Egli non è punto a dubitar che questi principii, queste tradizioni non giungessero fino a Carlomagno, e non l'aiutassero a svolgere i pensamenti suoi militari; il vediamo tener lunghi assedii intorno a Ravenna ed a Pavia, dunque aver dovea le macchine sì ben da Vegezio descritte: l'ariete che abbatteva le mura, il corbo che le forava, e quelle torri volanti che quasi per incanto innalzavansi al ragguaglio de' più alti bastioni[145]. Al decimoterzo secolo già si vede l'arte delle macchine di guerra tutto togliere dai Romani, chè i Barbari stessi progrediscono naturalmente nei mezzi di distruzione, fanno la guerra con entusiasmo, e son per istinto fecondi in maravigliosi trovati. Carlomagno divide gli eserciti suoi in più corpi; ha una tal quale cognizione della geografia, del paese; conosce i passi dell'Alpi, e i luoghi deboli del regno dei Longobardi a quel modo che ei sa la topografia dell'Ebro e dei Pirenei. Ei non è più un capo barbaro, ma sì un uomo di gran mente, che pondera con sagacia, ed i compagni ch'egli trae seco intorno a sè, sono educati alla sua scuola, sono valenti soldati più disciplinati che quelli di Clodoveo non erano, e padrone ch'egli è di tutte queste forze, il gran capitano intraprender può l'opera sua militare, nè si arretra dinanzi ad alcuna difficoltà. Andiamo di presente a vederlo nella prima delle sue spedizioni, in atto di scender dalle Alpi per assalire la gagliarda nazione dei Longobardi; tutto fia chiaro in breve, e principalmente la ragion di quelle rapide conquiste, che nello spazio di quindici anni gli pongono in mano il più vasto impero del mondo.
CAPITOLO IX. L'ITALIA. — CADUTA DEL REGNO DEI LONGOBARDI.
Condizioni del re Desiderio. — Papa Adriano. — Nuova occupazione del territorio di San Pietro fatta dai Longobardi. — Resistenza di Roma. — Ambascieria d'Adriano in Francia. — Partenza dei Franchi. — Passaggio dell'Alpi. — Assedii di Pavia e di Verona. — Carlomagno in Roma. — Sua esaltazione al patriziato. — La donazione di Pipino confermata ed ampliata. — Sommessione di Desiderio. — Caduta del regno dei Longobardi. — Rispetto di Carlomagno alle leggi longobardiche. — Incoronazione di lui a Monza. — Ridotti a soggezione l'un dopo l'altro i grandi feudi di Benevento, di Spoleti e del Friuli.
772 — 774.
Aveano i Longobardi cangiato di famiglia regnante alla morte di Astolfo, per l'esaltazione di Desiderio, il Desideratus delle bolle romane. Da semplice conte di schiatta dalmata o istriana fatto re, riconosceva costui l'innalzamento suo da Pipino, ed anche da Stefano papa, il quale avea dato fortemente di spalla alla scelta dei capi lombardi. Se non che tanta era, di necessità, la gara fra Roma e Lombardia, che Desiderio ebbe in breve calde contese con Adriano, succeduto a Stefano nel pontificato. Il re dei Longobardi intitolavasi, per via dell'esarcato, rappresentante dell'impero greco in Italia, rinnovellando così le gare degli imperatori contro i papi, degli esarchi contro i vescovi di Roma, delle basiliche greche di Ravenna, Verona e Milano contro il Vaticano e la Sede apostolica. Ma papa Adriano sosteneva con invitta fermezza i diritti e privilegi del pontificato, chè egli non era un papa venuto d'altronde, ma nato appiè del Coliseo, e nodrito, per la famiglia sua e per la sua educazione, di quello spirito di patriziato che avea sopravvissuto alle grandezze della città eterna. Figlio com'egli era di Teodulo, duca di Roma e console imperiale, ereditato avea la gara politica che sussisteva tra la città del Tevere e la metropoli di Costantino sul Bosforo, onde, avendo i Longobardi per successori dei Greci, nè aderir volendo ad alcuna soggezione di Roma inverso Desiderio, manteneva in tutta la forza sua la donazione di Pipino a favor della Chiesa. Quel re dei Franchi, protettor della Santa Sede, più non viveva, e i Longobardi avevano con ansia tenuto d'occhio le prime brighe del regno di Carlomagno per farne lor pro ad assicurarsi la signoria dell'Italia, nè sì antica essendo la donazione di Pipino da tenerla oramai per irrevocabile, essi miravano ad annientarla all'uopo di ristabilire la pericolante podestà loro. Desiderio facevasi quindi ad invadere il patrimonio di san Pietro, senza rispetto alle immunità sue, e movea, senza starvi a pensar sopra, contro di Roma, con lo stesso vigore dei re longobardi della prima progenie. Nelle vene di Adriano scorrea, già dissi, sangue romano, e nudrito dell'eroiche ricordanze della storia di Roma, superbiva al contemplare il Coliseo, quelle reliquie dei templi e dei palagi, quelle sante chiese dei martiri, sì che all'avvicinarsi dei Longobardi, e al vederli coprir con le loro tende le sterili campagne di Roma non si lasciò punto atterrire, ma fatte armar le mura, e chiuder le porte, risolse, all'uso antico, di morire in mezzo ai cittadini alla guisa dei consoli.
