Ecco qual'era la causa; a Pizzighettone v'era una grande provvisione di polvere, più centinaia di barili; venuto l'ordine di sgombrare la fortezza non volevasi che quella preziosa provvista cadesse in mano del nemico, e d'altronde non eravi il tempo di trasportarla, si cominciò a gettarne una grande quantità nell'Adda, ma quel mezzo di distruzione non riuscendo abbastanza celere, venne il pensiero di accatastarne una gran massa nella piazza centrale e darvi il fuoco, dopo prese le debite precauzioni perchè tutti si allontanassero. La polvere non trovando resistenza non produsse che quello scoppio cupo che ho menzionato, ma la grande quantità generò quella sterminata colonna di fumo che dapprima produsse l'effetto di un torrente che andava dal basso all'alto, e finita la spinta si rovesciò sopra sè stesso, si allargò dapprima a forma d'ombrello, e poi cadde generando una specie di nebbia nera che avvolse tutta la fortezza; centinaia di mila lire andarono distrutte in pochi momenti, eppure era ancora l'unico partito che potevasi prendere. Salutato il generale Passalacqua, raggiunsi in breve il generale Ferrero che diede tosto le disposizioni per la nuova via a prendersi; ciò avveniva il 1º agosto e quando il quartier generale era in Codogno. Colà si dovette il Re decidere, o ad andare su Piacenza, ovvero su Milano; ragioni militari avrebbero consigliato la prima via, ma Carlo Alberto dichiarò che voleva difendere Milano, che del resto era sempre stata la sua idea e l'esercito mosse alla volta di quella città. Il 2 agosto verso sera ebbimo ancora qualche scaramuccia col nemico nella vicinanza di Lodi, ma di poca importanza, ed il 3 agosto dopo il mezzogiorno arrivammo sotto Milano.
Dal 22 luglio, giorno della partenza da Marmirolo a quello menzionato, non aveva più avuto notizia alcuna diretta da quella città. Durante la breve fermata di Goito dopo la battaglia di Custoza, io che non mi faceva illusioni di quanto era probabile, aveva scritto a mia moglie che si ritirasse in Piemonte, ma poi non avevo più avuto notizia di lei nè della famiglia. Alle preoccupazioni per ciò che riguardava la cosa pubblica, aggiungevansi anche quelle relative alle affezioni private. Sì tosto arrivato chiesi quindi al mio capo il permesso di potermi recare a casa mia, al che acconsentì pregandomi però di ritornare il più presto possibile. Fra tre ore sarò qui infallibilmente di ritorno. Giunto a casa mia appresi che mia moglie era andata a Novara, il che mi fece gran piacere. A custodia dell'appartamento era rimasta solo una servente tutta spaventata per le dicerie che correvano, sicchè cominciai col rassicurarla intorno alla falsità di quelle; sì tosto i vicini di casa appresero il mio arrivo, vennero a trovarmi avidi di avere notizie dell'esercito. Alla mia volta io non era meno ansioso di conoscere cosa era avvenuto in Milano. Come è facile l'indovinare fu un vero incrociarsi fra le loro dimande e le mie, e le reciproche risposte; ciò ch'io poteva dir loro il lettore lo sa; io cercherò riassumere in breve ciò ch'io appresi in quel primo colloquio famigliare coi vicini fra i quali eranvi persone distinte, compreso un alto impiegato dello stesso Governo provvisorio.
