La guerra più formidabile, più ostinata che Carlomagno ebbe a sostener nell'operosa sua vita, fu certo, e la storia il conferma, quella dei Sassoni, che si rinnovella ad ogni tornata di militar parlamento, e scoppia ad ogni minimo accidente; i Sassoni si sottomettono, poi di nuovo insorgono; vengono sino al Reno, e son quasi sempre ributtati fino alle spiagge littorali del Baltico. Ogni volta che essi veggon gli eserciti di Carlomagno occupati in lontane spedizioni, in Italia, esempigrazia, o in Ispagna, e' corron da tutte le parti, e inondano le provincie del Reno ed anche della Mosella, rizzano i loro templi, spogliano le chiese cristiane, o atterrano le merlate torri da re Carlo erette nel territorio loro; accanite ostilità di vagabonde ed indomite popolazioni.
Di mezzo a questa continua guerra un fatto emerge tuttavia, ed è la continuità de' trionfi degli eserciti franchi condotti contra i Sassoni da Carlomagno. Questi popoli si gittano come uno sciame sino alle frontiere dei Franchi, saccheggiano, guastano, via cacciano i conti, i vescovi, ma non sì tosto appar Carlomagno e' son vinti, e fuggono in faccia a lui, come se fulminati fossero dal balenare degli occhi suoi. Egli scorre trionfalmente il loro paese, impone leggi, vince battaglie, e li domina da signore quasi assoluto. Or donde un tale effetto? I Sassoni e i Franchi hanno a un dipresso la stessa origine, la stessa forza di corpo; biondi e torosi, sanguigni e collerici, questi due popoli uscirono entrambi dalla Germania. Vittichindo è un capo di guerra fiero altrettanto almeno quanto Carlomagno; nondimeno, il torno a dir, questi popoli della Sassonia sono sempre rotti e fugati innanzi alla vittoriosa razza degli Austrasii. Il che veniva dalla potente civiltà dai Franchi acquistata poi che si furono stabiliti nelle Gallie. Quivi aveano ereditate le armi e i modi strategici dei Romani; le legioni traevano le loro armature dalle fabbriche di Lione, di Say e d'Auxerre; esse erano coperte di ferro; ed i Franchi che veduto aveano le maraviglie operate dalla disciplina unita con la fermezza degli antichi signori del mondo, accettato avevano i loro strumenti da guerra. Apparivano quindi in campo coperti di corazza, di scudi, di usberghi; i leudi ed i conti bardavano i loro cavalli, e li faceano muovere secondo certi principii dell'arte militare. Se i Sassoni serbavano l'audacia, l'impeto de' loro antenati, aveano tuttavia il disordine delle soldatesche indisciplinate; vero è che eglino avventavansi a rotta, spargendo il terrore ne' punti più lontani, ma se si trovavano aver a fronte un esercito ordinato, e modi d'assalto e di difesa di studiata e ponderata gagliardia, erano fatti tosto inetti al resistere. Carlomagno tenne, a quanto si vede, con loro l'osata sua scaltra e tortuosa politica, la quale consisteva sempre in dividere le tribù, i capi, i popoli fra loro, di che nulla era più facile appo i Sassoni, repubblica errante che quasi contava un capo per ogni villaggio. Questa politica del re dei Franchi con loro era quella stessa dei Romani quando conquistarono le Gallie; col seminar la discordia domò gli uni con l'opera degli altri.
