L'impero d'Occidente, straordinaria creazione, fuor delle consuetudini così dei Franchi come dei Germani, rimase non più che un accozzamento di popoli, posti insieme così ad un tratto dalla conquista, ond'è ch'esso cadde insiem con la testa possente che lo avea fondato. Colà dove Carlomagno avea stabilita l'unità sorse la dissoluzione: l'impero d'Occidente, nato d'un colpo, d'un colpo anche crollò: portentoso parto d'un sol uomo, che seco ne portò il segreto nel sepolcro suo d'Aquisgrana.

L'impero di Carlomagno è come a dire un ponte sterminato e luminoso gittato fra due epoche barbare. Le sorti del periodo merovingico già erano al tutto compiute, e appena è che se ne trovi qualche menzione nelle leggi e negli atti de' Carolingi; ma quando avverrà che la storia si sollevi a una certa altezza rispetto a' tempi dei Merovei, ella si applicherà più che altro ad un sol punto che spiega e amplifica que' tempi antichi, e troverà che non vi fu cosa più vasta, nè più atta ad incivilire dell'opera dei vescovi dal secolo quinto all'ottavo. In mezzo a quelle sanguinose guerre fra i Barbari, che straziano il cuore, e in cui vedi il perpetuo conflitto delle orde selvagge che si contrastavan fra loro il bottino, in mezzo a quella pittura di passioni e di odii fra tribù e tribù, coll'istinto e la ferocità loro natia, vedi apparire i vescovi, que' grandi municipali dell'epoca merovingica, i quali diventan come i guardiani, i protettori delle città e delle popolazioni. Che mirabili storie non son quelle infatti di Martino di Tours, di Maclovio che incivilì la Bretagna, di Fortunato, dell'un santo Germano d'Auxerre e dell'altro, d'Onorato di Marsiglia, di Remigio di Reims, di Cesario d'Arli, di Vasto d'Arras, di Gregorio, pure di Tours, e di tanti altri di splendida memoria, che si consacrarono alla difesa della città gallica![1] Dir potrebbesi giustamente che la prima razza è dominata da due grandi fatti cristiani: la costituzione dell'episcopato e la vasta fondazione di san Benedetto; e finchè non sia chi, scrivendo intorno a questa istoria, si ponga a considerarla da questo largo prospetto, non verrà mai fatto ad alcuno di comprendere e descrivere l'indole vera della prima schiatta. La Gallia christiana è la più grande spiegazione che aver si possa dei quattro secoli franchi.

All'altro estremo del periodo carolingico, è il principio della terza schiatta, la quale non ha maggior somiglianza che la prima, con l'opera concetta da Carlomagno. Il decimo secolo vede l'origine della feudalità, svolgimento essa di quel sistema, che rappicca le une con le altre terre in una lunga gerarchia: l'allodio, il feudo sovrano, il feudo dipendente; onde avviene un compiuto mutamento nello stato delle persone e delle sostanze. Le instituzioni carolingiche non lasciarono dopo di sè vestigio alcuno; nuovi doveri s'impongono; i beneficii e, quasi direi, gli allodii e le proprietà libere si dileguano; la romana idea del fisco, il sistema penale dei componimenti fra le parti vengono meno, ed appena è che a quando a quando s'incontrino. Son cose dai tempi carolingi disparatissime; mille strani censi e livelli si stabiliscono; la servitù divien generale: tutto legasi e concatenasi, le città, con le pratiche d'uomo ad uomo, di feudo a feudo, pigliano altra sembianza, le instituzioni altro aspetto, talchè i capitolari stessi son caduti in piena dimenticanza.