L'assedio di Roma continuava, per diecimila longobarde lance che ne stringevan le mura, quando esso papa Adriano elesse una deputazione di vescovi e patrizii romani, che si recassero alla corte plenaria di Carlomagno a chiedere l'aiuto suo contro gl'invasori del sacro patrimonio della Chiesa. Il figliuol di Pipino era succeduto al padre in tutti i titoli suoi, e fra le leggende e inscrizioni che chiamavan purpuree, quella pur trovavasi del patriziato di Roma, che era la titolar magistratura dell'eterna città; onde l'obbligo in lui di proteggere il papa ed il popolo che s'eran posti in una specie di vassallaggio verso i re franchi. Doveano gl'inviati di Adriano gittarsi ai piedi di Carlomagno e supplicarlo di venir a difendere la terra di san Pietro profanata dagli empi Longobardi. Già vedemmo che Stefano erasi in altri tempi calorosamente opposto alle nozze di Carlomagno con la figlia di Desiderio; ora costei era stata pur dianzi ripudiata, e il re dei Longobardi ne avea provato acerbo risentimento insieme co' suoi popoli, che tenevano per un oltraggio il ripudio d'una giovine e infelice consorte. E appresso, la corte di Pavia, di Milano e di Ravenna era divenuta come a dir l'asilo di chiunque serbasse in cuore odio pel re e per la nazione dei Franchi, onde ivi riparato aveano la vedova di Carlomanno co' suoi pargoletti dallo zio Carlomagno spogliati della corona, ed ivi s'erano egualmente rifuggiti i baroni malcontenti, lo sbandeggiato duca d'Aquitania, e se si dee prestar fede al monaco di San Gallo, anche Uggero il Danese, uno dei conti franchi di maggiore fermezza, uno degli eroi della cavalleria, d'origine scandinava, il quale, incorso nella disgrazia di Carlomagno, nè sostener sapendo l'irato e potente splendor del suo sguardo, erasi dato alla fuga.
Giunti gli inviati di papa Adriano a Paderborna dov'ei teneva la sua corte plenaria, il trovarono prontissimo a una spedizione militare in Italia, chè quelle transalpine pianure, quelle ridenti città troppo piacevano ai leudi, ai conti, ai paladini che accompagnavano i re franchi nelle spedizioni lontane, e già in fantasia ne vagheggiavano il bel sole, le ubertose campagne, in cambio delle tetre loro città in riva del Reno, e contemplavan da lungi l'uva spenzolar da' suoi pampini, e le frutta saporose, e le tepide acque dell'Adriatico e del Mediterraneo. La spedizione fu dunque tosto deliberata, e mentre papa Adriano sostenea vigorosamente l'assedio di Roma, mentre i Longobardi non aveano più rispetto ai monumenti cristiani che alle vestigia della grandezza romana, Desiderio seppe per messi la gran diversione che Carlomagno gli preparava dall'Alpi, con un esercito di Franchi, conti, leudi, con quelle pesanti armi loro e con quei loro fortissimi cavalli.
