Tutte queste narrazioni delle cronache son povere di nomi propri, e spoglie, in generale, di grandi caratteri storici. Così non è delle canzoni eroiche, nelle quali anzi spiegasi tutta la pompa delle epopee carolingiche, e intere famiglie di baroni risplendono. Il semplice conte Orlando delle cronache diventa ivi quel valente paladino che scuote i monti e affetta i giganti saraceni, con Rinaldo di Montalbano allato e la famiglia del vecchio Amone nel suo castello di Dordogna, e con Uggero il Danese, anch'esso grande ammazzator d'Infedeli. Poi tu vedi comparir Guglielmo Corto naso[139], Garino il Loreno, Lamberto il Corto, Gualtieri di Cambrai, e già si mostrano i Bracci di ferro, le Lunghe Spade, i Girardi di Rossiglione[140] e gli Amerighi di Narbona. I quali baroni tutti si accerchiano intorno alla gran figura di Carlomagno, lo servono coi loro consigli, colla forza del loro corpo, col valore del braccio loro, nè possono andar separati da questo signor sovrano, di cui formano, come a dire, l'aureola.

L'idea dei dodici baroni che risiedono alla corte di Carlomagno, è, si vede chiaro, posteriore al suo regno; noi la troveremo da per tutto nelle canzoni eroiche, ed è un anacronismo che rinasce a ogni poco. Il titolo di barone altro non può quivi significare che un capo di quelle famiglie, o d'alcuna di quelle nazioni che si aggreggiano intorno al trono dei carolingi. Ci sono Borgognoni, Aquitani, Franchi della Neustria e dell'Austrasia; paladini che abitan le rive del Reno, della Loira, della Garonna, della Dordogna, e già regnano le antipatie di razza, e i Maganzesi non possono patir gli Aquitani. I Franchi sono anch'essi fra loro divisi per certe lievi disparità di costumi e di consuetudini, le quali trapelano dai canti e dai romanzi di cavalleria che ci narran le gesta dei paladini di Carlomagno. E quanto tempo ci volle per cancellar queste lievi disparità fra razza e razza, fra popolo e popolo!

Fra gli uomini prodi e valenti, fra i paladini di Carlomagno son misti i traditori e felloni, e poichè ogni affetto dell'anima vuol essere personato, questi ultimi appartengono alla famiglia maganzese, al lignaggio dei Ganelloni, o alla razza guascona di Olderigi, di cui tanto suonano le canzoni eroiche. A quel modo che si magnificarono le vittorie di Carlomagno, così scusar si vollero le sue sconfitte; chè quando un grande nome risplende sulla terra, i disastri che gli succedono, non sono mai, per opinion dei popoli, procedenti da cause naturali, ma sì da fellonia e tradigione. La conquista del regno de' Longobardi, è tanto rapida, tanto intera da non lasciar punto supporre che tradimento umano ci avesse luogo; in sei mesi i Franchi passan le Alpi, e tutto è finito; all'incontro nella guerra oltre i Pirenei, dove accadde la funesta rotta di Roncisvalle, le canzoni eroiche ti schieran da bella prima dinanzi tutta la famiglia dei paladini leali, di quei prodi e valenti che combatterono a fianco dell'imperatore; poi, dopo questa nobile schiera, vengono i felloni, coloro che vendono gli eserciti, e sono, come dissi, rappresentali nella persona di Ganellone. Il pio arcivescovo Turpino è il cantore di tutta questa epopea; egli si mescolava fra' combattenti, armato di mazza, poichè, cherico qual era, non dovea versar sangue; pugnava, orava, confessava vero simbolo del chericato, tal quale a noi lo additano le leggi di quei tempi e i capitolari.

