La razza d'Austrasia serbar seppe così il primato suo militare nella battaglia di Tours e di Poitiers, con poca perdita delle genti germaniche, sì difficile era ferirle sotto quelle loro ben temprate armadure di Svevia, e il nome di Carlo Martello andava alle stelle. L'indole religiosa di questa spedizione lo rendea popolare in tutti i paesi della cristianità; or duca d'Austrasia e prefetto dei Franchi qual era, non poteva egli aspirare alla dignità sovrana? In un campo di Marzo, che fu tenuto a Colonia, egli tastò quindi gli uomini d'arme che lo avean seguito, a vedere se il farebbero re; ma o l'antico nome dei Merovei avesse ancora un tal qual potere sui Franchi, o l'autorità di duca e di prefetto del palazzo fosse indispensabile pel servigio della guerra, Carlo cangiar non potè questo titolo militare nella dignità regia, più religiosa allora e venerata; e tuttavia vi adoperò tutti i modi, il miglior de' quali fu d'acquistarsi i soldati con larghe distribuzioni di bottino e di terre, sola paga che si avessero allora le milizie, come l'uso di quelle schiatte germaniche portava. Carlo aveva anche tratto i suoi Conti alla guerra, or che ricompense darebbe loro? Gli convenne por la mano su' beni de' cherici, o, per meglio dire, porre a campo sulle terre ben coltivate de' vescovi e delle badie i suoi guerrieri, e partirle fra loro, sì che ad un vescovado fu dato questo o quel conte, e un fiero e biondo Austrasio ebbe questa o quella badia. Universale fu il lamento degli uomini da chiesa, ma più poteva la forza materiale, nè v'era modo a resistere a queste armate occupazioni. Molti dei vescovadi toccarono in sorte a' laici e fin alcune badie di femine caddero in mano a guerrieri di razza franca. E' non fu tuttavia, come alcuni supposero, un sistema generale, però che siffatte usurpazioni ebbero lor limiti; ma bene dovendosi rimunerar coloro che aveano fatta la guerra, si rimunerarono spogliando i cherici, ai quali altro non rimase che protestare in faccia al cielo, e invocar Dio, giusto vendicatore delle ingiustizie umane. Essi pertanto composero quella famosa leggenda del dannato, che narra i tormenti dello spogliatore in inferno, quasi dir volessero al popolo, ai Romani, ai Galli, ai coloni dedicati alla coltivazion della terra «Ecco l'uomo ingiusto che v'ha rapito i vostri beni, eccolo dannato nell'altra vita». Qual pegno di sicurtà pe' deboli e indifesi cultori! L'armato Austrasio non poter cacciarli dalla loro terra senza esser colto dalla mano di Dio! Le leggende che ripongono Carlo Martello fra' dannati, eran di questo modo una guarentigia per i poveri coloni, contro la prepotenza e la rapacità degli uomini di guerra.

E nondimeno ancor durano alcuni diplomi di Carlo Martello, come prefetto del palazzo, i quali quasi tutti sono per donazioni a' monasteri e badie. Dota egli di parecchie terre le cattedrali, e per un diploma dato il giorno di Pasqua, san Dionigi, in Francia, riceve un campicello adiacente al monastero; per un altro suo diploma pure, l'apostolo della Germania, san Bonifazio, vien raccomandato ai duchi ed ai conti da per tutto dov'egli porterà la predicazion del Vangelo. Tutto questo creder lascia che tal sistema di spogliamento applicossi principalmente alle badie vacanti ed ai beni fiscali, che Carlo Martello confidava ai Franchi di cui avea bisogno in guerra ed agli uomini che da lui dipendevano, nascondendo suoi fini, che miravano a farsi re, come già tentato aveva anche il padre e predecessor suo nella prefettura del palazzo, Pipino d'Eristal. Dopo la gran sua vittoria sopra i Saracini, egli stimò poter meritarsi la corona, ma il tentativo fu vano ancora, però che la dignità reale a que' tempi avea un qualche cosa di religioso e sacerdotale, ben altramente dalla prefettura del palazzo, ufficio tutto d'armi e di guerra; il più forte e più fermo era duca e prefetto. I cherici ed il popolo facevano i re, i conti; i Franchi e i soldati facevano i prefetti del palazzo, e gli ultimi Merovingi, deboli e cattivi com'erano, furono appunto protetti dall'antedetta indole religiosa della dignità regia. Carlo Martello avea inoltre offeso i vescovi ed i cherici in modo da non si attentare a mettersi definitivamente in luogo de' Merovingi, e però vi rinunziò nell'assemblea del Campo di Marzo; solo che i Franchi non fecero re alcuno, e fuvvi un lungo interregno, durante il quale Carlo Martello governò senza i Merovei sì, ma pure altresì senza corona.