Qual è dunque l'epoca carolingica, quale il suo spirito, quale l'indole sua? L'impero di Carlomagno è l'effetto d'uno straordinario sforzo diretto da un genio potente. Il signor feudale austriasiaco toglie un poco dalle mani di tutti; egli dà ordine e centro ad una moltitudine d'instituzioni merovingiche, imprime al suo potere un carattere di energia che signoreggiar gli fa i fatti del suo tempo; alla guisa che sogliono tutti gli uomini di mente sovrana, ei toglie a tutti le loro idee, le loro istituzioni: a Roma, alla Chiesa, ai Merovingi, alle memorie stesse della Germania, e le accomoda e taglia a suo modo; e così facendo egli crea men ch'altri non crede, però che lo spirito della società non cangiasi così dall'oggi al dimani; ma la cosa in che più ei vuole essere ammirato, si è quel lasciar ch'egli fa, nell'immenso suo edificio, ad ogni popolo la sua forma, il costume suo particolare. Egli sotto la sua mano congiunge i Franchi della Neustria con quei dell'Austrasia, ed anzichè por la mano entro i prischi loro costumi, lacerar le leggi loro, sovvertir le antiche loro istituzioni, appena tocca con qualche modificazione la legge salica e la ripária, la rinvigorisce anzi co' suoi proprii capitolari. Non sì tosto egli ha conquistata la Lombardia, e s'è posta in capo la corona di ferro, eccolo confermar la legge dei Longobardi; lascia ai Bavari, agli Alemanni, ai Visigoti le leggi loro; poco o niun fastidio si prende delle private consuetudini o delle civili costumanze di questi o di quelli; solo egli ad essi impone le leggi generali del suo governo e della sua politica, in ciò imitando intieramente i Romani. Tu diresti che il potente genio suo ha indovinato i costumi esser la cosa a cui sono più affezionate le nazioni anche vinte e avvilite; si può cangiar di signoria pur senza avvedersene, ma la casa è tutto: lasciate stare gli Dei Lari, se non volete sollevare i popoli. Così fece Carlomagno nella sua larga costituzione, ei sottomise bensì le nazioni ad alcune forme particolari de' suoi capitolari, ma lasciò ad esse il pieno godimento dei loro diritti civili.

Non v'ebbe mai personaggio storico, che lasciasse orme e memorie più profonde di quelle che lasciò Carlomagno. Nel rovistar le antiche croniche, tu il trovi ad ogni foglio; nelle leggende, nelle canzoni, nelle pergamene, entro i diplomi[2], grande qua, colà santo. Se tu scorri le rive del Reno, le antiche città d'Aquisgrana, di Colonia, di Magonza, le ampie foreste della Turingia e della Vesfalia, in ogni luogo trovi l'orma de' suoi passi, de' suoi monumenti, delle sue leggi. Tu vedi sulle pubbliche piazze la statua di quel grande, con la sua buona spada Gioiosa alla mano, e coll'imperial suo diadema in fronte. Se visiti le città della Lombardia, Monza, Pavia e Ravenna, quivi lo trovi in sembianza di re dalla corona di ferro; le ruine de' suoi monumenti appena si discernono dai rottami dell'impero romano[3]: e le pietre delle sue basiliche si frammischiano alle pietre dei grandi circhi eretti dai consoli e dai Cesari. Ai Pirenei si vanno perpetuando altre tradizioni. Carlomagno v'ha lasciato vestigia per ogni dove: le valli rispondono al nome di Roncisvalle; i mulattieri ripetono ancor quelle gesta nelle loro canzoni, e i lamenti di donna Alda, la esposa de don Roland, e gli inni guerrieri dei Baschi ripetono come le ossa biancheggianti degli uomini del Norte, son venute a rallegrar l'aquila di quegli altissimi gioghi.

Quando uno s'accinge a determinare alcun po' queste tradizioni e ad ordinar questi fatti, egli è compreso da due caratteri essenziali che forman come due periodi distinti: 1.º l'epoca conquistatrice; 2.º l'epoca ordinatrice. Carlomagno passa una buona metà della sua vita a conquistar terre e allargare il suo dominio; nè in ciò egli altro fa che ubbidire allo spirito ardimentoso ed avventuroso della nazione de' Franchi, ed alla propria sua bellicosa natura. Egli è qual furono gli antecessori suoi, Pipino d'Eristal, e Carlo Martello d'Austrasia; si fa guida della gente da guerra e conquista.