I compagni d'armi di Carlomagno pigliano tutti il nome di Pari e Baroni dell'imperatore; i poemi dei trovatori confondon pur sempre le date; scritti come furono nel secolo duodecimo, e nel decimoterzo, verso i tempi di Filippo Augusto e del suo successore, essi portan l'impronta delle instituzioni dei secoli in cui furon composti. Nè sotto Carlomagno, nè sotto alcun de' Carolingi vi ebbero mai pari, nè ancor nato era il baronaggio insiem col feudo dipendente[141], nè ci eran pari laici, perchè ancor non v'erano nè duchi di Normandia, di Guienna o di Borgogna, nè conti di Sciampagna, di Fiandra e di Tolosa; nè tampoco ci eran pari ecclesiastici, perchè la gerarchia degli arcivescovi e dei vescovi non s'era punto ordinata nelle condizioni feudali. I trovatori, col trasportar le idee di un tempo in un altro, facevano, sott'altre forme, lo stesso che i miniatori delle immagini, i quali abbigliavano coi vestimenti del secolo in cui viveano essi medesimi, personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento. Laonde il titolo di barone o di pari nelle antiche conquiste dei Carolingi, non dee interpretarsi se non nel senso di compagno d'armi del capo signore[142], nè il conte Orlando fu altrimenti un pari del re, com'ebbe ad essere il duca di Normandia sotto san Luigi e sotto Filippo il Bello, ma un graff di origine germanica o bretona alla foggia dei Franchi di Clodoveo e dei Merovingi. Carlomagno raccoglieva sotto il suo freno le tribù franche tutte quante: Borgognoni, Neustri, Austrasii, Bretoni, Aquitani, e ognuna di queste razze era rappresentata da alcuni particolari eroi, divenuti poscia i soggetti dei poemi epici e nazionali.

Ragguardevoli erano tutte queste forze in mano di Carlomagno; e quanto alle prese d'armi, facevansi esse tumultuariamente dopo qualche deliberazione delle corti plenarie; però che a due tempi dell'anno, Natale e Pasqua, il capo signore dava una specie di militar convegno a tutti i capi della nazione o franca o romana, conti o vescovi che essi fossero: a Natale deliberavano intorno alle leggi generali, a Pasqua concertavano le spedizioni lontane della primavera e la conquista di questa o quella uberifera terra, come dir la Sassonia, la Lombardia, la Spagna. Tutta quella generazione non aveva altra passion che la guerra; lo squillo della tromba saltar li facea come destrieri; i paladini non potevan più contenersi nelle lor grosse e murate torri; chi parlava lor di conquiste era il bene ascoltato: onde il rinomo di Carlomagno a lui tutti tirar doveva i capi dell'armi, i conti bramosi di nuovi dominii; anche i leudi più lontani accorrevano alle sue chiamate. Tutto questo facea che le forze sue fossero superiori di numero a quante altre gli erano opposte; chi seguiva le sue bandiere, chi accorreva allo squillo delle sue trombe era certo di guadagnar qualche terra, era certo della vittoria; e però a lui correvano in frotta; Carlo Martello e Pipino avean lasciato alto grido di sè, e il figlio loro ancor più l'innalzava. Fin dal principio del suo regno egli spiegava la medesima attività, la medesima militar sapienza dell'avolo e del padre, onde tutti in lui s'affidavano, ed egli guidava i vecchi commilitoni che avean guerreggiato sotto Pipino, e i veterani che avevan veduto Carlo Martello; la razza degli Austrasii mostrava d'aver conquistata una potentissima superiorità sa tutta la famiglia dei Franchi; essa durava nella sua prepotenza, e Carlomagno appariva come il simbolo di quella vigorosa famiglia: sì che appena egli fa la chiamata, tolti si affollano intorno a lui, alle sue bandiere, a' suoi pennoni, alla sua orifiamma, e i suoi capitani sono uomini anch'essi il cui nome suona lontano.

Nè questi capitani e uomini d'armi chiedono paga di sorta alcuna, chè la guerra in loro è natura: e nessuno ha bisogno di scriversi per aver sussidio in denari o soldi d'oro, chè tutti si forniscono e armano a proprie spese[143]. Il capo supremo ascende l'Alpi, e di colassù dice a' suoi soldati: «Ecco terre nostre! avanti!» e queste parole maggior animo infondono che non la speranza d'una paga o d'un'agiatezza regolare. Così fan sempre i Barbari, e così a loro imitazione i capitani venuti in tempi di eccezione e di fanatismo!

