Le guerre oltre la Loira, sono anch'esse personificate nel romanzo dei Quattro figli d'Amone, antica espressione delle avversioni tra le razze del Mezzodì e quelle del Settentrione. Rinaldo di Montalbano, la cui storia si fece di poi tanto popolare, era figliuolo d'Amone, della famiglia meridionale di Dordogna. Amone viene alla corte di Carlomagno co' suoi quattro figli Rinaldo, Ricciardetto, Alardo e Guicciardo, per fargli omaggio, senza dubbio, come duchi d'Aquitania. Rinaldo giuocando agli scacchi[127] spacca la testa con uno scacco a Bertolotto nipote o bastardo di Carlomagno, onde tosto è intimata la guerra, e il re furibondo convoca i paladini; e Ivone, duca di Guascogna, prende a difendere il duca Amone, nel suo feudo della Dordogna; in quella forma che Lupo pigliò già per poco la difesa d'Unaldo. Quante meraviglie nell'assedio di Montalbano, dove la schiatta meridionale fece tanti prodigi! I figliuoli d'Ammone son tutti colà entro chiusi; trasportativi sul rilucente suo dorso dal nobil destriero Bajardo, e si apparecchiano alle difese, magnanimi e prodi come sono. L'assedio di Montalbano è lungo e notabile per le sue vicissitudini, da ogni parte di questo poetico racconto scritto dalla razza meridionale, traspar l'odio contro Carlomagno, uomo del Nord che viene ad imporre il suo giogo alle nobili città del Mezzogiorno. Il romanziero quindi lo rappresenta qual uom vendicativo, ridicolo, in balia al capriccio de' suoi baroni ed al dispregio de' figli suoi, tanto che ti par non già d'essere a' tempi della nascente grandezza della schiatta carolina, ma sì a quelli del decadimento suo e della sua ultima ruina sotto Carlo il Semplice.

La canzone eroica intorno ad Ivone di Bordò appartien pur essa all'epopea delle guerre d'Aquitania e di Guascogna. La cronaca spesso non toccava che un motto appena, non facea che un arido e steril racconto di questa o quella guerra; la canzone eroica all'incontro raccontava tutte le geste della cavalleria, e raccoglieva mille tradizioni in un fascio. Il romanzatore non curasi dell'esattezza dei fatti o del colore degli avvenimenti; egli inventa, orna e cinge di leggende d'oro l'immagine di Carlomagno, il cui nome risuona per più secoli dopo. I cartolari delle badie si contentan di dire: «Re Carlo venne ad abitar le celle nostre nelle feste di Pasqua o di Natale, e vi celebrò le solennità della Chiesa». Le canzoni eroiche ci danno a conoscer la vita delle caccie, delle corti plenarie, il tumulto delle battaglie, l'intima condizione di quella società fuor delle solitarie mura dei chiostri.

Dato termine alla guerra d'Aquitania, Carlomagno fa ritorno nelle sue città dei Reno e della Svevia, dimora sua gradita; non così Parigi dov'egli mai non abita, e passa indi rapidamente a Compiegne. Le sedi a lui più care sono alcune grandi mense o tenute regali nelle diocesi di Giulieri, Seltz, Vormazia, Magonza; e visitar gli piace i fiumi della Schelda, del Reno, della Mosella e del Meno[128], e le foreste delle Ardenne e delle Montagne Nere. S'ei tiene gran corte o corte plenaria il fa sempre nella Germania; la Neustria fu sol per poco porzion del retaggio suo, perpetua è la confusione del patrimonio ereditario tra lui e Carlomanno; nessuna esattezza nè distinzione. In una di tali corti plenarie fu trattato del matrimonio di Carlomagno con una delle figliuole di Desiderio re dei Longobardi, poichè al par di Carlo Martello, di Pipino, Carlomagno anch'esso non ha una moglie sola; sposato già ad Imiltrude, di franca origine, egli abita con essa i palazzi, le ville, e nondimeno Berta sua madre vuol dargli in moglie Desiderata, figliuola di Desiderio re de' Longobardi. L'unità del matrimonio ancor non è di domma fra quegli uomini violenti, che pigliano, a grado delle loro passioni, una o più compagne; e non è raro vederne tre o quattro nei palazzi de' leudi, argomento ai solenni rimproveri che loro indirizzano i papi, custodi come sono della santità e della purità dei costumi.