Fino dal principio del regno di Carlomagno, tentossi la prima prova di introdurre il dominio franco e cristiano fra i Sassoni. Già san Bonifazio avea stabilito una sedia episcopale a Magonza, centro cattolico, donde la predicazione potea stendersi lontano, e morto lui martire ne' Frisoni, un altro semplice prete, di nome Levino, lasciò, come Bonifazio, la sua solitudine d'Inghilterra, per andare ad annunziare il Vangelo ai Sassoni. Le missioni destinate a convertire le popolazioni scandinave partivano quasi sempre dall'Inghilterra, perchè intendevano la lingua di questo paese, ed i predicatori aveano con quelle comune l'origine. San Levino ricevette quindi l'anello sacro e l'imposizione delle mani dal vescovo d'Utrecht, e varcato il Reno venne ad annunziare la divina parola sull'Issel, dove battezzò neofiti, ed edificò chiese con cappelle ed oratorii, che erano come le prime piantagioni della conquista cristiana. Poi non sufficiente parendogli questa prima missione, si risolse d'andar a predicare all'adunanza generale dei Sassoni che teneasi sulle sponde del Veser, e mentre quelle ardenti e bellicose tribù stavano terminandola con alcuni sacrifizii al patrio Iddio, ei comparve in mezzo a quell'armato tumulto con una croce in mano, il libro dei Vangeli sul capo, e ornato de' suoi abiti sacerdotali, gridando: «Ascoltate, ascoltate colui che vi parla per bocca mia: non v'è altro Dio che il creatore del cielo e della terra, il vero Dio che ha compassione della vostra cecità, a voi m'invia; ricevete il battesimo, ed egli vi libererà da tutti i mali. Se le mie parole non vi toccano, prestate orecchio almeno a questi miei salutari avvisi. Non lungi da voi vive un re valoroso che si avanza come un rapido torrente per dare il guasto alle vostre terre. Badate bene; ei condurrà in ischiavitù le mogli e i figli vostri, una parte di voi perirà per le armi sue o per la fame, e a tutti vi sarà forza piegar il capo sotto il giogo di questo uomo possente». Queste parole, che accennavano alle conquiste di Carlomagno, commossero a ira siffattamente que' Sassoni, che i più impetuosi fra loro correvano già alle siepi vicine a strapparne pali per battere il pio missionario, il quale scampò quasi per miracolo di mano a quella tempestosa assemblea. Quando Dio fece insorgere in modo, si può dire, miracoloso, un capo di nome Butone, che parlò in questi termini: «O voi, uomini tutti di senno, non vi ricordate dei tanti messi venuti a noi da' Normanni e dagli Schiavoni, e da noi sempre accolti con onore e regalati? E perchè vorrem noi ora cacciare ignominiosamente il messo di Dio?» Le quali sagge e pacifiche parole calmarono la torba in tempesta, e Levino potè così sparger tra i Sassoni i primi germi della predicazione cristiana[163].
Il pensare ad una durevol pace co' Franchi punto non si affaceva coll'indole delle fiere e vagabonde tribù che occupavano le terre del Veser, benchè già ridotte a tributo da Pipino, a cui favore erasi dichiarata la vittoria in più scontri. I Sassoni vesfalici principalmente, che erano i più vicini alle terre di Francia, insorsero spesso a molestare i conti e i difensori delle marche che proteggevano le frontiere, e cogliendo il tempo che Carlomagno trovavasi lontano, si precipitavano sul Reno, ed anche oltre i limiti della Mosella, non senza profittar delle discordie surte fra quello e il fratel suo Carlomanno, per francarsi del tributo ad essi imposto da Pipino. La prima guerra sassonica ebbe principio all'esaltazione di Carlo al trono di tutta la nazione dei Franchi; perchè appunto egli trovavasi a Vormazia, dove erasi congregato un parlamento di leudi e conti a gridarlo re e riconoscerlo, quando fu dal parlamento stesso risoluta la guerra contro le tribù che continuamente molestavano la quiete della Francia orientale.
