Lasciava Carlomanno due figli pargoletti, ma gli succederanno essi nel regno? Se ancor durato avesse la legge di successione sacra già tra' Merovingi, i due fanciulli avrebbero, come tante altre volte si vide negli annali dei Franchi, ereditato in comune il paterno retaggio; ma i Carolingi, lignaggio nascente, non destavano ancora quella religiosa pietà che già i figli di Clodoveo destavano nell'antica razza dei Franchi, da poco uscita delle foreste; la forza gli aveva innalzati, nè doveano la legittima consacrazion loro ad altri che all'opera dei papi, all'unzione dei vescovi, e l'eredità non era ancor legge irrevocabile[132]. Carlomagno partecipò quindi, in una corte plenaria che ei tenne a Valenciennes, la morte di Carlomanno a' suoi leudi, dopo di che, agitando essi le loro lance, mossero, a guisa di conquistatori, alla volta delle Ardenne, e piantarono i loro alloggiamenti nella real tenuta di Carbonac, a poca distanza da Samoucy dove Carlomanno era uscito di vita. All'aspetto di questa massa di gente, i conti, i vescovi e gli abati di quel regno, vennero a far omaggio a Carlomagno, e senza troppo guardare alle ragioni dei due fanciulli, inetti com'erano a regnare ed a condurre i leudi alla guerra, furono, siccome gli ultimi de' Merovei, destinati a vivere ed a morire nel chiostro, serbata lor la tonsura, simbolo dello spirituale servaggio; chè tra loro, chi più non avea lunghi e ondeggianti i capegli come la criniera dei nobili corsieri delle foreste germaniche, non poteva esser nè re nè conte mai. Gerberga, la vedova di Carlomanno, passò le Alpi, e venne anch'essa a cercar rifugio presso i Longobardi, temendo la condanna del chiostro e le persecuzioni di Carlomagno divenuto re di tutta la nazione dei Franchi. Eccetto alcuni pochi che rimasero fedeli a Carlomanno, e seguirono oltremonti la regina Gerberga, tutti i possessori delle terre, i conti, i vescovi e gli abati fecero omaggio al nuovo signore.
Di quivi ha principio, propriamente, il regno di Carlomagno, poichè d'indi in poi si vengono spiegando le grandi conquiste e l'ordinamento politico dello stato, altro non essendovi, sino alla morte di Carlomanno che qualche editto sciolto e qualche diploma di donazioni al chericato. Così, a mo' d'esempio, un diploma di Carlomagno, dato in Aquisgrana agli idi di gennaio, fa una donazione al monastero di San Dionigi, e un degli idi di febbraio concede alla chiesa di Metz certe franchigie, e l'esenzione da ogni regia giurisdizione; innanzi la sua morte, Carlomanno conferma le immunità della chiesa di San Dionigi; alle calende d'aprile Carlomagno accresce i privilegi al monastero di Corvia, e conferma quelli tutti della badia di Sithieu, o San Bertino. Ben si vede che la stirpe di Pipino ha bisogno del sostegno della Chiesa per far confermare la sua regia dignità, e si collega co' papi, bisognosa com'è di quel religioso carattere, che la Chiesa solo può dare. Donde tanta sollecitudine per tutti gli argomenti che riguardano il cristianesimo e il pontificato, chè Carlomagno vuol essere il figliuol diletto di Roma prima d'essere imperadore romano, e amicarsi il pontificato perch'ei n'ha d'uopo a compiere il suo vasto disegno d'impero, e a quella guisa che Pipino erasi conquistato il papa per farsi re, così Carlomagno gli porge la mano per farsi imperatore.
CAPITOLO VIII. CAGIONI CHE AGEVOLANO A CARLOMAGNO LE SUE CONQUISTE.
I Franchi tutti sotto il medesimo scettro. — I compagni di Carlomagno secondo le cronache. — Bernardo. — Orlando. — Rinaldo. — Uggero il Danese ed altri. — La baronia secondo le canzoni eroiche. — Gli eroi de' poemi epici. — Franchi. — Borgognoni. — Aquitani. — Bretoni. — Austrasii e Neustri. — Ordinamento militare. — Prese d'armi. — Tattica. — Armi tolte dai Romani. — Il bottino. — Composizione dell'esercito. — Fortificazioni. — Cavalli. — Armature. — Cognizioni di Carlomagno.
771 — 780.
In questa società tutta armigera non v'è quasi spazio tra la puerizia di Carlomagno e le sue conquiste; non sì tosto egli si sente forte abbastanza, entra in lizza, non sì tosto ei possiede un po' di vigoria e di scienza militare, ei le pone in opera per accrescer di nuovi popoli il suo retaggio. E non è già senza grande studio e fatica ch'ei giunge a farsi conoscer degno discendente di Carlo Martello e di Pipino il Breve; entrambi questi capi avean principato col rendersi famosi per le geste loro, e Carlomagno anch'esso pagar dee il debito suo, e gli convien conquistare, e reprimere e ributtare le invasioni altrui, chè la stirpe carolingica non è ancor tanto antica da potere scioperarsi in ozio molle come i Merovei. Ond'è che appunto niun intervallo v'ha tra la puerizia di lui e la guerra contro gli Aquitani, poichè egli non avea più di trentun'anno quando calò dalle Alpi a conquistare il regno dei Longobardi[133].