Annunziata questa o quella spedizione, leudi e liberi compagni tutti accorrevano, e assentivasi a quella al suon dell'armi ed allo strepito dei carri. Debito era di chi possedesse alcuna terra d'accorrervi alla più breve, ed indi i capitolari lo imposero per obbligo indispensabile, e tutti coloro che possedevano alcun bene del fisco. Le armi eran la cura principale dei conti e dei capi militari; con esse ottenevano la vittoria, e però ben eran solleciti di dar loro tempra forte; quanto ai monumenti d'arte, pochissimi ne abbiamo che riferir si possano ad un'età sì remota, e le poche armature che ci durano, in modo autentico provate dei secoli decimo ed undecimo, sono in parte divorate dalla ruggine, quel dente distruttore dei secoli, quella vecchiarda che lacera con l'ugne sue corpi che altri creduto avrebbe non poter perire giammai. L'antiquario che fruga e cerca il vero, ammetter dee che i Franchi tolsero quasi tutte le armi loro dai Romani: infatti, quando una nazione barbara e conquistatrice accostasi ad una gran civiltà, prima di tutto e ardentemente, accetta di quella le armi omicide più raffinate e distruttive, e imita, tosto e per bisogno, i modi perfezionati di uccidere e di conquistare.

Cotesto si fu evidentemente uno dei primi studi dei Franchi nelle Gallie; pigliavano la picca e il giavellotto in luogo della chiaverina troppo corta; allo scudo rotondo della nazion loro preferivan lo scudo romano, come più atto a coprire il corpo, e l'elmetto insiem con la visiera, perfette armature sì ben congegnate che i dardi non vi passavano, furon parimenti sostituite a quella specie di berretto di cuoio bovino, del quale i Barbari armavano il capo. Robusti di corpo, com'erano, accettaron pur l'uso del piastrone o giaco di ferro, e la lunga ed aguzza spada, sì ben temperata che la sua celebrità passava di generazione in generazione, e serbavasene la genealogia fra le tende del campo. I Longobardi e i Greci conoscevano anch'essi certamente queste armi formidabili, ma non aveano a gran pezza i corpi giganteschi dei commilitoni di Carlomagno, nè quella forza loro appena credibile, chè gli elmi del decimo secolo pesan bene centoventicinque libbre, e a grande stento ora sollevar possiamo con due mani quella spada che i paladini maneggiavano come fosse una verga[144]. Portavano essi anche la mazza, l'arma favorita dei cherici, perchè non versava sangue; le quali mazze eran quasi tutte d'un tronco di cerro a nodi appuntati, e talvolta tutte di ferro: con questa terribil arme alla mano l'arcivescovo Turpino stramazzava gl'infedeli, e obbligavali a confessarsi ed a ricevere l'assoluzione.

I cavalli degli eserciti di Carlomagno erano di razza migliore di gran lunga dell'altre d'Italia, di Spagna e d'Inghilterra, e quasi tutti venivano tolti dai pingui pascoli del Reno, della Baviera e della Germania. Grandi di corpo, di gagliardo aspetto, e' serbavano per gran tempo la natía loro salvatichezza, come i tori ferocissimi delle Ardenne; poi domati, venivan bardati di ferro, e difesi così dai dardi, dai giavellotti e dalla punta delle spade; la vita del paladino era congiunta con quella del suo destriero, così come la vita dell'Arabo con quella del suo corridore; tutti questi cavalli aveano lor nomi, a simiglianza del Baiardo dei quattro figli d'Amone; e quanta esser dovea la forza di questo cavallo, se fu detto ch'ei il portò in groppa tutti e quattro ad un tratto! Tutto ferro parean quelle osti a vederle, splendean da lungi come l'incendio o la meteora, e la terra tremava sotto i passi loro.

Se non che questa forza era pur sempre indisciplinata e salvatica, nè i popoli che ubbidivano a Carlomagno si sarebbono punto distinti dai primi Franchi, se quegli eserciti non si fossero appropriata la gran tattica dai Romani, ed è cosa irrefragabile che esso Carlomagno fu costante imitatore di Roma non solo nell'ordinamento dell'impero suo, ma sì ancora nella condotta de' suoi eserciti; nè le sue erano avventurose scorribande d'un capo di guerra, nè inondazioni a guisa di torrente, senz'ordine, senza consiglio, senza tattica, ma in tutte e tre le maggiori sue guerre contra i Longobardi, contra i Saracini e contra i Sassoni il vedremo seguire gl'insegnamenti della scuola greca e romana. Nè queste spedizioni con tanta vigoria di mente concepite, furono tampoco una sola ispirazione del genio suo, chè anche assai tolse dalle tradizioni dei capitani antichi; Annibale avea varcato le Alpi prima di lui, e Scipione i Pirenei; le coorti aveano oltrepassato il Reno, le legioni guerreggiato in Pannonia e in Dalmazia, e Cesare insegnato i modi a compiere e a conservar le conquiste.