Il poeta sassone, che tenne dietro con grande diligenza alla vita di Carlomagno, ci descrive la prima di queste guerre, e poichè egli apparteneva per patria alle nazioni del Norte, e per la stanza sua in mezzo ai monasteri or della Neustria ed or dell'Austrasia, conservar potè le impressioni e le rimembranze dell'antica terra sassone, lascierò che parli egli stesso di questa breve spedizione dei Franchi: «Re Carlo (così egli), convocato in Vormazia un congresso generale de' suoi signori, decretò, d'accordo con loro, di muover guerra ai Sassoni, però che quantunque la terra di questi popoli tocchi quella dei Franchi, sì che i confini non sono ancor tra loro bene distinti, quanto più stretta era la vicinanza loro, e tanti più erano i motivi di discordia tra i due paesi, da cui con vicenda continua traevasi, sulla vicina frontiera, la strage, l'incendio, il saccheggio. Ben altro che mostrarsi degni di portare il soave giogo di Cristo, i Sassoni, in balìa a tutta la foga della salvatica loro natura, e alla rozzezza delle menti loro, ancor vivevan sotto l'imperio dell'errore e del demonio. I Franchi, all'incontro, cristiani da lungo tempo e difensori ferventi della fede cattolica, dominavano sur una gran quantità di popoli, col cui sussidio appunto, e soprattutto col potere di Dio, del quale scrupolosamente osservavano i comandamenti, si confidavano sottometter quella nazione. Simili alle membra di un corpo che fossero qua e là sparse, e non congiunte a formarlo, in vece d'ubbidire ad un re che solo fosse a capo del governo e della milizia, i Sassoni erano divisi in varii piccioli stati, e aveano quasi altrettanti capi quanti villaggi. Pur tuttavia le regioni da essi abitate partivansi in tre parti distinte, e i popoli che le occupavano, erano un giorno rinomati pel valor loro, ma di presente d'essi non riman più che il nome, ed il valor se n'è andato. Quelli della parte occidentale aveano loro confini presso il Reno, e chiamavansi Vesfalii; gli Osterlindi, Osterlingi od Ostvali abitavano il levante, infestati alla frontiera dai perfidi Schiavoni. Gli Angarii, finalmente, la terza popolazione dei Sassoni, occupano lo spazio compreso fra i due antedetti paesi, e co' lor meridionali confini fronteggiano le terre di Francia, intantochè verso settentrione il territorio loro si stende fino all'Oceano. Tali sono i popoli che Carlo erasi deliberato di guerreggiare, e però senza por tempo in mezzo, corse con tutte le forze dei Franchi a predare ed ardere il loro paese. Prese, cammin facendo, una rocca, da quei Barbari chiamata Eresburgo[164], fortificata dalla natura e più ancora dall'arte, ed ivi stesso atterrato un idolo, adorato da loro sotto il nome d'Irminsul, che era una colonna squisitamente lavorata e tutta carica d'ornamenti[165], il re pose il suo campo vicinissimo a questo luogo. I lunghi calori della state senza pioggie, ardevano le campagne; le fonti asciutte altro non contenevano che arida polvere, e la sete già cominciava a travagliare il campo del re, quando l'Altissimo, in rimunerazione d'aver distrutto quell'idolo profano, mostrò il poter suo, sgorgar facendo di bel meriggio, improvvisamente dall'arido letto d'un vicin torrente, una fonte che bastò ai bisogni dell'esercito[166]. —
Quest'irruzione oltre il Reno precedette la guerra contro Desiderio, re de' Longobardi, e la ruina di questa dinastia. Vero è che durante la guerra di Lombardia, le forze dei Franchi non poterono tutte esser adoperate contro la Sassonia, ma pure questa fu sempre il maggior campo delle imprese di Carlomagno, e par ch'ei se ne compiacesse, chè quel paese rammemorava ai Franchi la prima loro origine, e le due nazioni si rassomigliavano in più d'una fattezza. Domati per un momento, i Sassoni ripigliarono le armi tosto che videro il re affaccendato oltre monti; abilissimi per istinto a coglier le buone occasioni, essi varcavano il Reno, e si precipitavano sopra i suoi confini, ogni volta che sapessero aver egli da fare altrove; mentre pagavano puntualmente i loro tributi, di armenti, di lane, di danaro quando il sapevano alla sua corte di Magonza, di Vormazia, di Colonia o di Aix. E di che avean eglino infatti