«La gente del Reno e della Svevia ama il sole di vivi raggi, e le terre accarezzate da sì soave venticello, che tu il diresti la tepida onda dei bagni d'Aquisgrana». Tali sono le parole del monaco di San Gallo. Carlo Martello avea posto in grido, nell'Aquitania, la prodezza degli uomini settentrionali, e poichè Vaifro duca mostravasi colà cattivo vassallo e riottoso servitore, Pipino deliberossi di ridurlo al dovere. I re poi, e i duchi e conti passavano la vita a questo modo. Si tenevano ogni anno due o tre corti plenarie, convocate dal re; a radunarsi e parlamentare, pigliavasi il tempo delle feste solenni della Chiesa, come a dir Pasqua e Natale. Questi parlamenti si tenevano nei luoghi più vicini alle spedizioni militari, e quasi dappertutto ci eran case reali e dominii, che dipendevano dall'alto signore, dove egli teneva la sua corte. Celebrato Pasqua e Natale, partivano per la spedizione di Sassonia, di Lombardia o d'Aquitania. I diplomi notano che la vernata fu grande, «ed aspra e forte, come dice la cronaca di san Dionigi, e che alla prima nona di maggio, suit ora del mezzodì, fu grande ecclisse di sole».

Re Pipino tenne corte plenaria ad Aix, per far indi una breve correria in Baviera; poi celebrò la Pasqua ad Orleans, disegnando di compiere la sua spedizione in Aquitania, e sen venne dinanzi alla città di Narbona, soggiogò Tolosa, tenendo lungo tutta la via parlamenti di baroni e cavalieri, diede il guasto a tutto il Limosino, al territorio di Agen, di Perigord e d'Angouleme; poi, adiratissimo contra Vaifro, fece appendere a una forca parecchi de' suoi Aquitani, dopo di che avvicinandosi omai l'inverno tornossene alle sue terre. Queste guerre d'Aquitania dieder da fare a Pipino negli ultimi anni della sua vita, nè fu contento finchè non offerse a san Dionigi, in segno di trofeo, gli ornamenti e le pietre preziose, di che lo stesso duca Vaifro fregiavasi nelle feste solenni[121].

Quando i Franchi s'appressavano all'Italia, ad essi venivan le ambascerie di Costantinopoli, e quando Pipino conquistò l'Aquitania, a lui vennero inviati Saracini di Cordova e dalla Sicilia. La nazion franca andava così sempre più facendosi grande; il papa ricorre a Pipino, e in contraccambio della datagli corona, ottiene la sua protezione, l'aiuto della potenza sua materiale, e il dominio di san Pietro; i Longobardi sono domati; i Sassoni non sì tosto s'arrischiano a qualche spedizione sul Reno, Pipino e i Franchi li ributtano fino al Veser; gl'imperadori di Costantinopoli cercano istantemente la confederazione dei Carolingi, e mandano presenti d'oro e altri magnifici doni; Pipino si riman signore dell'Aquitania, nè appena egli n'ha preso il governo, i Saracini, a par dei Greci, dimandano di confederarsi con questa vigorosa e conquistatrice schiatta d'Austrasia. Da un mezzo secolo in qua le cose han mutato faccia: i Saracini avean da prima superati i Pirenei e recato i loro alloggiamenti fino a Tours; ora essi hanno rivarcato que' monti, ed in breve Carlomagno andrà a cercarli fino all'Ebro. Il regno di Pipino fu dunque un gran preludio a quello del glorioso suo figlio, e gliene aperse le vie; tutte le guerre di Carlomagno sono contrassegnate dell'indole stessa delle spedizioni di Pipino il Breve; egli continua l'opera sua, se non che in più ampie misure.