I monti che dividevan le terre di Carlomagno dalla Lombardia non erano a quei giorni altrimenti tagliati da quelle ampie vie che lasciano oggidì liberissimo spazio a condurre gli eserciti; ma sol vi erano poche vestigia delle vie romane, chè avendo il passo tentato da Annibale, mostrata la necessità di congiunger le Gallie all'Italia, domate ch'ebbe Cesare quelle riottose popolazioni, gl'imperatori compier vi fecero alcune opere alla foggia romana, onde agevolare il libero tragitto da Milano fino al cuore dell'Alpi elvetiche. L'ardore indi de' pellegrinaggi al sepolcro degli Apostoli avea conservato alcuna di quelle vie romane, ed a poca distanza l'un dall'altro, ci si trovavano romitorii e monasteri, ed essendo l'ospitalità uno dei precetti del cristianesimo, anche l'Alpi, comechè di difficile accesso, sicuro passaggio porgevano ad eserciti che marciavano lentamente, e quasi senza fardaggio alcuno. Nè a quei giorni ci erano artiglierie; ogni leudo portava da sè l'armatura sua, le sue difese; tutti potevano lasciar andare con la briglia sul collo i loro cavalli, e di questo modo ogni sentiero, buono ai pedoni ed alle bestie da soma, bastava a quelle masse di gente che movean dalla Borgogna, dal Reno o dalla Baviera per far capo a Milano. Il partito di calare in Italia fu preso ivi stesso a Paderborna, si elesse Ginevra a luogo di far massa, e le Alpi si copriron tosto di una infinita schiera di lance che moveano verso Milano, Pavia e Verona, poichè i Franchi avean fatta lor meta queste tre città principali del regno de' Longobardi, il tutto predisposto innanzi, così per la guerra come per l'occupazione, con quell'accorgimento onde chiari erano gli Austrasii nelle conquiste. In un consiglio che i leudi tennero a Ginevra, fu preso a pieni voti di varcare le Alpi, al qual uopo si partirono in due grandi schiere, l'una capitanata da Bernardo, leudo anch'esso e bastardo di Carlo Martello, uomo di grande statura; doveva egli attraversare il Valese, varcare il monte di Giove (ora San Bernardo) per occupare il passo dell'Alpi, e penetrare in Italia, intantochè Carlomagno, il quale avea serbato a sè il capitanato dell'altra schiera, la guidava pel monte Cenisio, l'usata via di Pipino. Così la schiera principale condotta da Bernardo far dovea una potente diversione nel pian di Milano, mentre Carlomagno assaliva di fronte il Piemonte; la qual mossa attraverso delle Alpi fu compiuta con ammiranda fermezza.
All'aspetto di queste due formidabili osti Desiderio provò un certo terrore, pur nondimeno il figlio suo Adelgiso, o com'altri lo chiamano, Adelchi, raccolse un grosso di gente appiè dell'Alpi per difendere i passi del monte Cenisio. Quelle cime eran tutte irte di fortificazioni alla foggia dei Greci e dei Romani; sovr'ogni rupe erano torri difese da vigorosi balestrieri e da agili scorridori che si arrampicavano di balza in balza, sì che Carlomagno avrebbe trovato insuperabili impedimenti, se non fosse stato aiutato dalla diversione del conte Bernardo, che calando pel monte di Giove veniva ad alloggiarsi fra le Alpi e Pavia, per modo che, presi a tergo i Longobardi, furono costretti d'abbandonare i loro alloggiamenti, e Carlomagno potè venir ad unirsi con Bernardo nelle vicinanze del lago di Como. Adelgiso prese la fuga, e Desiderio, che avea posto il campo al di là di Milano, si vide forzato a ritirarsi precipitosamente verso Pavia, la città forte del regno, in cui dovea sostener poi un lungo assedio, intanto che ed essa e Genova venivano incontanente accerchiate da migliaia di lance, ed i Franchi, per ogni dove irrompendo, correvano il Milanese.
Grande era già il terrore che il nome di Carlo inspirava, e il concetto che di lui s'eran formato i Longobardi, onde e conti e vescovi s'affrettavano di sottomettersi, e tutto fu soggiogato, salvo le dette due città di Pavia e di Verona. La prima di queste non era a que' giorni per anco ridotta a quella condizione, comechè di nobile reliquia, in cui la vediamo oggidì. Vasta e bella città vedeva sorgere i grandiosi suoi monumenti di marmo alla foggia lombarda e romana, e le sue mura innalzarsi a ben settanta piedi romani, e diciassette porte aprirle l'adito alla campagna, e settantadue torri cignerle la fronte a guisa d'antica Sibilla. Ivi era la sede dei re longobardi, che se Milano le contendea quest'onore pel suo episcopato, per le sue corrispondenze con Bisanzio, per le basiliche sue, per le sue spaziose vie, e pe' suoi passeggi; che se Monza era il luogo dove i re cinti venivano della corona di ferro, Pavia era pur sempre la città militare insiem con Verona, la sorella sua dalla corazza d'acciaio.