Carlo Alberto rifiuta le proposte — Si riprende la ritirata — Sofferenze dei soldati — Buone disposizioni dei Comitati — Episodio di Codogno — Fatto d'armi di Cremona — Difesa della linea dell'Adda — Il general Sommariva si ritira su Piacenza — Episodio di Pizzighettone — Arrivo dell'esercito sotto Milano — Battaglia del 4 agosto — Il quartier generale principale viene stabilito in casa Greppi.

L'offerta del generale Hess parve troppo esigua a Carlo Alberto che rifiutò e quindi si dovette tosto pensare a proseguire la ritirata. Ciò avveniva verso la sera del 27 e da quel momento non fu interrotta che dalle soste per combattimento della nostra retroguardia coll'avanguardia del nemico, e d'una mezza giornata per un combattimento più lungo e serio sotto le mura di Cremona, avvenuto il 29.

Grandi furono le sofferenze dei poveri soldati pel disordine dei viveri e pel gran caldo; si sarebbe detto che pioveva fuoco; si cercava far camminare i soldati di preferenza nella notte, ma non sempre si poteva, e spesso bisognava spiegarsi a destra ed a sinistra in attesa di un attacco; aggiungasi a questo una polvere che avvolgeva le colonne intere della truppa che, esausta ed arsa dalla sete doveva talvolta tollerarla per lunghe ore. Per dar un'idea del caldo di que' giorni, citerò un fatto che accadde a me, di nessuna importanza per sè, ma espressivo qual prova dei caldo. Io recava a tracolla una tasca in pelle divisa internamente da un diafragma; nell'una parte teneva il cannocchialino da campagna e la carta geografica, nell'altra aveva una piccola scorta di cioccolatta incartocciata. Un giorno volendo levare il cannocchiale sbaglio lo scompartimento ed entro colla mano in quello della cioccolatta e sento che le dita s'immergono in una poltiglia, ritiro immediatamente la mano e veggo che quella densa poltiglia altro non era che la cioccolatta che si era fusa precisamente come se fosse stata posta sul fuoco; aveva rotta la carta e s'era sparsa nella tasca di pelle. È vero ch'era a cavallo da molte ore e nelle più calde e la borsa in pelle nera facilitava il concentramento del calorico, ma si pensi a qual grado doveva salire per liquefare a quel modo la cioccolatta. Ma il caldo, si dirà, doveva pur sentirlo anche il nemico, era il medesimo sole che ci saettava e percorrevamo la stessa via, e ciò è verissimo; ma se reagiva egualmente sul fisico, trovava nel morale una resistenza ben diversa. Sotto tale rapporto noi eravamo in condizioni diametralmente opposte; il Piemontese, vera stoffa da soldato, sentiva profonda l'influenza morale, comprendeva che più non si scongiurava la fortuna, ed alle sofferenze fisiche si univano quelle dello spirito che abbattono più delle prime, e d'altronde eravi poi anche questa differenza che quando l'esercito austriaco voleva riposare era padrone di farlo, ma la stessa cosa non poteva dirsi del nostro che anche in questo doveva subire la legge dal vincitore.