a temere quand'ei trovavasi insiem co' suoi paladini al di là delle Alpi o de' Pirenei? Onde allora tumultuariamente correvano a vendicarsi in libertà e ad abbeverare i loro cavalli nelle acque del Reno. «Mentre il re stava in faccende in Italia,» dice il poeta cronista da me più sopra citato, «i Sassoni tornaron sulle frontiere dei Franchi, e vennero a predare un borgo chiamato Hassi, ponendolo tutto a ferro e fuoco, spinti a tali eccessi dalla lontananza del re e dal pensiero di vendicarsi così delle perdite fatte lor sostenere dai Franchi, e di porsi in condizione di non averne a sostenere più mai. S'innoltraron pure fino a Frideslar, ed ivi fecero lor potere d'appiccare il fuoco a una chiesa, che il martire Bonifazio, diletto sacerdote di Cristo, ci aveva edificata; ma vedendo riuscir vana ogni opera loro, furono ad un tratto colti da tanto terrore, che si misero a fuggir verso la patria loro, senz'essere a ciò costretti dalle armi nemiche, ma solo per divino potere. Intanto Carlomagno presa Pavia, e avute in soggezione tutte l'altre città, tornò nel paese de' padri suoi, conducendo seco Desiderio, e fece entrar a un medesimo tempo tre eserciti sulle terre dei Sassoni, empiendole di rapine, di sangue e di ruine; poi convocato a Carisio un congrego dei grandi e nobili franchi, ivi, fra le altre deliberazioni intorno alle cose e ai bisogni dello stato, fu preso di fare a' Sassoni guerra perpetua, certi oramai che con loro non potevasi aver più pace; onde Carlomagno deliberò di non volerli più lasciar quieti un sol istante, finchè abbandonato il culto degli idoli, non fossero divenuti cristiani; o altrimenti tutti fino all'ultimo distruggerli. O santa misericordia di Dio che tutti ci vuoi salvi! L'Eterno, che avea conosciuto come niuna cosa del mondo avrebbe potuto ammollir le dure cervici di costoro, a scuoter la naturale caparbietà loro, ed a costringerli a sottomettersi al dolce giogo di Cristo, diè loro per maestro e dottore il gran Carlo, il quale, domandoli con l'armi e con le ragioni, li fece così quasi a forza, entrar nella via della salute».
Si vede qui che nell'animo del poeta s'è cancellata la natura del Sassone antico, e ch'ei dimentica la prima patria, rammorbidato oramai e devoto al pari d'un Neustro. Poi, pur sempre servendo alla politica di Carlomagno, il cronista del monastero prosegue: «Quest'util disegno fu da fatti straordinari favoreggiato; poichè entrato il re nel territorio nemico, guidando il fiore della gioventù, che avea convocato a Duria, s'impadronì tosto d'Eresburgo e Sigisburgo, lasciandovi presidio, e continuò il suo cammino fin al Visurgo appiè del monte Brunesberga[167]. Quivi raccoltasi una gran massa di popolo, voleva contendergli il passo: inutili sforzi! al primo scontro quella densa turba è sgominata, e moltissimi cadono uccisi. Di quivi re Carlo si conduce nel paese degli Osterlindi; Hesso, un de' loro principali signori, accompagnato da quasi tutto il popolo, prostrasi supplichevole dinanzi a lui, e consegnando gli ostaggi addimandati, gli giura eterna ubbidienza. Intanto quei che Carlo avea lasciato a Lisbacco, presso il Visurgo, vollero essere oppressi da un tradimento dei nemici. Era l'ora del tramonto, quando i soldati tornando da foraggiare, s'incontraron nei Sassoni che s'accompagnaron con loro chiamandoli amici, e coprendo sotto questo nome, l'animo di fieri nemici. Essi accomunan la fatica coi Franchi, gli aiutano portare i pesanti fasci d'erba onde son carichi, e con le loro cortesie vie più accrescono la confidenza che avevasi in loro. Finalmente, Franchi e Sassoni entran tutti insieme nel campo; ma non sì tosto i primi cominciano a chiuder gli occhi al sonno, i crudeli loro nemici si levan tutt'a un tratto, e fanno orribile scempio di quelle povere disarmate ed assonnate genti. Se non che alcuni de' Franchi, scosso il grave letargo, danno di piglio alle armi, e cominciano ad opporsi vittoriosamente al nemico che viene in breve cacciato dal campo. Al primo annunzio che n'ebbe il re, fu tale il suo affrettarsi per correr co' suoi soldati sul luogo del combattimento, ch'ei fu ancora in tempo di calar sui Sassoni, e di farne macello.»
