Nell'atto tuttavia che Pipino si travaglia d'affezionarsi il papa ed i vescovi per ottener la dignità reale, ei non lascia di pensare alla guerra, che egli ben sa come la conquista è il retaggio della nazion dei Franchi, e com'eglino han continuo bisogno di terre a partirsi fra loro, e di ricchi dominii e feudi d'ogni specie, onde muovono le incessanti spedizioni di Pipino contro gli Alemanni, i Bavari, i Sassoni, e principalmente le sue conquiste nelle terre meridionali. Gli Aquitani vivon ivi sotto un bel cielo, ed hanno ricchissime possessioni, fertili terreni da distribuire tra i guerrieri franchi! Il nome di Carlo Martello suonava, dopo la battaglia di Poitiers, in tutte le leggende, e Pipino se ne approfittava per gittar colonie di Franchi in quelle contrade, e nei tre anni che precedettero l'esaltazione di lui alla corona, affaticossi per ridurre a vassallaggio i duchi di Baviera e d'Aquitania, Tassiglione e Vaifro, chè gli occorreva di recarsi in mano le terre del mezzogiorno e di Lamagna per poi liberalmente partirle fra i cherici e gli uomini di guerra, già chiaro manifestandosi il suo disegno di farsi re.
Le cronache della seconda schiatta, quasi tutte scritte sotto l'autorità della nuova famiglia regale, denigrarono i Merovei, però che la sciagura non ha lodatori, e quando una podestà viene a mancare, ognun la opprime, così portando la trista condizione dell'umana natura. Ond'è che in quell'interregno da cui fu preceduta l'esaltazione di Pipino, non si trovano se non rade e sterili notizie intorno agli ultimi Merovingi, e particolarmente intorno a Childerico III, intristito germoglio del sangue de' Merovei. Le cronache di San Dionigi lo chiamano, come dicemmo più sopra, il dappoco e lo stolto, e ben si vede che questi annali della badia, come fossero un giornal uffiziale, copiano quasi parola per parola Eginardo, il fido segretario di Carlomagno. Ma pur si ammetterà questo fatto storico almeno, che il religioso affetto pel sangue di Clodoveo volle esser ben forte, se passaron quattro generazioni d'uomini attivissimi a principiar da Pipino il Vecchio, prima che compier si potesse l'usurpazione della dignità regia. Un secolo e mezzo ci volle a far che Pipino il Breve, conducesse a pieno effetto il disegno concetto dai prefetti del palazzo suoi predecessori.
Nè gli ultimi Merovingi doveano altrimenti essere sì stolti e dappochi, se conservar sapevano la dignità regia incontro a sì potenti prefetti che aveano la forza in mano; e però solo è da credere che costoro adoperasser l'arte loro a ridurre al nulla quegli scettrati ed a tôr loro ogni modo all'operare. La mollezza è cosa dolce ed agevole; attorniavan di riverenza i re coronati, e i prefetti costituivansi, a dir così, loro spada, gli sollevavano dal carico del governo, ed è sì facile l'abbandonarsi all'esercizio d'una dignità che non costa nè travagli nè cure, e ad avvolgersi in una sì morbida porpora! Poi che Childerico III fu bene infiacchito, e poi che i cherici e il papa furono al tutto acquietati al nuovo lignaggio, il passo fu rapido, e Pipino non istando più a pensarvi sopra, mandò a papa Zaccaria quella solenne dimanda riferita dalla Cronaca di San Dionigi. «Chi meritava più d'esser re, se colui che non avea nessuna autorità nel regno e solo era re di nome, o colui che governava il regno, e avea podestà e cura in ogni cosa». Burcardo, arcivescovo di Virzburgo, e Folrado, cappellan di Pipino; s'avviano a Roma per aver su questo la risposta da papa Zaccaria, nè ella si fece molto aspettare, il fatto la vinse sul diritto; la podestà effettiva sulla podestà di nome, e il papa ordinò che Pipino, prefetto del palazzo, fosse riconosciuto e gridato re dei Franchi.
L'elezione fu tumultuosa com'esser dovea in un'adunanza del Campo di Marzo, e i Franchi sollevaron, secondo l'uso, Pipino in sullo scudo, qual capo di un nuovo lignaggio. San Bonifazio, l'uomo dal germanico e franco incivilimento, l'espressione mistica dell'union delle due razze, impartì a Pipino la prima unzione nella basilica di Soissons, delegato a questa pontifical cerimonia da Zaccaria, però che il nuovo re dei Franchi teneva la sua dignità dai cherici e dal papa, e or più non era solo il capo militare, il prefetto del palazzo dei Franchi, ma il re loro consacrato e l'unto del Signore. Indi Childerico fu raso e chiuso come semplice monaco in un chiostro. Quanti principi a que' giorni nei chiostri! Carlomanno in Montecassino; il re dei Longobardi in una celletta, donde lavorava la vigna e il giardino. Di questa maniera spariva, e quasi senza che se ne avesse sentore, dal mondo l'ultimo real rampollo del sangue di Clodoveo. Curioso è veramente, che questo passar dello scettro da una famiglia in l'altra avvenga quasi innosservato: le cronache stesse appena ne serbano memoria; certo perchè il tempo è bene apparecchiato, e questo travasamento avvien di cheto, e quando gli avvenimenti più gravi non lasciano più orma d'impressione.
