da casa e vado al Quartier generale. Fui contento di non dovere aggravare il loro dolore con una risposta positiva, nè eravi ragione di dir loro cosa io ne pensava. Oggi vuole essere una giornata seria, dissi però a me stesso: Oggi più che mai occorre prudenza e calma, e feci proponimento di mantenerla.

Punto io pure dal desiderio di conoscere la verità spinsi il cavallo al trotto e presa la via di S. Paolo ed il vicolo di S. Fedele entrai nella via di S. Giovanni alle case rotte che sbocca sulla corsia detta allora del Giardino (ora via Alessandro Manzoni) dove havvi casa Greppi.

Io mi trovava di già vicino all'ingresso in quella via, allorquando odo il rumore di grida confuse ed un individuo armato di fucile mi viene incontro e gesticolando e movendo il fucile come fosse un bastone prorompe in ingiurie e gridando confusamente ripete spesso la parola casa Greppi. La via di S. Giovanni alle case rotte continuava allora sino alla corsia fiancheggiata a destra dalle case, che sussistono ancora, ed a sinistra dalla cinta di un giardino ed era anzi piuttosto stretta; l'energumeno essendosi piantato nel mezzo e movendo furiosamente in ogni senso il fucile la sbarrava letteralmente. Io che non capiva nulla di quel suo schiamazzo, signore, gli dissi senza scompormi, io non so cosa ella voglia, io vado precisamente a casa Greppi e non ho bisogno che nessuno mi insegni ov'è, faccia il favore di sgombrarmi la via. Queste parole le pronunciai in tuono risoluto ma senza ira, quell'individuo rimase come paralizzato, non replicò verbo, si ritirò da un lato ed io che non era più lontano di un centinaio di metri da quella casa ben presto la raggiunsi. La corsia del Giardino era zeppa di gente che faceva un chiasso enorme, entrai nel cortile di casa Greppi pieno di soldati, consegnai il mio cavallo ad un carabiniere e salii all'appartamento dov'eravi il Re Carlo Alberto e l'ufficio dello Stato Maggior Generale, e mi presentai al mio capo il generale Salasco. Oh era ben sicuro, mi disse, della sua puntualità, e poi soggiunse. Oggi è probabile che noi avremo bisogno dei nostri bravi ufficiali lombardi. Può contarvi con sicurezza, risposi io e fatto il mio inchino ritornai nella sala attigua dove vi erano i miei compagni. Appresi da loro cose gravi, l'armistizio era stato conchiuso durante la notte e recava che entro il mezzodì del giorno appresso (6 agosto) tutto l'esercito Sardo avrebbe abbandonato Milano ritirandosi in Piemonte; quell'armistizio era stato communicato al Municipio non che al Comitato che fungeva da Governo, la voce era corsa e tutta Milano era piena di quella notizia. Era naturale che il primo effetto esser dovesse quello dello spavento; le voci per quanto false anzi prettamente calunniose di crudeltà commesse contro prigionieri e sevizie contro cittadini erano penetrate anche in Milano. Cadere nelle loro mani oggi che sono tanto irritati questo poi no, si disse da molti ed in ogni parte della città; il ricordo delle Cinque Giornate era sempre fresco; le condizioni totalmente mutate dell'esercito austriaco erano ignorate dai più ed altri nel loro esaltamento non si davano per intesi ed il grido alle barricate, alle barricate risuonò di nuovo in Milano. Frattanto alcuni fra i più esaltati si erano recati al palazzo Greppi e volevano sapere netto e chiaro cosa eravi di vero; impediti di salire cominciarono a gridare nella via e poi si fissarono in capo di voler tenere come prigionieri quanti si trovavano entro quel palazzo compreso il Re. Si fu precisamente in quel momento di primo impeto che sopravvenni anch'io ignaro di tutto e per questo non aveva compreso nulla di ciò che volesse l'individuo che mi aveva fermato presso lo sbocco della via di S. Giovanni alle case rotte. Anche in palazzo Greppi non si era però tranquilli, cominciarono taluni a dire che dovendoci battere era ben meglio batterci contro i Tedeschi che contro i propri cittadini e come avviene che una corrente d'idee generosa nel suo fondo sebbene d'impossibile esecuzione, prima di essere abbandonata conviene che faccia il suo corso, perchè non si trova chi abbia il coraggio di opporvisi, così a poco a poco s'impadronì dei presenti l'idea della resistenza che più di tutti sorrideva a Carlo Alberto. Si era sotto il dominio di questa idea allorquando a darle l'ultima spinta decisiva, avvenne uno di quei fatti che sono caratteristici in quei momenti di esaltamento.