La notizia del fatto d'armi di Governolo del 18 luglio, elevato al rango di battaglia, nonchè di quello più importante di Staffale del 24 dello stesso mese, aveva elettrizzato la popolazione; l'ultimo in modo speciale era stato annunciato come una splendida vittoria, ed i fogli pubblici erano pieni delle notizie più rassicuranti. Non essendovi allora il telegrafo, richiedevasi più tempo perchè le notizie potessero giungere, ed il pubblico non veniva in cognizione che circa ventiquattro ore dopo ed anche più. Il 25 luglio, giorno della nostra sconfitta toccata a Custoza, era stato un giorno di grande allegria per Milano che festeggiava la vittoria di Staffale. Alla sera vi ebbe illuminazione in più luoghi della città. Ma ritorniamo sul teatro della guerra. La sera stessa della battaglia di Custoza, non che gran parte della notte successiva, fummo tutti occupati a dar provvedimenti per la ritirata, e credo che nessuno si assumesse l'ingrato incarico di partecipare al Governo la perdita della battaglia stessa. Si potrebbe osservare che non fu cosa molto regolare, ma in quei momenti si pensa dai capi anzitutto all'armata, ed era poi tanto più perdonabile la poca premura di dare quella notizia, in quanto che ignorandosi dal maggior numero la sorte del corpo del generale De Sonnaz, eravi pur sempre ancora la speranza di poter prendere qualche rivincita. Solo il 26 luglio da Goito si cominciò a partecipare ufficialmente al Governo provvisorio la nostra sventura. Ma come sempre avviene in simili circostanze, le notizie date dai privati avevano preceduto le ufficiali; già durante il giorno 26 qualche voce sinistra ha dovuto circolare in Milano. Tuttavolta, siccome un privato non fa sempre impunemente lo spargitore di notizie infauste, è molto probabile che le prime fossero avvolte in frasi dubbiose; certo si è che il 26 la gran massa del pubblico ignorava completamente il rovescio toccato il 25. Siccome però gli avvenimenti non davano tregua, così la realtà ha dovuto farsi strada ben presto, con che le notizie sfavorevoli finirono ad accavallarsi alle fortunate; entro la susseguente giornata del 27 cominciavano ad arrivare in Milano fuggitivi, non dell'armata, ma di quella massa di privati, che o per ragione di contratti ed appalti per sussistenze militari o per altra qualsiasi causa seguivano l'esercito. Allora la verità si fece palese in tutta la sua realtà e siccome è impossibile che non venga anche esagerata, per il che i fuggitivi sono sempre stati famosi, ovunque ed in tutti i tempi, così accadde che Milano passò bruscamente dall'esultanza per il trionfo ottenuto, allo spavento per la successiva disfatta. Il 28 luglio fu la giornata nella quale ebbe principio la triste fase di confusione e di spavento. Le notizie dell'esercito si succedevano ma tutte sfavorevoli; si era in piena ritirata. Il 28 suddetto si annuncia che stava per cadere Cremona e quantunque, militarmente parlando, non poteva avere grande importanza, non essendo città fortificata da potere offrire un punto d'appoggio per una resistenza; non è a dire quanto nel pubblico e sulla massa dei cittadini dovesse far senso quell'annuncio che venne tosto divulgato come fatto compito colle parole sono già a Cremona — è occupata Cremona — Cremona è caduta. I cittadini se la presero col Governo provvisorio al quale il giorno 29 luglio la piazza impose un triumvirato che assunse il nome di Comitato di pubblica difesa e cominciò a dare provvedimenti in suo nome.
Queste furono le notizie più essenziali che potei avere in quel primo colloquio coi vicini di casa; fui obbligato a troncarlo presto, volendo essere esatto e ritornare al mio posto prima che spirassero le tre ore che mi erano state accordate. Giunto al Quartier generale ch'era in un'osteria fuori porta Romana, detta di San Giorgio, mi venne assegnato un alloggio in una delle più vicine case. Le ore vespertine di quel giorno vennero impiegate in preparativi per la battaglia divenuta inevitabile per l'indomani. Le truppe vennero collocate fuori della città in gran cerchio che appoggiavasi colla dritta al Naviglio di Pavia; aveva il suo centro a Vigentino, Boffalora e Gamboloita, e colla sinistra si avanzava oltre porta Orientale. La truppa era però affranta dalla fatica e dalle sofferenze per il gran caldo.
Venuta la notte ebbi un po' di libertà e passai alcune ore con due amici che mi vennero a trovare e con ottimo consiglio avevano preparato un po' di pranzo in un'osteria vicina. Nel breve colloquio a casa mia non aveva potuto avere conoscenza che delle notizie le più essenziali intorno a quanto era avvenuto a Milano; ma con quei amici, uno dei quali era ufficiale della Guardia Nazionale e l'altro persona dell'alta società, vi ebbe un reciproco sfogo di notizie intorno agli avvenimenti, non solo di que' ultimi giorni, ma rimontando anche addietro. Essi mi narrarono come nei due mesi passati i partiti avessero sconvolto Milano, come si fossero imposti alla popolazione con una stampa la cui sfrenatezza non aveva nome, come molte famiglie civili fossero andate in campagna per sottrarsi a quella tirannia. Si predicava apertamente la necessità della Repubblica; ben prima di quei giorni, il Mazzini aveva trovato modo d'influire direttamente sul Governo dominando uno dei suoi membri. La piazza s'era fatta onnipotente; si univano quindici o venti, si recavano in piazza S. Fedele avanti al palazzo Marino ove sedeva il Governo, e cominciavano a gridare ad alta voce, fuori il Governo provvisorio e volevano notizie dell'esercito e delle intenzioni del Governo. Come potesse camminare l'amministrazione pubblica, in simili condizioni, è facile immaginarlo; si facevano piani di campagna, e si discutevano, nei giornali i più esaltati; si criticavano le operazioni dell'esercito ed obbligava talvolta lo stesso Governo provvisorio ad ingerirsi con consigli che provenivano da loro, nei piani di guerra. Quanto al futuro regime da darsi alle Provincie liberate dal dominio straniero, doveva basarsi sopra libertà ben altrimenti più larghe ancora di quella che godevano e della quale tanto abusavano; la stampa infine si era convertita in vera reale tirannia per i tranquilli cittadini, minacciati sempre di venire denunciati di Piemontesismo o di poco liberali, e perfino di aderenti in segreto all'Austria. Segnalato sopra tutti ne andò il giornale detto L'Operaio, redatto da certo Perego, era divenuto un vero flagello pei cittadini; entrava nelle domestiche pareti mettendo a repentaglio l'onoratezza e la buona fama di oneste persone[38].