Lo salute intanto del nuovo re, al suo ritorno dalla guerra d'Aquitania, era declinata agli estremi. Arrivato a Perigueux, fu ivi colto da dolorosissima infermità, e non pertanto si fece trasportar fino a Tours, però che un re di Francia dovea morir sotto gli occhi di san Martino e di san Dionigi, protettori della nazione, e ivi fatte sue orazioni all'arche di que' santi, ricuperò forze bastanti per trarsi fino a Parigi. «Ora sappiate che in questo secolo egli trapassò nell'ottava calenda d'ottobre, nell'anno decimo quinto del suo regno, e dell'Incarnazione settecento sessant'otto, e fu messo in sepoltura nella chiesa di messer San Dionigi. Fu corcato dentro a rovescio, con una croce sotto il volto e la nuca verso Oriente, e dicono alcuni ch'ei volesse essere sepolto in questa postura, pel peccato del padre suo, che avea tolto le decime alle chiese[122]».

Questo re Pipino, che voleva essere in tal forma corcato nel sepolcro, non consumò solo la vita in grandi battaglie, ma lasciò pure alcuni capitolari e diplomi, onde fu apparecchiata la più ampia legislazione di Carlomagno suo figlio. Stando nella regia sua villa di Vernone, Pipino, attende a comporre alcuni articoli intorno alla condizione delle persone e alla legislazione ecclesiastica, e son questi: — Ogni città abbia un vescovo sotto la giurisdizione del metropolitano, ed ogni vescovo abbia facoltà di tutto reggere nella sua diocesi. Vi sieno due sinodi all'anno. La costituzione de' monasteri sarà riformata. Nessuna badessa potrà governar due monasteri. Niuna esca dalla clausura, se non a ciò licenziata dal re. I monaci debbono egualmente dedicarsi alla solitudine, e se rompono questa regola, sieno sottoposti a penitenza. Il battesimo sarà amministrato pubblicamente. Il prete sarà soggetto al vescovo. Chi comunicherà cogli scomunicati, sarà colpito dalla stessa scomunica. I monaci non potranno recarsi neppure a Roma senza la permissione del loro vescovo. Essi dovranno, in convento, star sottomessi alla regola e all'abate. Il giorno del Signore sarà feriato, salve qualche eccezione pe' lavori della campagna. Ogni matrimonio sarà pubblicamente celebrato. I pellegrini saranno esenti dalla gabella del telonio. I giudici ascolteranno e giudicheranno, prima d'ogn'altra, le cause delle vedove, degli orfani e della Chiesa. — Da ultimo, con alcuni altri articoli, il principe regola i diritti del fisco e il valore delle monete.

Indi, abbandonate le rive del Reno, le tetre Ardenne e la Mosella, trovasi nella foresta di Compiegne, e in una dieta di vescovi e di conti, ordina ancora lo stato dei Franchi, e il matrimonio principalmente, che a que' tempi sì difficil era mondar d'ogni impurità. — I coniugi parenti in quarto grado non sieno separati, bensì il matrimonio è nullo tra quelli in terzo grado, anche se la parentela sia di sola affinità e cognazione. Se una donna prenda il velo senza il consentimento del marito, egli abbia il diritto di riaverla se voglia. S'ella è libera, e sia data contro sua voglia ad un uomo, ella può lasciar questo, e maritarsi con un altro. Interdette le nozze con lo schiavo. Il vassallo può maritarsi a un'altra donna, ma in questo caso egli passa ad un altro signore. — Gli articoli del capitolare di Compiegne sono tutti relativi alla famiglia, alla moglie non casta, ed ai parenti che si congiungono con nodi illegittimi. Questa corruttela dei costumi era la gran piaga della società; la santità e l'unità del matrimonio non erano a que' giorni universalmente riconosciute, e anzi ripugnavano a tutte quelle fiere e violente nature; dal re sino all'ultimo vassallo tutti si facean lecita la pluralità delle mogli, ed indarno i concilii e i capitolari contrastavano con questi erranti costumi di tutta una società.

