741 — 768.

Nella famiglia carolingica regna, del pari che in tutte le schiatte germaniche, la massima del dividere, come una eredità comune, il patrimonio regio. Carlo Martello lasciava, come dicemmo, tre figli, l'uno di nome Carlomanno, duca d'Austrasia, l'altro chiamato Pipino, prefetto di Neustria, e il terzo Grifone, erede di alcune signorie. Nelle quali divisioni regolate dal padre, chi si tenea pregiudicato, facea la guerra, chè tale era il diritto, la forza decidendo della eredità. Grifone uscito d'una figlia della Baviera, diede principio a sanguinose ostilità volendo una porzione più abbondante del paterno retaggio, e raccolti d'intorno a sè non pochi fedeli, assaltò Pipino nella sua bella porzione della Neustria, ma per suo peggio, chè respinto e incalzato fin dentro alla città di Laon, fu preso e chiuso in una torre, nell'oscura foresta delle Ardenne, in balía del fratello.

Se non che Grifone giunge a fuggirsi da quella torre in abito da pellegrino, passa il Reno, e va a cercar rifugio tra i Sassoni, e qui è da sapere che tutti i duchi, i conti, i signori, scontenti della schiatta franca, andavano a cercar asilo in Sassonia, certi d'averlo per le molte ragioni di nimistà ch'ivi erano contro Carlo Martello. Curiosa è la vita di questo Grifone, intorno a cui, come ad uno degli eroi loro, si ravvolgono le leggende cavalleresche. Rifuggitosi da esule in Baviera, ei n'è fatto duca, e que' popoli il sollevan sullo scudo[112] in luogo del figlio dell'antico lor capo Odillone; cacciato, indi per opera di Pipino, dalla Baviera, e rotto il vassallaggio del feudo de' dodici contadi che gli eran dati dal fratello[113], attraversa la Germania, e dimanda per ogni dove soccorso, ma invano, che gli Alemanni non osan difenderlo, ond'egli viene a riparare in Aquitania, l'aprico paese dal viver giocondo, ed ivi s'invaghisce di Lionora, moglie di Vaifro, duca del paese, ed altresì ella piglia a ben volere il fuggitivo, onde il vecchio duca dà in tanto furore di gelosia, che lo caccia, e fa inseguire ed uccidere a tradimento nelle Alpi, mentre vassene a cercar fra i Longobardi un altro rifugio. Così finì un dei figliuoli di Carlo Martello, nè Pipino andò esente dal sospetto di aver aiutato Vaifro in questa vendetta.

Nel durar di questi primi anni Carlomanno e Pipino reggono da padroni la nazione dei Franchi, sotto il titolo l'uno di duca d'Austrasia, l'altro di maestro, o prefetto del palazzo di Neustria, poichè Carlo Martello avea lasciato vacare il trono nella famiglia dei Merovingi, a provare se i Franchi si sarebbon lasciati, senza re, governare dai duchi e dai prefetti. Il nome ch'egli erasi acquistato, gli avea consentito di conservare un siffatto interregno, e un duca suo pari ben valea quanto un re di nascita; ma una simil ragione di riverenza più non reggeva pe' figli suoi Pipino e Carlomanno, giovani amendue, non benemeriti ancora per alcun servigio, e tali che in altrui non movevano nè venerazione nè tema. Laonde i signori dicevano: perchè non creare un principe della casa di Meroveo? Giovine l'uno e giovine l'altro meglio valere un re della stirpe sacrata. Fu quindi convocata, secondo l'antica consuetudine, nel Campo di Marzo, una dieta che avesse ad eleggere il re, e fu recato a questo supremo grado, sotto il nome di Childerico III, un fanciullo nobil rampollo de' Merovingi, quasi ostacolo posto dai Franchi all'ambizione dei prefetti del palazzo. Da quel momento in poi Carlomanno e Pipino posero ogni cura a precipitar questo simulacro di re, ed a diffamarlo per la dappocaggine sua, per la sua viltà, tanto che alla fine il chiamavano, e non altrimenti, lo snervato e l'insensato. Così avviene al finire delle dinastie; inesorabili più che mai sono inverso di loro, quelle che ad esse succedono, e i popoli voglion sempre giustificare la violazione d'un diritto.