Duca e prefetto del palazzo com'egli era, egli ebbe pratiche, come tutti i Carolingi, con tre grandi potentati al di fuori: i re ed imperatori di Costantinopoli, il papa e i Longobardi. A Bisanzio regnava Leone l'Isaurico, soldato in origine, a pari di Carlo Martello; quel Leone odiator delle immagini, quel barbaro che faceva in pezzi le statue di oro dei santi nelle chiese, e i reliquiari ornati di topazi e di smeraldi. Scrivea costui a Carlo Martello per trarlo nell'eresia degli iconoclasti: ponesse in pezzi le immagini, gli dicea, che n'avrebbe i modi a mantenere i suoi soldati, ed a distribuir loro in contanti l'oro che orna inutilmente le arche benedette. Se non che Carlo non osa pur trattenersi in questo pensiero; usa cautamente co' Greci, ma non vuole inimicarsi i papi, in corrispondenza spirituale, com'ei si trova, con Gregorio III che regna a Roma; il pontefice intanto paventa insieme dei Greci, de' Longobardi e de' Saracini, e già la politica papale ha ricorso all'aiuto de' Carolingi. Le fantasie de' Barbari vogliono essere scosse con oggetti materiali, onde Gregorio invia a Carlo Martello le chiavi di san Pietro[108], ed i ceppi che tennero avvinto l'apostolo nella sua scura prigione, a simboleggiar nei ceppi la suggezion della Santa Sede, e nelle chiavi i modi a liberarla; e invoca a protettor della Chiesa romana quel fiero e prode capitano, cui dà il titolo di esarca, a Carlo Martello decretato dal senato e dal popolo raunati ora, nelle basiliche, come un giorno nel Foro; e tuttavia l'esarcato è un titolo greco. Il papa distrugger volendo la dominazion bisantina in Italia, conferisce l'esarcato al capo de' Franchi, sì lontano dalle cose d'Italia che non può dargli timore.

Sì alto era salita la riputazione di Carlo Martello dopo la vittoria di Tours e di Poitiers, che i Longobardi stessi cercano d'averlo a confederato contro i Saracini, i quali già minacciano le loro mediterranee possessioni. «Orsù vengano i Franchi all'Adriatico, e vi troveranno ricche città che gli aspettano, e fertili campagne, dove pascolar possono liberamente migliaia di cavalli».

