Il regno de' Longobardi, divenuto quasi appendice della corona de' Franchi, avea pur esso l'alta signoria sopra certi grandi feudi che dipendevano, qual più qual meno, immediatamente, dalla corona di ferro, come Benevento, il Friuli e Spoleti, e Carlomagno pose ogni poter suo a tenere tutti questi feudatari in ordine e in devozione. Alcuni appartenevano alla famiglia di Desiderio, altri alla progenie degli Astolfi; ed erano bastardi o collaterali. Talun fra loro fu da Carlomagno cambiato, qualora renitente mostravasi a render fede ed omaggio per li feudi e terre da lui posseduti, nè guari andò che il ducato del Friuli fu dato ad un leudo di Francia; il qual modo si tenne ogni volta che l'Italia fu conquistata; i luogotenenti ebbero sempre terre e feudi dipendenti dalla corona. Anche nelle pertinenze del regno longobardo avvenne un cambiamento delle proprietà, e fu che Carlomagno rizzò torri, e pose difensori per le marche e confini, e lasciò che questi cotali grandi feudi si tramandassero per eredità.

Fatto signore di Lombardia, Carlomagno si trovò tosto in comunicazione con Costantinopoli, che anche l'esarcato di Ravenna cadeva in sua mano, e la potenza longobarda in Italia dileguavasi dinanzi a quella dei Franchi, nè più quasi orma ne rimase, dominando già questi così sull'Adriatico, come sulla Lombardia, sì che i papi, con questi protettori, più non paventavano le mosse dei Greci, intantochè dal Friuli e da Taranto minacciavasi la Morea. A Roma si convenne più specialmente collegarsi con Carlomagno, il figliuol di Pipino, chè questa lontana signoria non gravava sui pontefici, e Carlomagno di molto andava debitore alla Chiesa e la Chiesa di molto andava debitrice a Carlomagno. Il nuovo lignaggio avea bisogno della forza morale che la podestà del chiericato imparte, onde Adriano e Carlomagno si stringevan per mano, ed ogni viaggio di quest'ultimo a Roma era un nuovo legame; e quando alcun pontefice vedeasi cacciato dalle sollevazioni del popolo e dall'invasion de' nemici, veniva a riparar ne' monasteri di San Dionigi e di San Martino di Tours, mentre se a Carlomagno facea d'uopo di qualche nuova dignità od indulgenza, ei veniva in persona o scriveva a Roma. Dalla caduta del regno de' Longobardi principia la piena autorità temporale de' papi, i quali divengono, a così dire, i rappresentanti dell'antico spirito di Roma, de' suoi patrizi e de' suoi senatori. La città eterna conserva il suo Foro, i suoi rostri, ed appunto in mezzo a questo Foro Carlomagno vien, pochi anni dopo, a cinger la corona imperiale.

CAPITOLO X. GUERRA CONTRO I SASSONI. — RUINA DELLA LORO REPUBBLICA MILITARE.

Indole de' Franchi e dei Sassoni. — Cagioni delle grandi vittorie di Carlomagno. — Le armature. — La tattica. — La discordia. — I capi. — Tentasi la predicazione cristiana. — Irruzione dei Sassoni. — Mossa di Carlomagno oltre il Reno. — Seconda guerra sassonica. — Conquista. — Ostaggi. — Terza sollevazione. — Trattato pe' tributi e per la libertà della predicazione cristiana. — Quarta sollevazione. — Le grandi schiatte messe a morte. — Dispergimento delle famiglie. — I Sassoni nei monasteri di Francia. — Capitolari sulla conquista. — Ordinamento per contadi e vescovadi. — Vittichindo si sottomette e fine della repubblica militare. — Il popolo della Frisia e della Sassonia. — I Danesi ultimi vendicatori della libertà sassone. — La canzone di Guiteclino di Sassonia.

772 — 786.

Le lunghe guerre dei Franchi contro i Sassoni non si riferiscono solo al regno di Carlomagno; ma al par di quelle dei Longobardi, esse cominciano sotto il governo di Pipino, origine e principio delle spedizioni de' Carolingi. Pipino ha cominciato le guerre, Carlomagno le termina, degno figlio com'egli è dell'uomo più valoroso per avventura che mai fosse nella sua breve ed esigua statura[155]. Questa guerra sassonica ha da durare trentatrè anni con intervalli sì brevi di riposo che non si possono dir tregue, nè i Franchi cessano mai di stare in armi finchè non abbiano intieramente domate le tribù dell'Elba e del Visurgo (Veser) sì turbolente come furono nell'ottavo e nel nono secolo.