Dall'esaltazione di Childerico III, Pipino e Carlomanno erano obbligati a cercar sostegno fra i cherici, poco tempo dopo che Carlo Martello avea offeso le chiese e i monasteri col metodo suo di spogliarli delle lor terre, e dividerle fra' suoi soldati. Ma se questi facevano i prefetti del palazzo, i cherici facevano i re, onde appunto perchè i Carolingi molto donarono ai monasteri, le cronache tanto avvilirono i Merovingi a profitto dei lor successori. Carlomanno intanto pigliava l'abito monacale, e noiato del secolo s'avviava verso Roma per ivi ricever l'assoluzione da papa Zaccaria, perocchè, dicevano, avea da rimproverarsi alcuni atti di violenza con Vaifro duca d'Aquitania, e ne portava il segno di maledizione. Avuta indi la tonsura, per mano del pontefice, ritiravasi prima sul monte di Soratte, per ivi vivere alla maniera de' monaci, poi nel devoto convento di Montecassino, dov'egli soggettavasi a' più faticosi uffizii della comunità, servendo in cucina, lavorando l'orto e guardando, soletto, come fu spesso veduto fare sul monte, gli armenti della badia. Il maggior diletto suo era d'ivi coltivare una vigna, che indi appresso cedette ad un altro penitente, il re de' Longobardi, il quale venne ugualmente a dimorar nei monastero di Montecassino[114]. Così per quegli uomini operosi ed armigeri la pace del monastero succedeva alla vita agitata dei campi di battaglia, e dalle sfarzose corti passavano ai modesti refettorii dei cenobiti. Poichè Carlomanno ebbe lasciato il grado di duca d'Austrasia per vestir l'abito monastico, Pipino potè recarsi in mano la prefettura generale dei Franchi, e signoreggiar tutte quelle schiatte all'ombra del vano titolo di Childerico III, intantochè Dragone, figlio di Carlomanno, raso e confinato dovea pure abbracciar lo stesso genere di vita del padre suo, monaco in Montecassino, essendochè i Franchi non amavano i prefetti ancora in fasce, preferivano i gagliardi, e Pipino sapea maneggiar l'armi: era piccolo di statura sì, ma nessuno poteva con lui contender di forza e di vigoria.

Intorno a questo tempo, il duca dei Franchi cercò moglie per aver reda, come dicon le cronache di San Dionigi, e gli annali contemporanei aggiungono ch'egli sposò Berta, figliuola di Cariberto, conte di Laone, soprannomata dal gran piè, alla quale le tradizioni cavalleresche danno altra origine facendo della sua vita una leggenda romanzesca. Il romanzo di Berta dal gran piè[115], una delle più graziose composizioni del medio evo, ed un de' più ingegnosi canti de' trovatori racconta: «Che in sull'uscir d'aprile, nella dolce e amena stagione, che l'erbette spuntano, i prati rinverdiscono, e gli alboscelli desiderano d'essere fioriti, un monaco di San Dionigi aveva a lui, gentil trovatore, narrata la storia di Berta e di Pipino». Ora il trovatore si fa in gaia scienza a ripetere questa storia. «Era un re in Francia di gran signoraggio, per nome Carlo Martello, il quale, dopo aver fatto grandi prodezze in guerra et vinto gl'infedeli, morio lasciando duoi figliuoli, uno di nome Carlomanno che si rendè monaco in una badia; l'altro di nome Pipino, assai piccolo (non avea più che cinque piedi di statura), ma forte della persona, sì che sendo un lione fuggito dalla sua gabbia, e correndo come fiera arrabbiata, egli poco men che fanciullo, armatosi d'uno spiedo, andò a quello, e sì lo abbattè d'un colpo nel fianco. La madre sua, tutta lieta, basciandolo, «Bel figliuolo, gli disse, come hai tu avuto animo d'affrontare una fiera sì ridottabile;» ed egli rispuose: «Donna, mai non si dee ridottare». Il giovine si maritò poi in prime nozze, ma la moglie sua, figliuola di Gerberto o di Gerino di Malvoisin, non potè dargli erede, ond'egli in consiglio co' suoi baroni, dimandò loro: «Che donna potrei tôrre?» E allora Engherrando di Moncler, nobile barone, si levò e disse: «Sire, al corpo di sant'Omero, io so una figliuola del re d'Ungheria, che nessuna di più bella persona oltre mare, e chiamasi Berta la Buona». «Se ne vada in cerca,» disse Pipino. Ed ecco una bella cavalcata che si parte in gran pompa, e va e va fino in Ungheria: buona ventura a voi, illustri cavalieri. E vanno a trovare il re d'Ungheria e Biancofiore, la reina, mostrò loro la figliuola sua bianca e vermiglia. Furono apparecchiate le tavole per un grande convito, ed a Berta furon dati cavalli, oro ed argento, e la nobile figliuola prese comiato dal padre suo — Ella sen venne adunque per mezzo Polonia e Lamagna, e in ogni luogo parlavasi la lingua francesca, però che i conti e marchesi di quelle terre, tenevano Franceschi per insegnarla a' loro figliuoli e figliuole, come se fossero nati a San Dionigi. Berta era cortese e semplice, e veniva in groppa d'un palafreno baio di bella razza, e di questo modo giunse ai confini di Francia, e passò il Reno a Sant'Erberto, cavalcando per mezzo le Ardenne sotto la protezione del buon duca Namo di Baviera. Il bel drappello vide l'Hainant e il Vermandois, e giunse lietamente a Parigi, dove le campane suonarono a festa, le case furono coperte di ricchissimi drappi, e le vie giuncate di erbe, volendo ognuno onorare la sposa menata a Pipino; poi furono fatte le nozze grandi e solenni, i menestrelli fecero lor arte, con gran suoni di ghironde, di arpe, di flauti e di trombe, e con balli di dame e damigelle, e così fu compiuto con gioia di tutti, il maritaggio». Oh pur beato il tempo che Berta filava!