Carlo Martello fu dunque il primo ad illustrare i Carolingi, e Pipino con Carlomagno non fecero che continuar l'opera sua co' Papi, co' Longobardi e co' Greci. Ei passò di vita giovine ancora, però che appena era giunto all'anno cinquantesimo dell'età sua, e fu sepolto in terra sagrata. Vennero poi più tardi le leggende intorno alla sua morte ed alla sua dannazione, per esempio a frenar la violenza militare dei condottieri di guerra. «Carlo Martello, scriveva un secolo dopo l'arcivescovo di Rouen, fu dannato in eterno, perchè primo dei re Franchi, che ciò facesse, tolse a' cherici le terre ecclesiastiche, e sant'Eucario, vescovo d'Orleans, che fu rapito alla terra nel secolo scorso, lo vide fra' tormenti nell'inferno, e interrogato il suo angelo, n'ebbe in risposta, averlo Dio dannato all'eterne pene, perchè avea posta la mano su cose consacrate all'amor di Dio, al suo culto divino, ai poveri ed ai servi di Cristo. Di che essendosi sparso il grido, san Bonifazio e Fulrado abate di san Dionigi, visitarono il sepolcro di Carlo Martello, e trovarono in vece del suo corpo un dragone, e tutto guasto di dentro il monumento, come se fosse stato arsicciato dalle fiamme, e noi pure abbiam conosciuto persone, aggiunge il leggendario, che visser fino ai dì nostri, e renderon testimonio nei termini detti di quanto avean veduto e sentito». Or questo fiero simbolo del dragone che riempie un sepolcro vuoto è una lezione che si vuol dare all'ingiustizia e alla violenza altrui, quasi dicesse agli uomini prepotenti del Reno e della Mosa: «Non toccate i beni consacrati a Dio ed ai poveri, altrimenti avrete vuota la sepoltura, e un sozzo serpente divorerà nella fossa della morte le carni vostre».

Carlo Martello ebbe, a somiglianza di Pipino d'Eristallo, più donne. Rotrude (tale si è il nome che le vien dato negli annali) gli partorì Carlomanno e Pipino, che furono allevati, come lui, negli accampamenti; da una seconda moglie di nome Sonnichilde, ebbe un terzo figliuolo chiamato Grifone, e secondo l'uso germanico l'eredità fu tra loro partita nel modo seguente: a Carlomanno toccò l'Austrasia con le terre del Reno e della Mosa, la Neustria a Pipino, amendue col titolo di duca o condottier d'uomini; Grifone, il terzo de' figli, ebbe alcuni contadi in mezzo agli stati de' suoi fratelli. Così finiva la podestà di Carlo Martello, apparecchiando la futura grandezza della schiatta carolina, facendola salire in altissima riputazione, e collocandola al di sopra dei Merovingi. I Saracini erano a que' tempi i nemici implacabili della razza così franca come germanica, e irrompevano a torme dalla Siria, dall'Africa e dalla Spagna in cerca di conquiste; ma Carlo Martello seppe arrestarli a Poitiers, nè i Franchi della Neustria e dell'Austrasia dimenticarono poscia mai quel servigio.

