Frattanto tutta la truppa è in moto; ogni quarto d'ora il general Bava manda un ufficiale a vedere se il nemico avanza, ei volle attorno a sè tutti gli ufficiali addetti allo Stato Maggiore, credo che fra i superstiti posso ancora annoverare il Minghetti, Vincenzo Ricasoli ed il duca di Dino. Alle ore 7 ant. eravamo ancora nella piazza di Villafranca e l'ultimo atto che si fece fu una lettera stesa su d'un tavolino d'un piccolo caffè nella piazza stessa, diretta al comandante dell'esercito nemico nella quale si raccomandavano i feriti alla sua umanità, e venne consegnata ad un impiegato del Municipio pel ricapito.
Non occorre dire ch'era stesa in termini tali da non lasciar punto travedere che si dubitasse d'un buon trattamento; e nessuno di noi dubitava davvero; ma anche quell'atto si era dovuto fare per calmare l'apprensione dei feriti che era impossibile di trasportare. Poco dopo le sette un ufficiale mandato in ricognizione annuncia che il nemico è in marcia; allora il general Bava e noi tutti abbandoniamo Villafranca avviandoci verso Goito.
La marcia procedeva lenta ma regolata. Avevamo percorsi pochi chilometri allorquando un corpo di cavalleria nemico di ussari, attaccò la nostra retroguardia all'estrema destra, ch'era composta della brigata Piemonte.
Fatto un dietro fronte que' bravi soldati impegnarono un combattimento con tanta risolutezza che stesero al suolo un buon numero di assalitori e dalle relazioni che apparvero dopo si seppe che fra i morti vi ebbe un maggiore, precisamente un Seczeny, non sappiamo se della grande famiglia ungherese, ma il fatto è certo.
Quei soldati in quella breve ma energica azione diedero proprio l'idea del leone ferito al quale il dolore non scema ma aumenta la ferocia. Il nemico desistette dall'attacco. — A circa mezza via raggiungemmo il mesto convoglio de' feriti. Vi ebbe allora una sosta e per qualche tempo io mi trovai di fianco ad uno di quei carri; erano di quelli che colà si usano pel trasporto del fieno e sono assai grandi e muniti all'ingiro di una specie di restelliera, i feriti erano assisi e col dorso appoggiato a quella. Il caldo era opprimente ed alcuni di questi sventurati si erano levata persino la camicia, si vedevano torsi erculei, sopratutto di artiglieri, ma incredibili dovevano essere le sofferenze di molti che si contorcevano sotto gli spasimi; da ogni parte sgocciolava sangue. Per circa mezz'ora fui obbligato di rimaner al fianco di que' carri di dolore, senza poter recare il minimo sollievo e pur troppo non arrivarono nemmeno tutti vivi a Goito. Allorchè si levarono da que' carri se ne trovarono due morti. Dio solo ha contate le sofferenze di que' infelici, e se que' tristi, che colle stolte dicerie di barbarie inventate, furono la vera causa di quella morte, forse immatura, avessero avuto coscienza, avrebbero dovuto sentirne rimorso, ma ben lungi da questa si può invece esser certi che si saranno vantati di aver sparse quelle voci come mezzo d'infiammare alla resistenza, senza pensare che su ben pochi poteva produrre quell'effetto, e che moltissimi invece non chiamati a combattere o divenuti impotenti, come precisamente i feriti, si sarebbero spaventati. — Non è a dire il male che produsse quella scellerata calunnia, che si sparse in tutta la Lombardia.
Tornando ai nostri sventurati i più fortunati furono quelli che non si poterono trasportare e rimasero nelle ambulanze ove vennero trattati dai Tedeschi con tutta umanità, precisamente come noi trattavamo i loro feriti.