Pipino, fatto re, non lascia per questo d'essere il capo militare dei Franchi, nè volendo egli altro prefetto del palazzo che abbia in sua mano la podestà materiale, confonde le due dignità in una sola, e Austrasio, qual egli è d'origine, regna sui Neustri, e li governa. Nella qual doppia qualità sua gli convien muovere a nuove battaglie contro i Sassoni, popolo indomito, che nel progresso germanico avea respinto la predicazione evangelica, fonte della gerarchia e della civiltà. Pipino arrivò sino al Veser, serbando nelle sue spedizioni un cotal che di erratico; i Franchi predavano, si partivan tra loro le ricchezze, gli armenti predati, poi tornavano ai loro accampamenti sul Reno, e tutte le guerre aveano questo cotal carattere di vagabondità. Pipino, fatto oramai re di corona, comincia nuove pratiche con le civiltà che indirizzavano i popoli. Morto papa Zaccaria, gli succede Stefano, il quale, perseguitato da Astolfo di Lombardia, viene a cercar rifugio in Francia, ed a chieder giustizia al capo dei Franchi, il solo del cui valore e della cui ponderosa mano i Longobardi paventino. Passò il papa le Alpi accompagnato da alcuni vescovi, e fu con amore accolto nel podere di Carisio (Quercy all'Oisa), dove s'eran raccolti ad aspettarlo principi e baroni, ai quali egli si presentò col capo asperso di cenere e le reni cinte di cilicio, e tutto in lagrime a significar le tribolazioni della Chiesa. Fu pronto Pipino a rialzarlo, a fargli omaggio, ed a condurlo, come suo signore e padre, per la briglia del cavallo; intantochè a quella stessa corte plenaria di Carisio, e mentre ivi ancor fumavan sull'altare gl'incensi, si vedea sopravvenir Carlomanno, il monaco cassinense, il proprio fratello di Pipino, per difender la causa d'Astolfo re dei Longobardi; però che egli erasi dato ai principi di questo lignaggio avversi a Roma. Se non che la causa del papa trionfava, e Stefano era coperto dalla protezione del re dei Franchi; onde anch'esso, il papa, grato al benefizio, ungeva Pipino ed i due suoi figli nella basilica di San Dionigi, sede dei martiri della nazione, essendochè quella badia era la Francia stessa, e l'orifiamma sua guidava quelle fiere genti alla battaglia, e all'invocar delle sue reliquie si vedea raggiare in fronte ad ognuno lo spirito della nazione. Insieme col papa penetravano in Francia gli studi romani, e alla consacrazione di san Dionigi s'udiron per la prima volta i cantici e le preci sotto la forma italiana, e si diè ordine al rito nelle chiese. Col porre in capo la corona a Pipino, Stefano confermò la dignità regale nella schiatta carolingica, e usando pure della podestà sua pontificia, scomunicò chiunque a lui ne contendesse la legittima possessione. Rimase il papa tutto l'inverno in Francia, dov'era stato sì bene accolto, dimenticando il bel cielo d'Italia e la basilica di San Giovanni Laterano pel monastero di San Dionigi, dove cadde infermo, e fu da quei padri con tenera sollecitudine curato. Ritornato indi a Roma godeva tornarsi in mente il lungo suo soggiorno colà e la buona ospitalità di quegli abati, e ne tocca nelle sue bolle e nelle sue lettere pastorali: «A quel modo, ivi dice il pontefice, che niuno dee vantare i proprii meriti, così niuno dee passar sotto silenzio, anzi ha obbligo di raccontare pubblicamente, ciò che Dio ha fatto per lui ad intercessione de' suoi santi, e non per merito già delle sue buone opere; ed è uno dei consigli datoci dall'angelo Tobia. Laonde dirò anch'io quanto m'avvenne nel monastero del santo martire Dionigi, vicin di Parigi, dove caddi mortalmente infermo, nel tempo che fui a trovare l'ottimo e cristianissimo re Pipino, servo fedele di san Pietro, affin di sottrarmi alle persecuzioni del disumano e bestemmiatore Astolfo, il cui nome io dovrei qui tacere. Già i medici disperavano della mia guarigione, ed io stava orando nella chiesa del santo martire, quando mi apparvero dinanzi all'altare il buon pastore san Pietro, e san Paolo dottor delle genti, ch'io riconobbi alle loro sembianze, e alla destra di san Pietro il beato Dionigi, più scarno e grande di lui, con un bel viso e capelli bianchi, e vestito