In questo trattato di nozze con Desiderata certe ragioni di materiale interesse entravano nella gagliarda opposizione che fecero i papi all'imeneo di Carlomagno con una figlia di Lombardia. Vero è che Desiderio non erasi, ad esempio degli altri re de' Longobardi, chiarito inimico della santa sede, ma pur facendosi alteramente suo protettore, non avea lasciato d'impor certe condizioni al papato; e oltracciò Stefano III, che sedea sul soglio di san Pietro, con ribrezzo vedeva la congiunzion delle due monarchie franca e longobarda, in questo parentado. E chi fu il difensor di Roma, allorchè il papato, assalito dalle forze de' Longobardi, manifestò i suoi pericoli al mondo cristiano? Non altri che Pipino co' suoi leudi di Austrasia e di Neustria, che varcate le Alpi co' gravi loro cavalli, furon tosto, per ragion di conquista e per la forza dell'armi, signori delle città di Lombardia.

La sovranità temporale dei papi, venia lor parimenti da Pipino, il quale, in contraccambio, avea da essi ricevuto il titolo di patrizio di Roma; ed ora, se il re franco e il re longobardo collegavansi con un matrimonio, il pontificato non avrebbe avuto più chi il proteggesse e vendicasse, e questo era ciò che profondamente affliggeva Stefano III, onde quand'ei seppe l'andata di Berta a Pavia e a Ravenna, affrettossi di scrivere a Carlomagno: «Sappiate[129], o gran re, che ella è cosa empia pigliare altra moglie, oltre quella che avete; vi sovvenga, eccellentissimo figliuolo, che il nostro predecessore di santa memoria, fece istanza col padre vostro affinch'egli non ripudiasse vostra madre, e che Pipino anche aderì alle istanze sue. Sarebbe invero cosa lacrimabile che la nobil nazione dei Franchi, si lasciasse corromper dalla perfida e puzzolentissima gente dei Longobardi, la quale non si conta pur nel numero delle nazioni, e da cui certo è esser nata la stirpe dei lebrosi[130]... Or qual comunione vi può essere tra la luce e le tenebre, tra il fedele e l'infedele? Pigliatevi, ad esempio degli illustrissimi e nobilissimi re della stessa vostra patria, una bella moglie della nobil gente dei Franchi, e pigliatela per amore, rinunziando a mescolare il vostro sangue con le nazioni straniere. Così fece l'avolo vostro, così il bisavolo, e così il padre, che mai non vollero menar moglie fuori del regno».

Stefano III, manifesta continuamente le sue paure, in una sfilata di lettere indiritte ai grandi, a Carlomagno ed a Berta, già scesa in Italia, che persiste pur sempre nel suo disegno di parentado con la stirpe longobarda, come nodo di pace fra loro, e le pratiche sono già sì innoltrate che non si può tornar più addietro. Desiderio altro non è che un vassallo, e Carlomagno è ben contento ch'ei lo mostri con pubblici omaggi, e già vede in fantasia risplender sulla sua fronte la corona di ferro; Desiderio non ha figli maschi[131], e sarà suo successore.

Desiderata divien dunque, a dispetto del papa, la seconda moglie di Carlomagno, e poichè dispiacer non vuole al potentato de' Longobardi, di cui suo figlio ha bisogno, si fa mediatrice d'accordo tra Stefano III e Desiderio. I Longobardi, già s'erano, all'uso lor soldatesco, dalle città di Milano e Pavia precipitati sul territorio romano, avevano occupata la Pentapoli, ed eran quasi alle porte di Roma. Stefano ha quindi ricorso a Carlomagno, perch'egli faccia rispettar la donazione di suo padre a Roma ed a san Pietro; e Carlomagno porge benigno orecchio alle preghiere di Stefano III, e fa che Desiderio, per mezzo di arbitri da lui mandati, debba contentarsi del regno di Lombardia, e rispettar la donazione di Pipino, non avendo egli ragione alcuna sul dominio di San Pietro. «Questo accordo assicura a Carlomagno la preminenza in Lombardia in uno ed in Roma; patrizio della città eterna e protettor dei papi, egli è altresì il signor sovrano del re dei Longobardi, e al primo atto di fellonia di costui potrà scender dall'Alpi, per fargli batter la guancia della temerità sua. Egli è già re dei Franchi, già alto signore dell'Aquitania, e presto anche l'Italia diverrà una pertinenza della sua corona.