Or quali eran dunque coteste popolazioni sassoni di cui le cronache continuamente ci parlano? Donde procedea tanto vigor da queste genti spiegato contro Carlomagno, contro quel principe che pur dominava il tempo suo, con la perseveranza del sovrano suo volere, e la potenza del valor suo? Nella mirabil opera da Tacito dedicata ai costumi de' Germani, il grande istorico punto non scevera i Sassoni dall'altra schiatta dell'antico ceppo alemanno. Queste antiche tribù che abitavano in sull'estreme rive dell'Elba, non erano forse ancora conosciute dai Romani, e confondevansi senza nome certo in alcuna delle grandi diramazioni della famiglia, germanica[156]. Gli annali di Roma fanno menzione per la prima volta de' Sassoni verso la metà del secolo IV, quando in mezzo a quel gran commovimento di popoli ed a quella vertigine che colse tutt'a un tratto le tribù accampate al centro ed al settentrione dell'Europa, essi Sassoni cominciano a mostrarsi nella universale irruzione. San Girolamo ne parla in una delle sue epistole dove deplora i guasti delle Gallie fatti dai Barbari.

Nel tempo che l'imperatore Onorio fece far il censo delle diverse popolazioni dell'impero, e ordinò di comporre il libro intorno alle dignità del mondo romano[157], si vede notato un conte del lido sassone[158]; indi, un secolo appresso, i Sassoni formano una schiera di quella guardia germanica onde gl'imperatori di Costantinopoli circondavano la loro persona[159]; e già s'eran renduti famosi per le loro spedizioni marittime, sì che Sidonio Apollinare ce li presenta come i navigatori più ardimentosi di que' tempi, e dal fondo dell'Alvernia il pauroso vescovo già piange i guasti che questi popoli far potranno sulle spiagge della Gallia e della Bretagna; nè andò guari che le sue predizioni furono avverate, e che la conquista dell'Inghilterra fatta dai Sassoni venne a dar prova di quanto potevano quegli arditi navigatori.

In origine i Sassoni si mescolarono a quella massa di nazioni scandinave che abitano dalle foci dell'Elba e dalla quasi che isola della Islanda fino alla Norvegia e alla Svezia[160]. Qualche secolo dopo in mezzo al generale trambusto delle nazioni conquistatrici s'eran eglino stabiliti fin sulle sponde del Reno. E' non si vuol confondere i Sassoni coi Bavari e gli Alamanni che abitavano la Svevia e la Turingia fino al Danubio; nè cogli Unni tampoco e gli Avari, attendati in Ungheria, e di poi traboccati, al secolo decimo, nelle Gallie, coi quali non avevano nulla a che fare. I Sassoni aveano piuttosto qualche identità co' Normanni d'origine scandinava, donde la lega loro co' Danesi e Frisoni, popoli marittimi dell'Europa settentrionale, fra cui trovavano soccorsi ed ausiliari; vinti, riparavano nelle terre loro; vincitori si facevano spalla della Iolanda o Giudland e della Frisia; avevano costumi consimili, la mitologia loro appressavasi a quella dell'Edda, ed in capo a ogni rito i Sassoni ponevano l'adorazione che grande aveano per Irminsul, unico dio che differenziavasi dalla mitologia scandinava: lo adoravano sotto grandi alberi, gli sagrificavano vittime umane, e l'invocavano nei giorni di battaglia, a lui ascrivendo il dare e il tôr la vittoria[161].

Le sole notizie giunte insino a noi intorno al culto dei Sassoni d vengono dai pellegrinaggi scritti dai santi vescovi, che tentarono di convertirli al cristianesimo[162], e ci dicon che que' Barbari innalzavano sopra sterminati massi i loro altari, e che sullo spazzo del tempio i sacerdoti trafiggevano in cuore le vittime umane. Il Dio loro apparteneva alla razza del gallico Teutate, torva divinità che rappresentava il Tempo e Saturno in mezzo a sanguinosi olocausti. Eresburgo era centro del culto de' Sassoni e di quella repubblica militare, in cui ogni uomo libero era soldato all'uso antico dei Germani. I pontefici loro eran potenti al pari dei druidi appo i Galli, e il tempio era ornato di spoglie sanguigne. Il sagrificio delle vittime umane era consuetudine presso le nordiche nazioni, e nei riti de' Galli troviamo appiè degli altari la morte dell'uomo come simbolo di riscatto e d'espiazione. La predicazione cristiana fu santa cagione che queste fatali opinioni si mutassero, e l'Agnello di Dio in croce venne a sbandir le viscere delle vittime e ad annunziar che gli olocausti eran finiti col sacrificio di Gesù Salvatore.