Infine sarebbe cosa impossibile il descrivere la confusione che tutto quell'insieme aveva generato nelle menti, e voler rappresentare lo stato morale della città di Milano nel giugno e luglio del 1848. Non occorre tampoco accennare come gli autori principali di quei disordini, sì tosto pervennero le notizie sfavorevoli, si lanciassero contro il Governo provvisorio reclamando la sua rimozione, dichiarandolo inetto e non al livello dei tempi e delle gravi circostanze; se nonchè allorquando il pericolo si fece maggiore e gli Austriaci si avvicinavano a Milano, tutti quei caporioni se ne fuggirono ed i più andarono a Lugano per sorvegliare, come dicevano, gli avvenimenti.
Venni assicurato che la confusione in Milano dal 30 luglio al 1º agosto, ossia quando si sparse la notizia che i Tedeschi aveano passato l'Adda, fu qualcosa d'indescrivibile. Chiunque poteva, voleva fuggire dalla città, ma altri volevano invece che s'impedisse dicendo che questo spaventava vieppiù coloro che non potevano assentarsi; prevalse il partito più sano di lasciare che ognuno facesse quello che voleva ed una massa veramente considerevole abbandonò Milano, e realmente quando si giunse coll'esercito, si trovò assai squallida. Pur troppo però quei giorni di grande esaltazione non andarono privi di gravi sventure. Si parlò ancora di spie, di tradimenti, d'intelligenze col nemico, e si volle trovare i colpevoli. I più esposti alle violenze erano gli stranieri; uno di questi, trovato a contemplare il castello, venne circondato da popolo che lo qualificò senz'altro da spia; lo sventurato si smarrì ed allora gli furono addosso con calci e con pugni; alcuni cittadini più calmi ed umani accorsi a quella scena s'intromisero e protestando che lo volevano condurre all'ufficio di Sicurezza Pubblica, lo presero di mezzo, se non chè, durante il tragitto i più esaltati si lanciavano contro di lui dandogli pugni nel ventre e nello stomaco, sicchè allorquando arrivato all'ufficio venne introdotto nella camera stessa del Direttore gettatosi su di una sedia, spirò. Venne poi riconosciuto che era un Ticinese, appaltatore di opere stradali, ottimo uomo che non avea mai fatto male a nessuno. Citai questo fatto, fra i non pochi che funestarono quei giorni, perchè questo mi venne narrato dallo stesso Direttore, l'illustre Fava, che fu presente alla morte dello sventurato. Così in quella città, ove nel marzo dello stesso anno il popolo aveva rispettato un Bolza, ossia uno dei capi più esecrati della Polizia austriaca, si inveiva anche per lontani sospetti contro innocenti; tanto influisce anche sulle masse la fortuna favorevole o contraria. La vittoria del marzo aveva elevato il sentimento della popolazione, l'aveva inalzato alla generosità ed al perdono e fu atto veramente nobilissimo quando si pensa che il Bolza aveva tiranneggiato per lunghi anni, sicchè il suo nome godeva di triste celebrità; all'opposto in quei giorni la sventura avea offuscato le menti ed accesi gli sdegni che chiedevano uno sfogo che cadde sopra innocenti. Nella popolazione vi era però sempre una parte buona, umana e calma, come lo provò il tentativo per salvare l'infelice Ticinese e come lo provarono molti dei nostri soldati. Da circa due settimane nessuno aveva potuto cambiarsi, taluni erano laceri; l'indomani dell'arrivo, ossia il giorno 4 agosto di buon mattino, vedevansi i cittadini distribuir camicie ai soldati e recarne carri interi ai campi; i soldati che per una ragione o altra entravano in città, venivano accarezzati e si porgevano loro cibi e bevande; la gran massa dei cittadini mostrava infine il suo buon cuore e capiva, col suo retto senso, che quei poveri soldati erano ancora l'ultima loro speranza. Nelle relazioni che trovansi stampate intorno a quei giorni nefasti, si accenna in non poche di esse a fatti diametralmente opposti, ad ufficiali ed a soldati insultati, non solo, ma contro i