La sua guerra di Lombardia, la rapida sua soggiogazione del Milanese, la sua calata in quel paese pei due passi dell'Alpi, fan supporre in lui un sommo accorgimento strategico, attinto senza dubbio questo pur dai Romani; trentatrè anni di guerra da lui governata contro i Sassoni bastano a dimostrar come continuo fosse il bisogno di stare col piè sul collo a que' popoli, e di conquistarli. L'invasione della Spagna, per la via della Navarra e della Catalogna fu il frutto di sagaci disegni, laddove il disastro di Roncisvalle venne da una sorpresa che niun capitano del mondo avrebbe potuto evitar per certo nè antivedere.

Questo periodo adunque della conquista, ch'ebbe a durar bene quarantatrè anni, fu costantemente fortunato; Carlomagno ebbe a combattere contro quasi tutte le popolazioni dell'Europa, e dappertutto trionfò, e le sottomise alle sue leggi. Gli eserciti superarono monti altissimi, varcarono larghissime fiumane; li vedi nella Frisia, in Sassonia, in Pannonia, e vincer gli uni dopo gli altri i Longobardi, i Saraceni, i Greci. Or, da che riconosceva egli mai una sì costante supremità militare? In così lunga serie di guerre, ben facil sarebbe spiegar l'abituatezza delle vittorie, avvicendate con alcune sconfitte; ma quando la vittoria è continua, non si vuol egli attribuirne la causa a condizioni eccezionali? Carlomagno fu un gran capitano, questa è cosa incontrastabile: egli accoppiava una forza gigantea di corpo ad una infaticabile attività; i suoi disegni furono per lo più fortunati, e sagacemente ordinati; ma questi meriti sarebbero pur nondimeno stati insufficienti all'uopo, s'ei non avesse saputo adunar sotto la sua mano strumenti degni di sè, e soccorrere al natural valore dei Franchi con potentissimi mezzi di guerra.

I Franchi aveano, anche sotto i Merovingi, conservato una incontrastabile militar preminenza, ma s'erano logorati, versando fiumi di sangue nelle guerre civili. Il merito di Carlomagno fu di far tacere quegli odii intestini, e di raccor sotto la medesima insegna tutte le forze di quelle diverse barbare nazioni. Onde, se ancor ci furono Goti e Borgognoni e Franchi, distinti per costumi e per leggi, più non v'ebbe che un popolo in campo; Carlomagno tutti gli strinse a' suoi disegni, e tutti li fece ugualmente servire alla sua conquista: e si affratellaron, per così dire, sotto la tenda, e la guerra civile fu spenta nella vittoria. Ordinator vigoroso, com'ei fu, delle servitù militari, ei seppe altresì cogli atti suoi, colle sue leggi, co' suoi capitolari, regolarle con inesorabile severità; i possessori dei beneficii e degli allodii dovettero irremissibilmente porsi in campo alla chiamata del feudatario sovrano; l'imperatore prescriveva le armi da guerra, i carri, il numero dei cavalli da battaglia, che dovevano seguirlo alla guerra; egli avea pure i suoi legionarii, i suoi veterani, la rigorosa sua disciplina; l'armature rassomigliavano anch'esse a quelle dei Romani, e l'ordinamento delle schiere de' suoi feudi foggiavasi sulle coorti e sulle legioni romane.

Alle quali cagioni di superiorità, venivasi ad aggiungere l'inferiorità relativa delle popolazioni ch'egli avea da combattere. Gli effeminati Aquitani ed i Goti poterono essi mai tener fronte ai figli dell'antiche foreste della Germania, armati della lor chiaverina? Quand'ei calò addosso ai Longobardi, questi erano omai spossati, e crollante era già il loro impero, poche vittorie bastaron quindi a farlo al tutto cadere. Più vigorosa fu la difesa dei Sassoni, ma Carlomagno seppe con l'usata scaltrezza sua assalirli dalla parte più debole: questi popoli primitivi si distruggevan l'un l'altro con la guerra civile, e formavano come una repubblica militare, in armi sempre; or che fece Carlomagno? divise i capi, smembrò le tribù, e dopo trentatrè anni di fatica venne a capo dell'opera sua. Allorchè poi mosse in Spagna fino all'Ebro, altro più non ebbe incontro a sè che la snervata civiltà dei Saracini, chè già passato era per quei popoli il tempo delle conquiste e delle invasioni.