Il nome di Carlo Martello fu indi sì famoso, che menestrelli e trovatori il cantarono a gara, e il vediamo nobilmente celebrato nella prima canzone dell'epopea cavalleresca di Garino il Loreno in cui tutto è confuso come ne' canti eroici[109] del medio evo. I Saracini insiem co' Vandali e cogli Ungheri, tutti que' Barbari, che lasciarono con la conquista le malaugurate orme loro nella società, son ivi posti a fronte di Carlo Martello; che gl'insegue vittorioso, e muore sul campo di battaglia; nè vi si fa caso di date o di fatti. «O antica canzone, vuoi tu ascoltare, dice il trovatore, vuoi tu sapere la grande e meravigliosa istoria, come i Vandali vennero in questo paese, distrussero Reims, e assediarono Parigi?» Carlo Martello si oppose a queste invasioni, e marciò contro gl'infedeli in tempo che i monaci neri di san Benedetto pigliavano per sè terre e mulini, e la gente era povera e i cherici ricchi. E però esso Carlo Martello parte, e va difilato a trovare il papa in Lione, dov'eran più di tremila cherici e ventimila cavalieri, e si gitta ai piedi del santo padre, e gli dice: «Sere apostolo, il mio paese è invaso dal nemico, gli arcivescovi ed i vescovi sono uccisi, e con essi i miei cavalieri». L'apostolo piange a questo discorso, e si consiglia co' suoi cherici. «Voi siete ricchi, e ben potete donare qualcosa per la cristianità». L'arcivescovo di Reims e gli altri prelati, rigettano le istanze del papa, e allora il Loreno Ervigi si alza corrucciato in viso, e dice: «I cherici posseggon tutti i forni e i mulini, e' convien dunque prendere un partito per aver danaro[110]». — «Per san Martino, prorompe l'arcivescovo, che io non ci metterò un quattrino!» L'abate di Cluny risponde invece: «Noi siamo ricchi di buone terre; or bene ognuno ci metta un picciolo almeno del suo». Il papa contristato per tutto questo, si volge a Carlo Martello, e: «Bel figliuolo, gli dice, io concedo a te l'oro e l'argento che sono in man de' cherici, i palafreni, le mule, ed intanto anche le decime, per fin che tu abbia vinto i Saracini». Ed allora il Loreno Ervigi di nuovo prorompe: «E le armature dei cherici ancora». Carlo Martello fa indi ragunar le sue schiere, muove co' suoi Francesi contro i Saracini, e combatte da destra e da manca, come un lupo che si caccia dinanzi le agnelle. Dopo di che confondendo insieme i Vandali co' Saracini, la battaglia di Soissons con quella di Poitiers, il poeta racconta gloriosi e cavallereschi fatti dei Loreni, dei Franchi e dei Borgognoni; Carlo Martello imbrandisce la lancia, i timballi suonano, ed ivi in mezzo a quel gran macello egli è colto da due colpi di spiedo, l'uno al dosso e l'altro al petto; che desolazione fra l'esercito di Francia! «Su corriamo ad aiutar Martello, il re di San Dionigi!» grida il Loreno Ervigi; ed ecco in un subito vendicata la morte di lui, e Marzofio, emiro dei Saracini, di gigantesca statura, atterrato da una lanciata. «Addosso! addosso signori, gridano i Francesi, che il re è morto[111]». E poscia i cavalieri fanno, tutti in pianto, a Carlo Martello di gran funerali.

Questa canzone eroica su Carlo Martello non ha verun carattere di storica verità; tutto v'è insiem confuso, come vediam nella più parte dell'epopee del medio evo: i tempi, i luoghi, i nomi de' personaggi, i quali son fatti vivere e morire in mezzo ad avvenimenti di cui pure non parteciparono. E tuttavia ne risulta una grande verità storica, ed è che il nome di Carlo Martello ancor splendeva luminosissimo tre secoli appresso. Quando Garino il Loreno compose questa canzone, già spenta era la prosapia de' Carolingi, e regnava quella de' Capeti, onde non più motivi di adulazione, e pure ancor durava negli animi la memoria delle grandi cose operate da quella prosapia, e il nome di Carlo Martello fu popolare al par di quello di Pipino e di Carlomagno nei manieri della nobile cavalleria.

CAPITOLO VI. PIPINO IL BREVE, DUCA, PREFETTO DEL PALAZZO E RE.

Conseguenze dello spartimento de' beni paterni tra i figli di Carlo Martello. — Guerra di famiglia. — Elezione d'un re merovingico. — Abdicazione di Carlomanno. — Pipino duca dei Franchi. — Sue pratiche coi cherici. — Sue nozze con Berta. — Leggende e canzoni eroiche. — Berta dal gran piè. — La Berta tedesca. — Guerre d'Alemagna, di Baviera, di Sassonia e d'Aquitania. — Pratiche con Roma. — Papa Zaccaria. — Esaltazione di Pipino alla corona. — Ultime reliquie dei Merovingi. — Pipino il Breve incoronato da san Bonifazio. — Sue guerre. — Carteggio co' papi. — Viaggio in Francia di Stefano III. — Abboccamento con Pipino. — Nuova incoronazione. — Calata di Pipino in Italia. — Spedizione contra i Longobardi. — Natura della donazione apostolica quanto all'esarcato. — I Longobardi si sottomettono. — Civiltà greca e latina. — Dignità regia di Pipino incontrastabile. — Concilii e assemblee pubbliche. — Guerre di Sassonia e d'Aquitania. — Morte di Pipino.