Si annuncia una deputazione di cittadini appartenenti a ceto civile, vengono non armati e chieggono di parlare a Carlo Alberto; egli ordina di lasciarla passare e viene egli stesso nella sala maggiore piena di ufficiali d'ogni grado. La folla si apre, compare da un lato la grande, la maestosa figura di Carlo Alberto, dall'altro si avanzano tre o quattro cittadini che vengono a parlare a nome del popolo milanese. A capo era un individuo grande, tarchiato, un uomo sulla quarantina; giunto alla presenza del Re si getta in ginocchio ed aprendo le braccia: Ah! Maestà, esclama con voce stentorea, salvi la sventurata Milano, e continuò di quel tuono; ma non volendo riferire che quanto rammento in modo esattissimo mi limito a rammentare il preambolo del suo discorso. Io era fra coloro che facevano spalliera fra il Re e quei cittadini, e posso dire che fu spettacolo imponente il vedere quell'individuo di forme atletiche in ginocchio colle braccia stese davanti a Carlo Alberto, ritto, gigantesco, immobile. Certo quanti ancor vivono fra coloro che furono presenti ricorderanno quella scena colla precisione che la ricordo io. Quando l'individuo ebbe finito, si alzi, disse Carlo Alberto, ci penserò. Si ritirò con alcuni generali, ricevette ancora una deputazione e si decise di difendersi. L'oratore che si era calmato corse coi compagni a dare ai Milanesi la buona notizia.

La parola era data; non parve a quelli che contornavano il Re e fors'anche a lui stesso che ciò bastasse per far conoscere la sua intenzione; conveniva farlo in modo solenne e si deliberò farlo mediante un manifesto.

Confuso coi miei compagni me ne stava ancora nella sala ove aveva avuto luogo la scena che ho descritta allorquando mi si avvicina un ufficiale e mi dice che il general Salasco desiderava parlarmi. Entro in un locale vicino pieno anch'esso di ufficiali ed il generale Salasco mi dice favorisca stender lei il manifesto. Si può facilmente immaginare l'impressione che doveva farmi simile incarico. Signor generale, risposi io, obbedisco ma voglia avere la compiacenza di spiegarmi bene il concetto che devo esprimere.

Ha udito che il Re vuol seguitare a difendersi, rispose d'esso, e poi soggiunse: Caro Torelli, vegga di far presto. Mi portarono un foglio di carta ed un calamaio; ritiratomi in un canto della stessa stanza in mezzo ai rumore di discorsi vivacissimi, lì sui due piedi, dovetti stendere quel manifesto che fu poi il grand'atto di accusa contro Carlo Alberto, che per puro atto cavalleresco, accarezzando l'ultimo filo di speranza, aveva voluto recarsi a Milano anzichè a Piacenza ben fortificata e dove poteva riposare e ricomporre l'esercito. Ma era detto che solo i posteri dovevano rendere giustizia al Re Martire.

Nel breve tempo che impiegai a stendere quel manifesto mi venne vicino il generale mio capo, per vedere se avrei presto finito, tanto era impaziente. Non molti di certo si trovarono sì pressati ed in momenti sì difficili e solenni a dover stendere un atto di tanta importanza in nome d'un sovrano. Finito che ebbi di stenderlo lo lessi al generale Salasco, ma accortomi che qualche frase meritava di esser corretta. Permetta, gli dissi, che lo ritocchi e lo copii. Ah no, va bene rispose e corse a mostrarlo a Carlo Alberto che l'approvò pienamente. Allora più non vidi quel foglio che doveva avere esso pure le sue vicende[39]. Venne recato alla stamperia più vicina, stampato, ed immediatamente diffuso in tutta Milano.