Qui comincia la tradizione tedesca, da cui forse ebbe origine e accrescimento l'epopea di Berta dal gran piè. Questa leggenda fu scritta in Franconia, e Pipino conserva ivi tutta l'indole sua germanica: e' pone sua sede nel castello di Veihen-Stephen sul monte, con disegno di combattere i Sassoni, e di mansuefarli sotto il dolce giogo del cristianesimo; ma popoli selvaggi, com'ei sono, ricalcitrano, e non vogliono saper di Gesù nè de' suoi santi. Pipino vedovo e solo in quella rocca, desidera giorno e notte una compagna, quando un re del paese chiamato Curlingo, gli fa profferir la figlia sua gentilissima e leggiadrissima; il ritratto di costei piace a Pipino sì che egli dice al suo maggiordomo: «Va e sappi il vero di questa principessa». Ora il discortese maggiordomo avea una figliuola della medesima età di colei, e dice fra sè: Perchè non la farò io reina in vece sua sposandola a Pipino? Se ne va quindi e cavalca alla corte del re Curlingo, gli chiede la figliuola e gli vien data. Costei ha nome Berta, ed è bella forte; soa madre la confida vestita in gran pompa al maggiordomo, e questo misleale la conduce in un oscuro bosco, dove stava aspettandolo la sua propria figliuola: o servo infedele, non temi tu la punizione del tuo misfatto? Ma non ritenuto da rispetto alcuno, e' toglie di dosso a Berta le sue ricche vesti, l'anello nuziale, e ne adorna la figliuola sua; poscia quel misleale dice a' suoi compagni: «Andate, amici, trascinate Berta nel luogo più segreto del bosco, trafiggetela senza pietà, indi recatemi la sua lingua». Ecco dunque la povera principessa in man de' compagni del maggiordomo. «Bei seri, ella dice, s'io debbo viver cattiva, lasciatemi questo cagnetto levriere, e questo cofanetto pieno d'oro filato e di seta acciò ch'io possa ricamar ciarpe ne' miei giorni di noia». Quei malvagi lasciatisi intenerire dal pianto della principessa, le dicono il fiero comando da essi avuto. «Noi vi lasceremo la vita» ma a patto che mai non ci tradirete. Ma come faremo, nobile damigella, per mostrare al maggiordomo, che il suo crudel comando fu da noi eseguito? Allora la fidanzata donzella si trae in disparte a spogliarsi della gonnella sua di sotto, e della camicia di lino finissimo, ed essi la tingon di sangue a simiglianza della veste di Giuseppe, e a mostrar la lingua della infelice, tagliano al bel levriero la sua, sì che il povero cane non potrà più d'ora innanzi leccare i piedi alla nobile sua signora. Il maggiordomo ingannato indi da queste sanguinose mostre, vide tutto lieto la lingua, e la toccò, e fece le grasse risa, intanto che la figliuola sua giaceva come legittima mogliera con Pipino, il quale ebbe da lei un figliuolo che fu papa Leone III[117]

«Ma, ohimè, e della povera principessa, della sposa legittima e fidanzata che fu? Berta gira e gira per la selva, e va e va, e s'incontra in un nero e lurido carbonaio; impaurita rassicurasi all'umano parlare di colui, sopraffatto dalla sua bellezza, e trova ricetto nella capanna sua; da principessa ella diviene ancella d'un mugnaio, e la notte lavora, e fila con l'oro filato, e la seta, che recò nel cofanetto, perchè Berta sa filare e filare assai bene. Oh i bei lavori che le sue mani san fare! e fatti, il mugnaio va a venderli ad Augusta, la città dei mercatanti e degli ebrei, e a poco a poco arricchisce, e la fama della perizia di lei nel filare, si spande lontano.