quali si tirarono fucilate e vi ebbero dei feriti. Non credasi però che questo includa una contraddizione. È vero l'uno e l'altro fatto, havvi fra i due questa differenza, che quelli che io ho citati sono del 4 mattina, e li posso garantire in tutta l'estensione del termine, poichè fui presente io stesso alla distribuzione di biancheria, laddove i fatti narrati di ostilità appartengono al 5 agosto, ossia quando, perduta anche la battaglia sotto Milano, più non eravi speranza alcuna, e solo i più esaltati dominavano nelle vie. Ma ritornando ora al convegno coi miei amici, se io aveva chiesto molto a loro, non era poco nemmeno quello che essi chiesero a me. Come è ben naturale, ciò che più d'ogni cosa gli interessava, era di conoscere il vero stato dell'esercito, e quale affidamento potevasi ancor fare sul medesimo per l'inevitabile battaglia che doveva aver luogo l'indomani. Io non poteva ascondere i miei dubbi e parlava con persone troppo franche per non usare anch'io di egual franchezza; il fatto più grave che dovetti dir loro era la sottrazione al nostro esercito di una divisione intiera, quella del generale Sommariva che era andato a Piacenza; faceva parte di quella divisione una delle brigate che più si erano segnalate nella campagna, la brigata Aosta, e quanto dovesse influire quella sottrazione era facile immaginarlo. Oltre di questo non poteva ascondere lo stato veramente deplorevole in generale del nostro esercito; ma, come suol dirsi, finchè havvi vita, havvi speranza, e non potevasi escludere una possibilità di combattimento felice; si calcolava inoltre su certe inondazioni che dovevano aver luogo e che avrebbero rese difficili le mosse del nemico; se ne parlava di già a Lodi di questo piano di allagamento. Soverchiante era il numero dei nemici, ma si sperava anche qualche aiuto nella Guardia Nazionale, infine qualche speranza potevasi pure ammettere. Tardi ci congedammo poichè e dall'una e dall'altra parte eravi sempre qualcosa da chiedere.
L'indomani, 4 agosto, io mi trovava all'alba all'osteria di S. Giorgio agli ordini del mio capo. Il re Carlo Alberto aveva colà passata la notte. Le notizie del nemico confermavano sempre più che avrebbe in breve attaccato; tuttavia se si fa astrazione di fucilate d'avamposti, l'attacco formale che segnalò il principio della battaglia non ebbe luogo che poco prima del mezzogiorno.
Il Re si trovava sulla via che conduce a Lodi, fuori di porta Romana ed a circa mezzo chilometro, se pure, dalle mura della città. I Tedeschi fecero lo sforzo principale su di un punto intermedio fra porta Romana e porta Vicentina, detto Gamboloita; verso l'una l'azione era divenuta generale; vi ebbe più di un morto e ferito a poca distanza dal Re, e posso anzi narrare un fatto del quale fui testimonio. Il Re si trovava in prima linea, ossia avanti tutto il suo seguito, e dietro ad esso stavano due aiutanti ed il generale Salasco, e vicino a questi mi trovava io; alquanto più addietro eranvi altri ufficiali ed addetti allo Stato Maggior Generale, fra i quali un colonnello polacco.
Or bene una palla da cannone venne, facendo tal giro così singolare, deviata probabilmente dall'aver battuto contro piante che entrò nel gruppo degli ufficiali, che stavano dietro il generale Salasco, portò via netto la testa del cavallo del colonnello polacco ed andò a ferire un cavallo del Re, che uno staffiere teneva a mano come scorta e gli fece sì profonda ferita che si dovette ammazzare tosto onde por fine alle sue sofferenze. L'inondazione sulla quale si faceva assegno non ebbe luogo. La Guardia nazionale però intervenne in numero non molto grande, ma di certo vi era. Verso le tre sopravvenne un temporale con tal violenza che sospese per qualche tempo la battaglia. Le sorti si decisero a Gamboloita ove i Tedeschi presero due cannoni e dopo le quattro venne ordinata la ritirata, ed il Re Carlo Alberto entrò in città.