Una causa grave di sofferenze come già accennai fu quella del disordine nella distribuzione dei viveri. Il servizio era male organizzato ed al campo vi ebbe sempre contemporaneamente in un luogo difetto e nell'altro abbondanza, privazioni e sciupamento; la massa viveri non mancò mai, ma così mal distribuita e sopratutto poi nei giorni di battaglia, che il povero soldato rimase più d'una volta 24 ore senza cibo. Il vizio veramente organico stava in ciò, che il trasporto dei viveri si faceva da imprese private, e non da un corpo con disciplina militare; ora que' impresari temendo cader nelle mani del nemico e perder carri e cavalli, si allarmavano anche per pericoli ideali e ridicoli e trovandosi anche a grandi distanze dal nemico. Mentre io (28 luglio) mi recava a Cremona per prendere disposizioni, incontro un piccolo convoglio di quattro o cinque carri, tirati da buoi che trottavano. Era nato un falso allarme per un preteso corpo austriaco che si diceva vicino; coloro che conducevano quel convoglio presi dallo spavento non contenti di battere le bestie perchè corressero, avevano aguzzato dei bastoni e pungevano con questi i buoi a sangue, al punto, che, quando io l'incontrai, o per meglio dire li raggiunsi, trottavano alla lettera, come quelli che li pungevano. Sdegnato a quella vista mi collocai anzitutto col mio cavallo avanti al primo carro, intimai ai conducenti che si fermassero, e li apostrofai con una vera scarica di epiteti uno più forte dell'altro, poi gli dissi: che i Tedeschi non avevano le ali nemmeno essi, che fra loro e noi v'erano più di 20 chilometri ed il nostro esercito di mezzo. Credesi forse che reagissero? Nulla affatto; si pigliarono in buona pace quel subisso d'insolenze, ma siccome erano stanchissimi essi pure come i buoi che cacciavano, quell'assicurazione del nessun pericolo per quanto condita bruscamente fece loro piacere, cominciarono a scusarsi dicendo che avevano visto altri a fuggire, e senza cercar altro fuggivano anch'essi; io divenni più mite e tornai sull'argomento dimostrando loro colle buone, quanto assurdo fosse quel panico; mi feci promettere che avrebbero continuata la loro via di passo e con tutta calma, ed io proseguii il mio cammino. L'assicurare i viveri all'esercito fu uno dei cómpiti più ardui che cadde sugli ufficiali lombardi dello Stato Maggiore dal 27 luglio al 3 agosto: io non conobbi più ciò che volesse dire riposare su d'un letto; durante la notte procedeva sempre per intendermi coi Municipii e coi Comitati, onde non mancasse il necessario; durante il giorno doveva portar ordini pei movimenti militari. Una cosa dolorosa che mi dava non poca pena erano le inevitabili dimande che mi facevano sulle probabili sorti della guerra, tutti speravano che si facesse resistenza e si desse battaglia, in modo che il loro paese non cadesse nelle mani dei Tedeschi; io non voleva illuderli, ma nemmeno spaventarli, stava quindi sulle generali, ma coloro che conservavano ancora calma di spirito, ben comprendevano che la speranza di vincere non era grande. Ben potrei però accennare ad onore di più d'un Municipio e d'un Comitato quanta premura e quanta buona volontà vi mettessero. A Cremona, per esempio, ove io giunsi il 28 a notte avanzata trovai al Municipio il Comitato ancora riunito, e non è a dire con quanta prontezza e benevolenza annuisse ad una dimanda assai forte per razioni di viveri; ma chi mai ricorda ora, chi apprezza que' meriti? Eppure quei servigi resi in circostanze cotanto difficili e sventurate esser dovrebbero i più ricordati. Per essere almeno io fedele a questa massima non voglio tacere un fatto che mi avvenne in quei giorni e che torna ad onore del clero e dei cittadini di Codogno.

Era il 28 luglio verso il cader del giorno ed io mi recava in quel paese portando ordini; lungo la via incontro un corpo di truppa che camminava stanco, spossato; cavalco per qualche tempo a suoi fianchi e veggo che un soldato che camminava in riva al fosso stradale lascia cadere un pane che rotola nel fosso ma di poca profondità ed asciutto, e nè esso nè altro fra i soldati si dànno il fastidio di raccoglierlo. Mi rivolgo al primo ufficiale che trovo e gli narro l'accaduto. Che vuole, mi risponde d'esso, io ho dei soldati che non digeriscono più il pane, tanto hanno lo stomaco alterato e quindi non mi reca meraviglia quanto ella mi dice; tale poi è la stanchezza generale che nessuno avrà voluto far la fatica di discendere nel fosso per raccogliere quel pane. Codogno è famoso pei suoi latticini, è un gran centro produttore di burro e formaggi; mi viene in mente di trar partito di quella sua ricchezza ed arrivato indi a poco colà, dopo esaurito il còmpito affidatomi, vado diritto dal parroco, gli dico che arriverà quanto prima un corpo esausto dalla fatica e tanto che a molti ripugna perfino il pane; in un paese con tanti ricchi fittabili si potevano fare delle polente ed unirvi un po' del famoso burro o del formaggio, era persuaso che quel cibo caldo ed omogeneo ai soldati li avrebbe ristorati. Il buon parroco chiamò tosto un suo coadiutore, gli ordinò che cercasse subito tre o quattro altri sacerdoti e si spargessero per Codogno esortando la popolazione a far polente accompagnandole poi con un po' di burro o di formaggio che i soldati sarebbero venuti a prenderle.