d'una bianca dalmatica, guarnita di nastri purpurei, e del suo manto pur esso di porpora e smaltato di stelle d'oro. Essi parlavano compagnevolmente fra loro, quando san Pietro prese a dire: — Ecco là il fratello nostro che prega la sua salute. — A cui san Paolo rispose: — Egli sarà in breve risanato. — Poi, fattosi vicino a san Dionigi, e posatagli piacevolmente la mano sul petto, guardò in volto san Pietro, che disse allo stesso Dionigi: — E sia risanato in grazia tua. — Indi tosto il beato Dionigi, recando la palma[118] e l'incensiere nelle mani, venne a me insieme col prete e col diacono che gli stavano ai fianchi, e mi disse: — La pace sia teco, fratello, non temere che non morrai prima di essere felicemente tornato alla tua sede. Orsù, levati, e sii risanato, e di' una messa per consacrare il presente altare in onor di Dio e de' suoi apostoli Pietro e Paolo. — E sì dicendo, d'intorno a sè diffondeva una luce da non potersi dire, ed un soave odore. Io fui presto guarito per la grazia di Dio, e volendo io fare quanto m'era stato imposto, quei che m'intorniavano dicevan ch'io era fuori di me; ed allora ad essi, al re Pipino ed a' suoi baroni, raccontai l'accadutomi, e feci il comandamento avuto».
In questa pia leggenda papa Stefano lascia trapelar dall'animo il vivo suo desiderio di rivedere l'Italia, e san Dionigi gli promette di tornarlo a quel clima, a quel sole, a quel cielo. Eccolo in fatti a Roma, d'onde in una seconda lettera, indiritta ai monaci di San Dionigi, memore pur sempre della Francia, ad essi concede amplissime e ragguardevolissime immunità. «Figliuoli benedetti, assecondando il pio vostro desiderio, e concedendovi quanto chiedete dalla podestà nostra apostolica, noi vi diamo facoltà ed arbitrio sì a voi come a tutti i vostri successori, abati dei monasteri dei santi martiri Dionigi, Rustico ed Eleuterio, di edificar monasteri in qualunque paese di Francia vi piaccia, nei luoghi che di presente possedete, ed in quelli che possiate acquistare in avvenire, sia per compera, sia per regie concessioni, sia per donazione dei vostri parenti, in somma in qualunque luogo si sia, purchè in voi pervengano di giusta ragione. E poichè Clodoveo, figliuolo del re Dagoberto, ottenne già co' suoi prieghi da Landerigo, vescovo di Parigi aiutato dai consigli de' suoi canonici e degli altri vescovi, che il vostro monastero e tutti i cherici, di qualunque ordine e' sieno, ch'ivi servono, sieno esenti da ogni suggezione verso di lui e successori suoi, noi vogliamo pure concedervi un particolar privilegio, la facoltà, ciò è, di avere un vescovo eletto dai vostri abati o dai fratelli vostri insiem congregati, e consacrato dai vescovi provinciali; il quale invigilar debba sui monasteri che verrete edificando, governarli in nostro nome, e predicare così nel convento vostro, come in tutti gli altri che diverranno di sua giurisdizione. Noi facciamo inoltre divieto ad ogni vescovo o prete d'impadronirsi per cupidigia d'alcuno dei monasteri da voi edificati, o d'avere, per gelosia o per qualsiasi altro motivo, quistioni col vescovo che voi avrete eletto e sagrato; e più ancora vogliamo che tutti i monasteri da voi edificati, a pari del vostro medesimo, da altra autorità non dipendano che dalla sedia apostolica. Tutto questo decretiamo per la podestà di Cristo nostro Signore, del beato Pietro principe degli Apostoli, e per la propria podestà nostra, affinchè si osservi sempre nel modo da noi statuito, e niun vescovo, di qualunque chiesa egli sia, si ardisca di venire a ministrar gli ordini sacri a preti o a diaconi, o di compiere nel vostro convento verun altro uffizio ecclesiastico, senz'esservi invitato dall'abate. A voi sarà pur libero di recar le vostre cause e quelle dei vostri monaci all'udienza nostra apostolica, e recate che ve le abbiate, e mandatici i vostri legati, a nessuno sia più lecito di condannarvi o pigliar possesso dei vostri beni. Chiunque, o re, o vescovo, o altro dei potenti del secolo, operi contro queste ordinazioni, sia tenuto per sacrilego, ed anzichè partecipar del regno di Cristo, anatema sia contro di lui, fino alla venuta del Signore».