«Ora sentite voi questo corno che suona? è Pipino che va alla caccia, e ha già corso cogli anelanti suoi cani tutte le foreste della Svevia; vien la notte, e si smarrisce insiem con l'astrologo o medico suo. «Noi siam due mercanti che abbiamo smarrito la via,» e' dicono ad un uomo tutto nero che incontrano. Costui è il carbonaio del bosco, ed ei li conduce al mulino dove Berta fila e fila pur sempre. Il mugnaio ha due figliuole, e a Pipino piace la maggiore. «O re, gli dice l'astrologo, tu giacerai stanotte con la tua legittima mogliera, e ne nascerà un potentissimo figliuolo. Pipino ottien dunque la figliuola maggiore del mugnaio, e l'astrologo dice: «non è cotesta,» chiama la minore, bella essa pure, ma non è ancor quella, onde Pipino già si adira e alza la mano armata del guanto di ferro, e minaccia, sì che il mugnaio allora fa venir la giovine Berta, che trema, piange e alla fine acconciasi a' voleri del re. «Di costei appunto dee nascere un forte e nerbuto figliuolo, essa è la casta tua mogliera». E Berta racconta la fellonia del maggiordomo, e quanto le avvenne nel bosco. Il re si parte, ma Berta si rimane in casa il mugnaio, dove indi a nove mesi, pone alla luce un figliuolo, che riceve il nome di Carlo, povero fanciullo ignoto fino all'età di dieci anni; poi monta a cavallo, e vassene alla corte di re Pipino; e ivi si mostra valente come Alessandro e sapiente come Salomone, onde Pipino s'induce a svelargli il segreto della sua nascita.» Tale si è l'epopea di Berta dal gran Piè e della puerizia di Carlomagno; essa è un poema che tutto quanto, come quel di Genoveffa del Brabante, ha il nobile intendimento di protegger la debolezza e l'innocenza contro le brutali soperchierie della gente da guerra, e dà a divider come già grande sia il nome di Carlomagno, e come si pensi all'infanzia sua, facendolo nascer robusto in mezzo ad un bosco e nell'abituro d'un mugnaio; e l'eroiche avventure de' suoi primi anni, dimostrano che ogni cosa sua dee accordarsi con quella smisurata riputazione ond'ei domina il medio evo.

Pochi diplomi originali ci restano di Pipino, qual prefetto del palazzo nel tempo di questa prima podestà sua, ma uno di essi che porta la data del 10 gennaio 743 conferma le immunità della chiesa di Metz. A dì 2 marzo dell'anno seguente ei tiene una dieta a Soissons, dove, approvando il concilio di Nicea, ordina ch'esso sia promulgato nella terra dei Franchi. Con un altro diploma concede alla badia di San Dionigi un dominio di alcune mense, antica possessione del fisco, e inoltre certe franchigie di giurisdizione in onore di San Dionigi di Francia il protettore e padrone dei re. Pipino è un liberalissimo donatore di beni alle chiese, anzi con esse li profonde, chè intenzion sua è di acquistarsi così i cherici irritati già da Carlo Martello suo padre, il quale voleva, comechè invano, esser re non altro che per opera de' guerrieri suoi. Ma la dignità regale ha qualcosa di più religioso, di più sublime, di più antico, e Pipino dovrà riconoscere la fondazione della nuova sua dinastia dai papi e dai cherici; ond'è ch'ei gli adesca a sè con moltiplici donazioni, e tien vivissimo carteggio coi papi. Zaccaria, che in que' giorni occupava la sedia di san Pietro, scrive a Pipino prefetto del palazzo, agli abati e ai baroni di Francia sul proposito di vari capitolari, stati decretati in un'adunanza di conti e di vescovi, e sapendo l'antichità della badia di San Dionigi e la venerazione dei Franchi per questo santo, conferma ad essa badia tutte le immunità, quali avute le avea da san Landrisio vescovo di Parigi. Il papa si frammette pure per tornare la pace tra Pipino e Grifone, intantochè Pipino, pur sempre protettore della detta badia, la ricolma di doni, e le concede il primato su tutte le comunità religiose del reame de' Franchi. San Dionigi e San Germano erano i santuarii, dove stavan deposti i reliquiari nazionali, le memorie della patria, le antiche sue cronache, ed a quelli volgea principalmente Pipino la sua venerazione.