Trassi allora il fazzoletto facendo segno come desiderava transitare e poco dopo si staccò una barchetta alla nostra volta. Ringraziai la buona donna e salii in barca. Durante la traversata il barcaiuolo mi narrò che i Tedeschi erano realmente venuti sino presso Pozzolo, ragione per la quale tutti erano fuggiti, e si erano nascosti nelle case perchè in quelle circostanze il solo mostrarsi può costare la vita; seppi più tardi che a poca distanza da Goito avevano sorpreso un'ordinanza che conduceva dei cavalli di un ufficiale superiore (Villamarina) e li presero come preda di guerra; ma ritornando alla mia missione, benchè quella sventurata combinazione mi avesse fatto perdere un tempo preziosissimo, io mi trovava sulla sinistra del Mincio; mi fu facile trovar un biroccino che mi conducesse a Villafranca, poichè si andava in senso opposto alla direzione d'onde potevano venire i Tedeschi. Colà arrivato trovai la mia buona ordinanza che non si era mossa ed era molto inquieta sulla mia sorte; gl'ingiunsi che apparecchiasse tosto il mio cavallo; il cannoneggiamento continuava vivacissimo, ma sopra linea estesa; mentre stava attendendo il mio cavallo nella piazza di Villafranca, veggo il conte di Castagneto, il fedele Intendente del Re. Gli narro quanto mi era accaduto e gli chieggo se sa dirmi ove trovisi il Re, ma ei non poteva precisar nulla; la battaglia durava da molte ore e nessuna notizia era pervenuta intorno al suo andamento. Data quell'incertezza non sarebbe egli prudente, dissi io, che si facesse una copia della lettera del generale De Sonnaz e si facesse pervenire con altro mezzo? Supponga che io cada prigioniero o morto, almeno vi è la possibilità che si sappia cosa rispose. Il conte di Castagneto trovò giusta la mia osservazione e copiò ei stesso la lettera e s'incaricò di cercare chi la recasse. Frattanto il mio cavallo era pronto; presa la lettera originale io montai a cavallo ed a gran carriera m'avviai a casaccio verso il luogo d'onde veniva più forte il rumor del cannone; in breve raggiunsi i primi soldati e chieggo loro ove si trovi il Re, più a sinistra verso Valeggio, essi rispondono, e sempre di gran carriera m'avanzo verso quella parte, trovo un corpo più forte ed il colonnello mi sa dire in modo preciso ove è il Re collo Stato Maggior Generale.
L'uscita degli Austriaci da Mantova e la loro dimostrazione contro Roverbella e contro Goito, era nota al campo, ed i miei superiori e colleghi ritenevano per fermo che io fossi rimasto prigioniero, o morto, talchè quando io arrivai, ed erano le tre pomeridiane o poco più, il general Salasco fece un atto di sorpresa, e mi chiese d'onde veniva:
Da Volta!
Ma da qual parte?
Da Pozzolo. Del resto ecco la risposta del generale De Sonnaz, e gli consegno la lettera. Ei la legge e fa un atto di dispetto, ed esclama rivolgendosi a me: Ma come! non vuol attaccare che alle cinque!
Io non posso dir altro, risposi, se non che non voleva attaccare nè punto nè poco, lo pregai, lo scongiurai e mi promise d'attaccare fra le tre e le quattro, allora lo richiesi di darmi la risposta per iscritto.
Fino allora la battaglia era rimasta indecisa. Il generale Bava sperando sempre nel sospirato attacco, teneva fermo, ma quando lesse la lettera del generale De Sonnaz si decise a battere in ritirata e fu verso le quattro pomeridiane. La ritirata venne operata in buon ordine su Villafranca.
Gran parte della notte la consumai assieme ai miei colleghi nel dar disposizioni per la ritirata dell'esercito su Goito, ed alle cinque dell'indomani (26 luglio) eravamo in piedi di nuovo. La ritirata dopo una sconfitta è qualcosa di ben grave, è un fatto militare che mette alla prova l'abilità d'un generale in capo, la sua calma, la sua presenza di spirito, la sua previdenza. Dipende da lui se il povero soldato è lanciato piuttosto in una catastrofe dalla quale pochi si salvano, ovvero se rimane ancora l'unità d'un corpo che sa farsi rispettare, e conservarsi per tempi migliori.
Ei convien rendere giustizia al general Bava che fu all'altezza della grave sua missione; la ritirata dapprima su Goito e quindi su Milano venne operata con tutto quell'ordine, che le difficilissime condizioni permisero, ma anche gli ufficiali dello Stato Maggiore nei gradi inferiori non vennero risparmiati; dal 26 luglio che abbandonammo Villafranca al 3 agosto che arrivammo a Milano, fu un lavoro continuo di giorno e di notte, e vi ebbero momenti assai gravi, ma per non anticipare, io tornerò alla prima dolorosa giornata, quella del 26 luglio.
Io e colleghi eravamo tutti intenti a dar le disposizioni per la marcia delle truppe, quando udiamo delle grida che partono da una chiesa di Villafranca, ma grida disperate e acutissime; si accorre per vedere che cos'era, ci si presenta una scena spaventevole; una massa di feriti de' nostri soldati, tutti in un orgasmo indescrivibile, supplicando e gridando per essere trasportati via onde non cadere nelle mani dei Tedeschi, ritenendo come cosa certa di essere massacrati. Io dichiaro tosto che sono stolte, orribili calunnie; cerco persuaderli; ma come mai, si dice loro, potete credere una cosa simile, se abbiamo in mano più di mille prigionieri? Ma che! Quei sventurati non ascoltano ragione, il panico li ha invasi, e rinnovano le disperate grida; che fare? Come e dove trovare, del resto, tanti carri per tutti quei feriti, ed erano molti, e non vi era tempo da perdere. Infine, per tentare di acquietarli e mostrare che si fa almeno quanto è possibile, si requisiscono alcuni grandi carri tirati da buoi e si comincia a caricare feriti; qui nasce una nuova scena straziante, tutti vogliono essere prescelti, ma il numero è soverchiante; si fa una scelta a casaccio, si promette agli altri che si cercheranno nuovi carri, e si comincia col far avviare i primi verso Goito.