Or poichè papa Stefano si facea sì benemerito in Francia per la consacrazione d'un re, e pe' suoi doni e immunità alla badia dei martiri, era giusto che anche Pipino per gratitudine prestasse aiuto al papato contra le oppressioni dei Longobardi. Cavalcava quindi egli, all'aprirsi della stagione, conducendo un grosso esercito, e passando per Digione, varcava i monti, per dilassù calar nelle belle pianure che fan prospetto a Pavia ed a Milano. Indarno i Longobardi si provarono a difendere il passo dell'Alpi, chè nulla resister poteva ai figli dell'Austrasia. Ecco dunque Pipino scorrere i piani di Lombardia con sì numerose squadre di cavalli, che non si potea farne il conto, intantochè il nemico chiudevasi entro le mura di Pavia, la città dalla corona di ferro. Astolfo, re dei Longobardi, indi si sottomise, e quaranta statichi furono da lui dati per pegno ch'egli adempirebbe i patti impostigli verso la città di Roma, e diè giuramento di vassallaggio. Carlomanno, fratello di Pipino, moriva in questa spedizione, asperso di cenere e vestito dell'abito suo monastico, senza poter rivedere la santa badia di Montecassino[119]. Due spedizioni dei Franchi in Lombardia vennero a questo modo in due anni effettuate, carissimi essendo que' bei paesi agli uomini tramontani.
I Longobardi, incostanti e leggieri com'erano, or si sottomettevano, ed ora si ribellavano, finchè la morte di Astolfo, accaduta per esser cascato di cavallo in una caccia, venne a por termine per poco alle conquiste dei Franchi oltre l'Alpi.
Nelle prime spedizioni, sotto i valorosi re loro, i Longobardi s'erano impadroniti della Pentapoli, di Ravenna e delle città che dipendevano dall'esarcato; non già come terre del dominio loro, ma sì come taglia della conquista svelta di mano agli imperatori bisantini; mentre i papi le dimandavano come dipendenze del loro aulico patrimonio, essendo tradizione che Costantino aveva donato al papa l'esarcato di Ravenna. In quei tempi di forza e di violenza, qual era mai possesso che potesse pienamente giustificarsi, e dove torne il titolo certo? Anche la sovranità temporale del papa era una tradizione come tutte le altre di quei giorni, ed erano tutte ammesse alla pari dei fatti. Laonde Pipino conformò con uno special diploma la donazione di quello che chiamavasi dominio o patrimonio di san Pietro; il qual diploma era piuttosto la sanzione del fatto d'una concessione anteriore, che una nuova donazione. Tutte le città dell'esarcato da Roma a Ravenna, e la Pentapoli, divennero il patrimonio dei papi, e in progresso di tempo una specie d'oasi in mezzo alle passioni umane. Quando i potenti e i violenti della terra si proscrivevan l'un l'altro, quando continua era la vicenda dei vincitori e dei vinti, come non doveva esser dolce il trovare una terra neutrale, dove i raminghi e i tapini potesser posare il capo? Or bene, Roma pontificia era questo grande asilo; laddove, fatta lombarda, franca o bisantina, avrebbe patite tutte le passioni degli uomini rotti e sanguinari che si diviser la dominazione del mondo. Roma, sotto i papi, fu un paese sicuro dai governi, in cui vennero a riparare i re e i principi sventurati, e i proscritti dalle opinioni; benefizio questo per tutte le età.
Ogni volta che la nazion dei Franchi calava in Italia, gl'imperadori di Costantinopoli, inquieti ed ombrosi, mandavano ambascerie a quei valorosi capi, dinanzi a cui le Alpi si abbassavano, che ben conoscevano il valore degli Austrasii, degli Alemanni e l'impetuoso coraggio di quei prefetti del palazzo, i quali con le loro masse d'acciaio riduceano in pezzi le corone, e vedevano come giunti sulle terre italiche i Franchi, potean indi per Napoli penetrar fino in Grecia. Al tempo che tornato di Lombardia, Pipino tenne la sua corte plenaria, ei fece venire a sè gl'inviati dell'imperadore Costantino Copronimo, che recavano magnifici presenti, in ricche masserizie e reliquie incastonate; ma quello che più d'ogni altro dono stupir fece Pipino e la sua corte si fu uno strumento composto di ampie e lucenti canne, che mandava suoni maravigliosi, dai signori greci chiamato organo, a motivo della mirabile armonia che se ne traeva; e fu posto nella chiesa di Compiègne, dove' fece di poi bella melodia. I Greci non potendo più vincer coll'armi, studiavano di farsi grandi con le maraviglie d'una splendida civiltà[120].