Alla prontezza del parroco e dei sacerdoti da lui chiamati in aiuto, corrispose la bontà d'animo di quegli abitanti; in meno di due ore si erano preparate polente in ogni parte di quel grosso borgo. Frattanto era arrivato anche il corpo di truppa e si era accampato fuori del paese. Mandai ad avvertire il comandante come gli abitanti di Codogno avessero preparato una sorpresa pei soldati con polente e burro, volesse mandare buon numero di soldati onde trasportarle al campo. Il comandante non si fece pregare, e si videro file di soldati guidati da sacerdoti e cittadini alle diverse case, che a due a due portarono quelle polente, alcune delle quali erano di grandi dimensioni e tutte avevano del burro e del formaggio. I soldati fecero gran festa a quel regalo. Molti anni dopo trovandomi io in Firenze in una società ed essendo caduto il discorso sul buon umore del soldato piemontese, un ufficiale di artiglieria volendo addurne un esempio narrò: come essendo egli ufficiale d'artiglieria in una batteria di campagna che nella ritirata del 1848, sopra Milano erasi fermata a Codogno, quegli abitanti avessero preparate delle polente con burro e formaggio, del che era stata partecipe anche la sua batteria, e che egli aveva dovuto fare le meraviglie vedendo come quel piccolo avvenimento avesse tosto cambiato l'umore dei soldati, alcuni dei quali facevano dei brindisi colla polenta agli abitanti di Codogno. Quando si pensa alle enormi fatiche che avevano sostenuto, alla prostrazione d'animo che generalmente dominava, non si può a meno di convenire nella sentenza di quell'ufficiale, che poco basta per eccitare il buon umore nel soldato piemontese. Ma perchè mai non dedicheremo due righe di lode anche ai buoni cittadini di Codogno se anche solo dopo 35 anni? Quei slanci svelano la buona natura della popolazione; ma perchè si avesse a giudicare come merita, converrebbe potersi trasportare col pensiero a quei giorni. Universale, come ripeto, era lo spavento per le asserte calunniose crudeltà commesse dagli Austriaci contro inermi cittadini.

Lo stato della nostra armata diceva chiaro, come pur troppo passati forse anche solo due giorni Codogno sarebbe stata occupata dai Tedeschi; non pertanto si adoperavano con tanto zelo ed amore verso i nostri poveri soldati. Certo fu ben piccola risorsa rapporto al numero che poterono parteciparvi in confronto all'esercito intero, ma fu di vero sollievo per quelli a cui toccò ed il contegno di quegli abitanti merita esser ricordato poichè verranno indubbiamente altri tempi, fosse anche solo in avvenire lontano, nei quali la carità cittadina potrà essere di sollievo a soldati affranti dalle fatiche come quelli della ritirata del 1848. Auguriamo pur sempre che la fortuna secondi le nostre armi, ma non illudiamoci al punto da non ammettere come cosa possibile anche rovesci e sventure. Ultimate le mie incombenze tornai a Cremona.

Il 29 luglio ebbimo a sostenere presso quella città un attacco da parte del nemico, vi ebbe un combattimento che durò più ore; l'esercito nostro benchè già sconnesso tuttavia era però ancora abbastanza compatto ed ordinato, che quantunque ceder dovesse a fronte della gran superiorità di numero del nemico, non perdette nella ritirata nè prigionieri nè un pezzo d'artiglieria.

Un grosso temporale venne anche in quel giorno a rinfrescare alquanto l'aria infuocata.

Dopo l'abbandono di Cremona non rimaneva più che la linea dell'Adda che ancora poteva prestarsi ad un piano di difesa, e realmente il 31 luglio il generale Bava aveva impartito istruzioni in proposito. Ei contava sulla cooperazione del Comandante della 1ª Divisione, il generale Sommariva D'Aix, il quale formava l'estrema sinistra, ed il 31 stesso mese aveva passato il fiume a Grotta d'Adda, ma il 1º agosto sopraffatto dal nemico che aveva gettato un ponte in quelle vicinanze, il generale Sommariva lungi dal poter dar la mano al generale Bava, erasi recato a Piacenza con tutto il suo corpo; quello sconcertò il piano della difesa dell'Adda al quale si rinunciò, e si dovettero contromandare tutti gli ordini. Incaricato di una di quelle missioni, e precisamente presso il generale Ferrero che si trovava in vicinanza di Pizzighettone mi avvenne di essere presente ad uno di quei spettacoli che difficilmente si ripetono, perchè prodotti da combinazioni fortuite, e da determinazioni instantanee. Io andava in cerca del generale Ferrero per recargli l'ordine di cambiare di direzione; giunto a poca distanza da quella fortezza incontro il generale Passalacqua che colla sua brigata seguiva la via tracciatagli in forza del piano di difesa che dovevasi abbandonare, lo fermai e lo pregai sospendere la marcia e di voler prender cognizione di quell'ordine che recavo al generale Ferrero. Ei stava leggendo quell'ordine allorquando si ode un colpo come di tuono cupo, ma tuttavia sì forte da far tremare la terra, in pari tempo dal centro di Pizzighettone s'alza un'enorme colonna di fumo, ma del diametro di più diecine di metri, e questa si slancia ad un'altezza non minore di 50 o 60 metri poi ad un tratto si ferma, la cima si trasforma in un enorme ombrello che ricade su sè stesso formando gran vortici di fumo ed avvolge dilatandosi tutta la fortezza; il generale Passalacqua sospende la lettura ed attonito al pari di me e degli ufficiali che lo circondavano contempla quello spettacolo sì imponente ma che non durò che pochi minuti.