Fra questi capitolari ci ha un intero diploma, col sigillo di Pipino, in cui egli prende il titolo di re dei Francesi e d'uomo illustre, indirizzato ad un vescovo di nome Pietro Lullo. «Vogliamo che la santità vostra sappia la pietà e la misericordia che usò Dio nel presente anno in questa terra. Egli ci avea mandato gran tribolazione a cagion de' nostri peccati, ma poi dopo la tribolazione, ci concede una maravigliosa consolazione nell'abbondanza dei frutti della terra che di presente abbiamo. Ond'è debito nostro, e per questa e per altre nostre cagioni, di rendergli grazie della misericordia con cui si degnò di consolare i suoi servi. Noi vogliam dunque che ogni vescovo faccia celebrare un digiuno nella sua parrocchia, in onore di Dio che ci ha mandata quest'abbondanza, e che ognuno faccia indi elemosine e ristori di vitto i poveri. Tutti poi, vogliano o non vogliano, così comandando noi, paghin le decime. Salute in Cristo».

Questi antichi diplomi, questi capitolari tutto ci rivelan lo spirito di quel tempo, e pongono in essere le inclinazioni del re e del popolo, della Chiesa e della società. In questa primitiva legislazione, nulla v'è di distinto, i diversi ordini d'idee vi si confondono e si attraversan fra loro; le leggi ecclesiastiche non sono sceverate dalle civili; il re fa capitolari per impor digiuni e levar le decime, intantochè i concilii si applicano a stabilire la società domestica e il governo politico. Invano si vorrebbe ordinare ciò che ivi è misto e confuso: re, vescovi, cherici ed uomini da guerra, si comunicano e prestano a vicenda lo spirito loro; v'ha feudalità nella chiesa e v'ha chiesa nella feudalità; v'eran vescovi che portavano il falco in pugno per la selva delle Ardenne, e v'eran uomini di guerra che portavan la mitra e il pastorale dell'abate in segno della loro giurisdizione. In mezzo a quella società, il regno di Pipino altro non è che una gran riparazione a profitto della Chiesa; i cherici avean serbato memoria degli spogliamenti ordinati da Carlo Martello, nè perdonar sapevano una tale violenza; gli uomini d'armi perseguitar poteano la Chiesa nel vigor della vita, ma i cherici gli aspettavano alla morte; quelli erano i giorni per loro del ricatto, e Pipino redimeva i peccati del padre suo. Ci rimangono diplomi e atti di donazione col sigillo di Pipino, qual prefetto del palazzo; altri diplomi di larghezze e doni più numerosi contrassegnano il tempo in cui egli fu re. San Dionigi va continuamente ricevendo mense di terre e livelli; le chiese di Treveri, di Metz, della Lorena, sono ricolme di doni. Oltracciò Pipino ha cura di ampliar con costante sollecitudine gli altri beni ecclesiastici; onde san Dionigi vede confermarsi le sue fiere; i monasteri di San Martino di Tours e di San Michele hanno donazioni, e le chiese di Nantua e di Figeac, ottengono, per diplomi, privilegi. Egli testimonia in ogni luogo la sua gratitudine ai vescovi che il fecero re, ed ai papi che sancirono la podestà sua. E Roma pur essa serba gran riconoscenza per quanto Pipino fece a pro di Zaccaria e di Stefano, e abbiamo una curiosa epistola del popolo e del senato romano al re de' Franchi, in cui gli rendono grazie della libertà che ei ricuperò loro di man dei Longobardi, ed egli ad essi risponde: «di rimaner fedeli alla Chiesa di Dio e al pontefice».

Monasteri, chiese, pontificato, tali son gli oggetti della protezione del nuovo re dei Franchi; i cherici l'hanno innalzato al trono, i cherici hanno santificato il suo regno, confermatogli il possesso della corona e il capo del nuovo lignaggio fa stima di loro, però che niuno saprà mantenersi in signoria, senz'assecondar la forza che ve l'abbia recato.

CAPITOLO VII. CARLOMAGNO E CARLOMANNO.