Gradisca i miei rispetti.
Devot. Serv.
Luigi Torelli, Senatore.
Risposta del Commendatore Fava.
Milano, 10 marzo 1876.
Egregio signor Senatore,
Mi affretto a rispondere alla dimanda che V. S. Ill. mi indirizzò colla pregiata sua di ieri, e le dico, senza preamboli, che quanto Ella espone nella medesima è perfettamente conforme a ciò che io ricordo relativamente ai fatti ivi accennati. Tutte le circostanze da Lei narrate sulla parte principalissima da Lei avuta nel collocamento della bandiera tricolore sulla guglia del Duomo, io le ho presenti al pensiero come fosse di ieri e per la memoria che serbo tenace degli avvenimenti del 1848, e per aver dovuto, a cagione del mio ufficio, occuparmene in modo più attento di molti altri. Rammento benissimo, come al cittadino Torelli (stile del tempo), fosse dal pubblico grido attribuito l'onore di avere pel primo piantato sull'alto del Duomo il nostro vessillo nel mattino della terza giornata della lotta, rassicurando con tal segnale i cittadini per le strade adiacenti ed anche lontane. Il nome di Lei e d'un altro giovane che la aiutò nell'impresa, fu con lode annunziato in uno dei bollettini che il Comitato di Guerra pubblicava per dar notizia ai cittadini di quel che accadeva di più notabile, ed anzi, se ben rammento in quel bollettino oltre i nomi del Torelli e del suo compagno era indicata perfino l'ora in cui accadde quel fatto. È verissimo altresì ciò che Ella asserisce intorno alla seconda bandiera, più appariscente recata dal Dunant al posto della prima, ma quella opportunissima sostituzione non poteva aversi poi per un fatto molto eroico, dacchè i nemici eran già iti, ed altri aveva pel primo arrischiato il passo in luoghi dove le commosse fantasie sognavano agguati, e mine e tradimenti.
È verissimo che Ella mi scrisse il giorno 15 giugno dal campo di Valleggio una lettera (che per strana ventura rimase fra le mie carte e conservo tuttavia), informandomi di cose rilevanti per la cosa pubblica e nello stesso tempo lagnandosi che il Dunant spingesse la sua vanità sino ad attribuire a sè stesso l'operato dagli altri. I casi gravissimi di quei giorni mi tolsero agio di ristabilire nelle forme legali la verità, ma posso dire che quanti vennero a sapere le vanterie del Dunant, o degli amici suoi, ne facevano grosse risa, sentendo parlar di pericoli superati, di mitraglia affrontata e di altre fantasticherie mentre era notissimo che quando fu collocata la seconda bandiera ogni ombra di pericolo era svanita. Tutti convenivano doversi a Lei il collocamento della prima bandiera. Del resto, mio caro Signore, se io sono ben contento di poterle colla mia testimonianza far cosa grata, mi permetta di esprimerle l'opinione, che dessa sia affatto superflua, quando una persona che sì meritamente gode la pubblica estimazione, afferma un fatto che la riguarda. Ad ogni modo faccia la S. V. Ill. delle mie dichiarazioni l'uso che crede, ed io mi reputerò fortunato ogni volta potrò mostrarle coi fatti la considerazione e la stima che nutro per Lei.
Suo devot. servo ed amico
Angelo Fava.
Lettera di Achille Mauri.
Roma, 15 aprile 1880.