I Sassoni formavano dunque un accozzamento di picciole tribù sotto mille diversi capi, in virtù dello stesso principio e della stessa consuetudine che ad essi avea fatto crear l'ettarchia in Inghilterra, chè ogni popolo ha il suggello della sua propria natura, e la porta seco anche nelle sue trasmigrazioni. In mezzo a questi oscuri regoletti, un capo s'era innalzato di più maschia, più sublime, più vigorosa tempra, e chiamavansi Vittichindo, celebre nelle cronache e nelle ballate del Nord. Dove nasceva egli quest'uom valente? qual era l'origin sua? Lo stesso avvien dì Vittichindo che di Carlomagno; niun sa dir la città che gli diede i natali. Il nome suo, essenzialmente germanico, veniva da due parole dell'antico idioma sassone With-Kind (il figliuol bianco) o a dir più proprio, il giovin biondo dalle belle forme. Alcune fra le leggende alemanne il fanno figliuolo di Vernechingo re o capo delle tribù sassoni stanziate tra il Reno e l'Elba, e certo al veder la grandissima autorità da lui esercitata nelle deliberazioni di quei popoli bellicosi egli doveva essere uscito da qualche grande schiatta, però che i privilegi di famiglia regnavano con grand'ordine appo i popoli tramontani. Ogni volta che Vittichindo appariva tra i Sassoni, essi pigliavano le armi per la patria, quasi ricordasse loro l'antico Ermanno, l'Arminio degli Annali di Roma, quel forte difensore della libertà germanica. Ermanno e Vittichindo, due nomi che suonano ancora ogni volta che l'Alemagna insorge per la integrità sua, o la sua libertà! Il dio Irminsul medesimo, quel monumento di cui sì spesso favellano i cronisti di Francia, altro forse non era che il simbolo dell'Ermanno germanico, il vincitor di Varo, che protegger parea con la sua memoria i gloriosi sforzi dei Sassoni[168].
Le discordie e le gelosie delle tribù favorivano le imprese di Carlomagno contro i Sassoni; il quale com'ebbe finita la guerra coi Longobardi, e si fu cinto della corona di ferro, calò con maggior forza che mai sulle popolazioni che abitavano le rive del Veser, inoltrandosi i Franchi vittoriosamente sino a quelle dell'Oder. In questa rapida conquista ci si fa incontro un capo di nome Esso o Elgi, il quale capitanava i Vesfalii. Forse che a costui debban l'origine e il nome loro gli Essiani o Assiani, quel popolo sì valoroso? Questa tribù venne ad offerire ostaggi per pegno di sua fede a Carlo, dopo di che, dalle rive dell'Oder egli tornossene rattamente in Vesfalia, dove pure i popoli gli danno pegni di fede, e si obbligano a pagargli tributo d'armenti, di lana, e a lasciargli il reddito d'alcune miniere d'argento e di rame: sì che credendo, almen per poco, sottomessi que' popoli, se ne va, nè sì tosto se n'è andato, che piglian di nuovo le armi, e gli ostaggi più non bastano; ma vinti in una nuova invasione, corrono in frotta, sulle rive della Lippa a prestar omaggio al vincitore; il quale rimette in piedi e fortifica il castello d'Eresburgo, posto a tener in dovere i Sassoni, come quel di Fronsacco a reprimere gli Aquitani.
I Franchi tenevano in obbedienza ogni popolo vassallo con torri merlate, ond'è che tutta quella terra è ancor seminata di queste rovine del medio evo. Su quelle bertesche, ora coperte dal musco e corrose dal rovaio, sorgevano un tempo fieri e superbi uomini di guerra, e su quelle pietre spezzate viveva, or fa dieci secoli, una generazione di largo petto che si abbeverava dei vini del Reno e della Mosella nella tazza del convito, e in cima a quella torre logorata dagli anni piangea forse qualche nobil donzella di Svevia, sposa prima diletta, poi ripudiata dall'implacabil Barone. Ma il tempo ha tutto calpestato con lo struggitore suo piede, e ormai più non s'ode colà se non il vento che fischia per mezzo a quelle fenditure, come un organo toccato dalia morte ad animar la fantastica ronda dei conti antichi, usciti per poco dalle tombe loro.