Verso le ore 3 si arrivò a Goito ma, come ripeto, noi formavamo l'estrema retroguardia; il Re ed il grosso dell'esercito erano arrivati molto prima. Colà apprendemmo un fatto grave; il giorno innanzi sì tosto era stata decisa la ritirata, il generale in capo mandò un ordine al generale De Sonnaz di tener fermo in Volta onde l'esercito nostro, ossia quello sulla sinistra del Mincio, non venisse girato da quella parte, e potesse fare la sua ritirata su Goito; quell'ordine scritto in matita venne affidato al duca di Dino perchè lo recasse a Volta. Era questi un bravo ufficiale francese appartenente alla più alta aristocrazia di quella nazione, ed era venuto a far la guerra per amore all'Italia, aveva grado di capitano ed era in ottima relazione con tutti noi. Ei si diresse a me perchè gli spiegassi la via che doveva tenere, ed io colla carta alla mano gli indicai sì chiaramente la via da Villafranca a Pozzolo, precisamente quella che aveva fatto al mio ritorno da Volta, ch'era impossibile ogni equivoco; per maggior sicurezza il capo dello Stato Maggiore volle che fosse accompagnato da una scorta di quattro carabinieri. Ei pervenne felicemente alla sua meta, ma per sventura quell'ordine steso in fretta e forse mal scritto venne interpretato a rovescio, ossia come un ordine di abbandonar Volta e nel mattino del 26, il generale De Sonnaz fece la sua ritirata su Goito. — Giunto colà il Re, sorpreso di trovarvi il corpo di quel generale, montò in collera e gli ordinò di ritornare immediatamente a Volta, e riprendere quella posizione. Obbedì esso e la truppa benchè stanca rifece il cammino, e giunse verso le sei ai piedi della collina. Quivi dopo breve sosta il generale ordinò l'attacco e s'impegnò una lotta vivissima col nemico che aveva il vantaggio della posizione dominando la pianura dall'alto, ma tale fu l'impeto dell'assalto, sopratutto della brigata Savoja, che il nemico venne sloggiato e venne ripresa Volta, ma con gran perdita da ambo le parti.
Fu l'ultimo fatto d'armi brillante da parte della nostra truppa. Entrando in Goito, piccolo paese cinto da mura che ricordano il medio evo, s'incontra a sinistra presso la porta una torre quadrata e tozza, io con altri salimmo su quella e vedemmo da colà l'avanzarsi dei nostri, e l'attacco proprio al cader del giorno. Rinacque un raggio di speranza ma non doveva durare a lungo. — Nella notte si avanzò su Volta il grosso dell'esercito nemico ed i nostri dovettero nel mattino del 27 abbandonar di nuovo Volta, e ripiegare ancora su Goito, ove si trovò concentrato in quel giorno la gran parte del nostro esercito. Carlo Alberto credette venuto il momento per trattar della pace, e mandò al campo austriaco i generali Bes e Rossi ed il colonnello Alfonso La Marmora ch'era capo dello Stato Maggiore della divisione comandata dal duca di Genova. Partirono prima del mezzodì di detto giorno 27 luglio e si recarono a Volta e quivi conferirono col maresciallo Hess, il capo dello Stato Maggior Generale dell'esercito austriaco. Lunga fu la conferenza non essendo ritornati que' tre incaricati che verso le 5 pomeridiane. Frattanto Carlo Alberto attorniato da suoi ajutanti e da tutti gli uffiziali dello Stato Maggiore stava attendendo l'esito in un campo a Cerlongo, qualche chilometro più innanzi da Goito verso Volta seduto all'ombra d'un gelso, con un caldo canicolare. Eravamo su quel campo di battaglia che aveva veduto sorridere la fortuna il 30 maggio, ma in quel giorno invece tutto spirava mestizia, e ben poca speranza potevasi nutrire dall'esito delle trattative.
Arrivati all'ora indicata i nostri incaricati presentarono al nostro Re un progetto di armistizio elaborato dallo stesso Hess. Si prendeva qual base, la linea dell'Adda, cedevasi dall'Austria a Carlo Alberto su per giù, l'antico ducato di Milano. Si volle da taluno negare quella proposta, ma il La Marmora divenuto più tardi ministro della guerra, ricuperò il documento originale colla firma del maresciallo Hess, datato da Valeggio del 27 luglio, ch'era rimasto presso il ministro Des Ambrois che accompagnava il Re qual ministro responsabile, ed ora quel documento si trova all'Archivio di Stato in Torino. La cosa non ha più che un interesse storico, ma valgano questi particolari a dimostrare il concetto che il nemico aveva dell'esercito piemontese, se per troncare la guerra acconsentiva ancora ad un sacrificio, qual era quello della cessione a Carlo Alberto di quasi tutto il paese che formava un giorno l'antico ducato di Milano.