Traversare il Borgo e giudicare a colpo d'occhio che v'era stato qualche cosa di ben grave fu una cosa sola. Tutte le vie erano piene di soldati, ma stesi al suolo come persone affrante dalla fatica; non uno in piedi od occupato. Arrivato a casa Guerrieri mi faccio annunciare e vengo tosto ricevuto dal generale De Sonnaz, in una sala spaziosa, ove vi erano molti ufficiali gli uni stesi sopra sofà, altri su sedie appaiate, essi pure con l'impronta di una grande stanchezza. Alla mia volta era sfigurato dalla immane fatica di quella corsa sotto il sole e basterà il dire che aveva uniforme imbottita ed il sudore aveva trapassato il tutto. Si riposi, si riposi, furono le prime parole che mi rivolse il generale, ma io entrai tosto in argomento.

Signor Generale, gli dissi, io reco un ordine della più alta importanza come vedrà dalla lettera, ed ho poi incarico dallo stesso Re di pregarla ad attaccare al più tardo per mezzogiorno dalla parte di Borghetto. Il generale legge la lettera e poi alza le spalle e mi dice secco è impossibile, poi soggiunge, le mie truppe non possono muoversi per la stanchezza.

Io rimango attonito, ma poi mi permetto di ripetere la calda raccomandazione da parte del Re e lì s'impegnò un dialogo fra me ed il generale; dei molti ufficiali presenti nessuno in sulle prime si muove, nessuno viene in mio aiuto, finalmente si avanza un giovine biondo e con voce dolce e quasi femminile, comincia a perorare anch'esso nel mio senso; se non è possibile attaccare alle 12 si attacchi all'una, alle due ma si attacchi; il generale resiste sempre, dice ch'egli è il giudice di quanto è possibile, ma l'intervento di quel giovine ufficiale ha una decisa influenza, egli insiste, il generale rimane un po' silenzioso e poi dice forse fra le 3 e le 4. Io respiro e dico al generale:

Senta, signor generale: io doveva recarmi da qui a Borghetto colla sua truppa, perchè credeva che si eseguisse tosto l'attacco, ma ora veggo che ho il tempo di ritornare al campo per la stessa via pella quale sono venuto; quanto meno potrò dire che attaccherà se anche più tardi di quanto si desiderava. Abbia la bontà di darmi la risposta in iscritto ed io riparto immediatamente.

Ora mi devono servire il dejeunè, mi risponde, ed ella mi favorirà.

Io mi rassegnai a quell'atto di gentilezza, e dico, mi rassegnai, perchè realmente mi pesava perder tempo; frattanto cominciai a parlare anche con altri ufficiali e, come è ben naturale, il discorso cadde sulla battaglia del giorno innanzi. Dalle finestre della gran sala ove eravamo, vedevasi Valeggio; un ufficiale che guardava con un cannocchiale, esclama ad un tratto: I Tedeschi sono padroni di Valeggio e stabiliscono una batteria sulla collina del vecchio castello, proprio ai piedi di quelle poetiche antiche torri. Piccola è la distanza da Volta a Valeggio, in linea retta poco più di quattro chilometri; tutti guardano col cannocchiale e guardo anch'io; la batteria è pronta; si noti che dalle 9 antimeridiane era incominciata la battaglia. I Tedeschi a Valeggio, vuol dire che si sono avanzati, diss'io; le cose non vanno bene; mi si rimescola il sangue e mi rivolgo al giovine, che, unico, aveva indovinato le mie sofferenze, e gli dico: Per carità mi lascino andare, prenderò un pane che mangerò per via, ma io voglio andare; il giovine (ch'era Govone ma che io non conosceva) esclama allora, volgendosi ai colleghi: ma oggi Federico non ci dà più da colazione. Il povero Federico, ch'era il cuoco, era certo innocente, poichè in quelle circostanze non è facile l'aver tutto puntualmente, ma infine poco dopo comparve il dejeunè; il generale mi fa sedere alla sua destra e si discorre della battaglia di Staffale, della quale ignoravano qualsiasi particolare, finalmente finisce anche la refezione ed io prego di nuovo il generale a volermi dare la risposta per iscritto. Ei si ritira col suo aiutante e poco dopo ritorna e mi consegna una lettera diretta al general Salasco.

Io prendo commiato e parto rifacendo la stessa via da Volta a Pozzolo; ma siccome era in discesa ed io pienamente ristorato di forze, arrivai in breve tempo al Mincio di fronte al villaggio suddetto; ma non havvi alcuna barca e non veggo anima vivente, nè su l'una nè su l'altra sponda; largo assai è colà il fiume, io comincio a gridare ma inutilmente. Mi rimane un sol partito, quello di traversar il Mincio a nuoto; non solo era allora forte nuotatore, ma mi era esercitato a nuotar anche vestito sì che non era per nulla titubante, se non che nello stato nel quale mi trovava, il tentativo aveva non solo la probabilità ma la quasi certezza di riuscir male; si pensi in quale stato di sudore doveva essere un uomo che nell'ora più calda, ossia fra le dodici e l'una, aveva fatto una corsa da Volta a Pozzolo. Se il tratto da traversare fosse stato breve non avrei esitato un istante, certo che per quanto dovessi soffrire immergendomi nell'acqua fredda, l'avrei superato, ma invece era d'uopo rimanervi a lungo ed allora era impossibile evitare le conseguenze di una reazione violenta, decisi quindi di aspettare che fosse scemato il sudore e poi tentare la traversata a nuoto; frattanto il cannoneggiamento si faceva più fitto e cresceva in me l'ansia; di quando in quando gridava di nuovo ma invano. Sulla sponda medesima del fiume sulla quale mi trovava ed a poca distanza eravi una casa agricola; entro in quella e vi trovo una donna con quattro ragazzi.

Mia buona donna, gli dico, dovete farmi un gran piacere, dovete aiutarmi perchè possa avvertire alcuno al di là del fiume onde venga colla barca a prendermi.

Ben volentieri, mi risponde la buona donna, e sorte con tutta la sua piccola brigata.

Posti in linea, ed io nel mezzo, ad un segnale dato gridiamo tutti assieme con quanto fiato abbiamo in petto, ma nessuno risponde; si riprende e finalmente non so bene se alla quinta o sesta prova, ma certo dopo parecchie di esse, comparve una persona sulla sponda opposta.