Se non che Carlomagno si trova avere in mano forze assai più ragguardevoli che non i deboli re della schiatta merovingica, i quali appena regnavano sopra frazioni di popoli, essendovi a' tempi loro re d'Austrasia e di Neustria, e altri capi che governavano l'Aquitania e la Borgogna, e la guerra civile struggeva la forza di quelle razze, che si premevano e incalzavano senza traboccare al di fuori, e il sangue scorreva a fiumi in quelle guerre di famiglia contro famiglia e schiatta reale contro schiatta reale, sì che i tempi dei Merovingi rinovavan l'esempio delle guerre fra tribù erranti sulla terra ch'elle si contendean fra loro. Carlomagno si trova in condizione più agiata; egli ha tutte raccolte sotto il suo freno le sparse membra della gran famiglia de' Franchi; Carlomanno, che avea una parte del retaggio, è morto anch'esso, ed egli s'è impadronito de' suoi dominii; non vi sono più re, nè capi fra i Neustri, i Borgognoni o gli Aquitani che contrastar gli possan lo scettro; ognuno che ha nome di Franco muove sotto le insegne sue; egli è di tutti capo, di tutti supremo signore, ed ei pone suoi Conti a governar que' paesi, i quali senz'alcuna renitenza ubbidiscono[134]. Carlomagno, or ch'egli è re solo di tutti, ben sa che gli è d'uopo impiegar continuamente la nazion bellicosa ch'ei regge; se non la guidi alla conquista essa userà la forza sua nella guerra civile, non altramente che fece già sotto i Merovei; sono uomini valorosi ed ardenti, che vogliono esser condotti attraverso di fiumi e di monti su nuove terre, onde por debbe ogni studio, ogn'arte sua a scagliare i suoi compagni d'armi sui popoli e sui territorii vicini, però ch'ei saziar li dee di preda, di terre, di dominii, a evitar ch'ei si divorin fra loro.
In opera sì difficile e lunga come questa è, Carlomagno non può far da sè solo, onde sotto lui ed intorno a lui s'aggroppano capi e conti esperti in guerra; impossibil sarebbe ad un sol uomo imprendere ad eseguir tante cose, ed intorno a ogni grande intelletto, vediamo uomini di seconda schiera, che son come la mano e il sostegno dell'opera sua. Ora, da due fonti attigner si dee, per chiarire le imprese dei conti che seguiron Carlomagno nelle lontane sue spedizioni, e son le cronache e le canzoni eroiche. Le prime così sterili come sono in sostanza, ricordano appena qualche nome proprio, e Carlomagno è quel solo ch'ivi muove e si agita per le battaglie, siccome principio e fine; Eginardo non cita più che tre o quattro prodi che fan corteggio al suo signore, e se il monaco di San Gallo offre qualche più prezioso documento, si è perchè questa cronaca fu scritta sulle tradizioni e sulle canzoni eroiche medesime. La seconda delle fonti da me accennate, sono a proprio dire i grandi poemi di cavalleria in cui trovansi in copia nomi propri, e famiglie e baroni che aiutarono, tradirono o esaltarono Carlomagno; ivi il principe non è mai solo, ma circondato dal consiglio de' suoi leudi, de' suoi guerrieri: consigliasi con loro, nè mai muove alla battaglia se non dopo la deliberazione di tutta l'alta sua corte, e ci son famiglie intere che si danno alle gesta eroiche, o al tradimento. Cotesti racconti fanno di questo modo muovere intorno a Carlomagno una moltitudine di conti e di baroni che gli servono di corteo.
Nelle cronache maggiori sono citati parecchi nomi di paladini, Orlando primo di tutti; esse il fanno conte, soltanto, e guardiano delle marche di Bretagna, e gli danno il nome di Rudlando[135], e dicono ch'egli era un uomo di gran gagliardia; a lui è commesso più volte di ridurre al dovere il popolo di Bretagna, e muore a Roncisvalle[136]. Nelle cronache si parla pure d'un conte di nome Bernardo[137], zio di Carlomagno, paladino esperimentato e dotto in guerra, a cui il nipote affida il comando d'una parte dell'esercito che cala in Italia contro i Longobardi, e suo fu il consiglio di partirlo in due schiere, l'una da scendere pel Monte Cenisio, l'altra pel monte di Giove nel medesimo tempo. V'è altresì parola d'un altro paladino di nome Rinaldo o Regnoldo[138]; ma ei si rimane oscuro, senza niente avere che suggerir possa al pensiero esser egli il Rinaldo di Montalbano delle antiche leggende poetiche.
Sono pur dalle cronache nominati fra i conti di Carlomagno, un Amberto ch'esse fanno conte di Bourges, ed a cui sostituiscono Stormino; un Abbone o Alboino, conte di Poitieri; un Guibaldo, conte di Perigueux; un Ittieri di Chiaramonte; un Bollo di Puy; un Orsone che piglia il governo di Tolosa, un Amone d'Albi, un Roardo di Limoges; i quali tutti dovevano esser uomini di grande affare, e di valentia, da che Carlomagno partì fra loro il governo delle Aquitanie. Finalmente il monaco di San Gallo ci ha conservato alcune tracce della vita di Uggiero il Danese, un di quei capitani nati senza dubbio fra le nazioni scandinave, che vennero ad offerire il braccio loro a Carlomagno. A quanto ne dice il cronista di San Gallo, quest'Uggero, fuggitivo, ricoverossi tra i Longobardi, temendo la presenza e il corruccio dell'adirato suo signore.