Da Imiltrude, sua prima moglie, avea già Carlomagno avuto un figliuolo per nome Pipino, quand'ebbe a menare in seconda moglie Desiderata, che varcò le Alpi in compagnia di Berta, e fu da essa condotta in una delle regie ville nella foresta delle Ardenne. Ora in queste ville risedevano ordinariamente i re franchi e i prefetti del palazzo, ed erano, come a dir, masserie ben coltivate, sparse in mezzo a paesi incolti, e formavano i redditi principali della corona, amministrate da maggiordomi secondo la forma romana e le consuetudini dei coloni naturali delle Gallie. Quali di siffatte masserie appartenevano ai monasteri, alle badie, ai vescovadi, e quali al re; i leudi, i conti ed i duchi ne avean pure di ragguardevolissime, ed ogni uom d'armi possedea la sua terra lavorata a profitto suo dai coloni.

Se non che presto questa Desiderata venne grandemente a noia di Carlomagno, o fosse per quanto il papa gli avea detto intorno alla volubilità ed ai vizi della gente longobarda, o fosse per memoria del suo primo imeneo con Imiltrude. Che che ne sia, fatto sta che sei mesi dopo appena, egli già intona di volerla ripudiare, senza rispetto alle rimostranze di Berta, come se il sangue de' Franchi parlasse contro quel de' Longobardi, e l'uomo del Nord ripugnasse dal viver congiunto alla donna che nacque a Milano. Ei caccia dunque alla fine Desiderata, e quasi ad un punto si fa marito a una donzella della Germania di nome Ildegarda; sì che all'età di ventinove anni egli ha già, tra ripudiate e sposate, tre mogli, nè fa caso alcuno dell'unità matrimoniale. Indarno Stefano gli rinfaccia i suoi adulterii, che egli sostiene fermamente questa riotta contro il moral dettame del papato; siamo in tempi che le passioni tuttavia trionfano, e la Chiesa non è ancor freno sufficiente per uomini carnali che tutto si fanno lecito nell'ebbrietà della vita. E che importa a Carlomagno del minacciar di Desiderio? Egli saprà ben farlo stare a segno. Intanto tutti i malcontenti vanno a cercar rifugio a Pavia od a Ravenna, nè sì tosto questo o quel leudo ha, per suo peggio, rizzato bandiera contro i Carolingi, passa le Alpi, e va a trovar il re longobardo per chiedergli aiuto. Or bene, la corona di ferro inchinar si dee innanzi alla corona del re de' Franchi, poichè fino a tanto che quest'ultimo ciò non ottenga, non vi sarà più nè pace nè tregua per lui; e' si vuol rimuovere questo pericolo con una spedizione oltre l'Alpi. Unaldo o Unoldo stesso, l'ultimo duca d'Aquitania, è ito a cercar un rifugio a Pavia, mentre Desiderata anch'essa corre a querelarsi alla corte dei Longobardi dell'oltraggio ch'ebbe dai Franchi e dal re loro.

La monarchia cadde, a questi tempi, tutta nelle mani di Carlomagno per la morte quasi subita di Carlomanno. E' non v'ebbe mai nessuna intimità tra' due fratelli, nè mai fu ben determinata tra loro la divisione del paterno retaggio, chè anzi i diplomi stessi attestano una gran confusione nei termini dell'autorità loro; amendue regolavano in comune l'amministrazion delle terre del Reno, della Mosella, della Senna e della Loira, e nei tre anni ch'ebbe a regnar questa confusione, saper non è dato se la Neustria o l'Austrasia fosse piuttosto dall'un che dall'altro governata. Carlomanno passò di vita in una villa reale chiamata di Samoucy, nella diocesi di Laone, giovanissimo ancora, dicendo la Cronaca che appena avea compiuta l'età di ventun anno.