In mezzo a questi atti di sovranità, una cosa sopra tutte segnalò Carlomagno, e fu l'ordinamento della conquista, con l'unità di cui volle improntar le sue leggi, le comunicazioni per ambascerie che egli crear seppe con Costantinopoli e colla Siria, cogli imperatori bisantini e coi califfi; quel gran codice di leggi ch'egli impor seppe, la vasta creazione dei missi dominici, grande e forte instituzione, che, col dare un voto comune alla podestà centrale, rendea presente in ogni luogo l'autorità dell'imperatore. Questo è principalmente il merito che pose Carlomagno in cima agli ordinarii conquistatori dei popoli; egli ordinava, disciplinava e governava nell'atto che aggiungea nuove terre all'impero suo: egli fondò, solo assunto questo in cui si faccia manifesto il genio del conquistatore.

Noi possiamo valutare di netto, e senza lasciarci traviar dallo spirito troppo assoluto di teoria, il sistema tanto amministrativo quanto politico di Carlomagno. Dividesi esso in due parti principali, dalla troppo frequente confusione delle quali ebbero appunto a risultar di gravissimi errori. I capitolari comprendono il governo pubblico della società e l'amministrazione dei beni privati dell'imperatore, ed è mestieri di costantemente separar l'una dall'altra chi giunger voglia alla giusta valutazione dei diplomi e dei capitolari. L'amministrazion generale poggia innanzi tratto sul sistema permanente dei conti, i quali Carlomagno ebbe a trovar già istituiti, nè sono altrimenti un'invenzione della sua mente, ma sì una instituzione quasi merovingica, e più anticamente romana; solo il possente imperatore diè a quelli forma regolare, compiuta, e assegnò loro distretti meglio determinati; egli assister li fa dai proprietarii eletti, e questo è il concetto sassone del governo rappresentativo. Nulla v'ha qui di distinto, ma tutto si collega per concorrere al medesimo fine: il conte amministra, giudica e riscuote l'entrate del regio patrimonio; egli è il ministro principale intorno al quale s'aggruppano gli assessori, i giurati, tutti quelli che gli debbono dar mano nell'amministrazione e nella giustizia.

Ma instituzione effettivamente e veramente carolingica, si è l'ordinamento dei missi dominici. Un dotto d'ingegno e di sapere[4] sostiene che i missi dominici erano già ai tempi della prima schiatta da cui li tolse Carlomagno. Niuno pone in dubbio che non vi fossero tracce a que' tempi di questa istituzione, nè punto era nuovo il trovato di questa delegazione di straordinari inviati a soprintendere all'amministrazione; esso era anzi antico al par di Roma repubblicana e imperiale. E i papi non aveano anch'essi i loro legati? E' potè avvenir dunque che si trovasse anche sotto i Merovingi qualche esempio di delegati o inviati col carico d'esaminar l'amministrazione dei distretti; ma l'instituzione permanente e ampliata dai missi dominici[5] appartiene unicamente a Carlomagno; ei solo concepì il forte pensiero di ridurre ad un sol centro la podestà sopravveduta dai missi dominici; chè ad immaginare una sì mirabil forma d'inspezione era bisogno d'uno sterminato impero, qual fu appunto quello di Carlomagno. Per solito questi commessarii erano due, un conte ed un vescovo; talvolta quattro ancora, se di maggior rilievo era il mandato. Pur valido concorso questo di vigilanza e di forma!

L'amministrazione particolare dei beni o del patrimonio dell'imperatore non avea nulla a che far col governo generale della società, ma ben ci era per essa un'interna e particolare azienda; i capitolari fan menzione d'una serie di uffiziali d'ordine subalterno, i quali attendevano a reggere i vasti e ben coltivati poderi, che componevan le sole rendite dei Carolingi, e questi ufficiali sono ordinariamente chiamati col nome di judices; ordinati com'essi erano nei gradi subalterni, amministravano le ragioni fiscali del dominio, e giudicavano le liti fra gli uomini dell'imperatore. A quel tempo, nulla v'è di distinto negli uffizii; amministrare e giudicare son cose insiem confuse, e questa giurisdizion domestica va tant'oltre, che l'imperatrice medesima presiede un tribunale, il cui distretto giurisdizionale è tutto di pertinenza di lei, e questo tribunale sentenziar dee sopra certi ordini di persone.

Di questo modo ci ha in cotesta carolingica costituzione alcun che di grandioso insieme e di misero; il pensamento è attivo ed operoso, si vede che Carlomagno vuol porre in uso tutti gli ordigni per far camminare innanzi la generazione ch'egli ha d'intorno a sè; si rivolge continuamente verso Roma e Bisanzio; piglia da loro la scienza e le arti. E dove va egli a prendere i primi elementi della sua letteratura? Quali son gli uomini ch'ei chiama vicino a sè per illuminare i popoli, e schiuder gl'intelletti? I papi gli confidano le decretali ed i canoni, sorgenti del morale incivilimento; Costantinopoli gl'invia il codice teodosiano; ai califfi egli va debitore dei primi orologi; agli artefici romani e lombardi degli organi che vengono a sposarsi con la voce dei cantori nelle cattedrali. Quella specie d'areopago ch'ei raccoglie a sè intorno: Alcuino, Teodolfo, Leidrado, Paolo, Varnefrido, non son forse tutti chiamati a dar forte impulso agli studi? Ei gl'incuora, egli studia continuamente con loro, svegliato sì di mente, e sì attivo di corpo, che tu lo vedi a un tratto sull'Elba, sul Reno, a' Pirenei, a Roma, a Saragozza, ad Aquisgrana, consumar le sue vigilie in far trascrivere manoscritti, e riformar la scrittura; ei fa imitare que' bei caratteri greci e romani, e li sostituisce alle lettere gotiche e sassoni; vuol che leggasi Omero e Virgilio; diffonde le Sacre Scritture. Tutto va sotto di lui riformandosi: il registro delle leggi, le formole degli atti della sua cancelleria; nulla sfugge a quel solerte intelletto.

In mezzo a quest'opera d'incivilimento Carlomagno non lascia nè per un solo istante l'indole sua germanica, e resta qual desso è; s'ei toglie da Roma qualche idea, pure ei sempre si piace nelle consuetudini della patria; passa sua vita sulle rive del Reno, della Mosa, nella Svevia e nella Turingia; se ne resta col tipo delle sue foreste, e colla selvaggia grandezza dell'origine sua. Protegge le lettere, ed ei si rimane poco men che illetterato; studia le leggi romane, e promulga barbari codici; fa quant'ei può per dispiccarsi dalla natura sua, ma questa continuo ritorna; simile al fiero corridor della selva, invano la civiltà vorrebbe mettergli un freno, che egli s'impenna, e spezza d'un salto tutti i nodi per tornare alle selvagge sue lande.

L'opera di Carlomagno fu grande sì, ma non si dee darne merito a lui solo, chè non sarebbe giustizia; la schiatta carolingica ci offre una serie di menti alte e robuste. Tre uomini segnalati ebb'ella, che si tennero dietro l'un dopo l'altro, e furono: Carlo Martello, mero condottier di guerra, che nulla ordina, nulla prepara per l'avvenire; ha suoi soldati, e li conduce a rintuzzar la nemica invasione, e come tosto i Saracini son vinti nelle pianure di Poitiers, ei distribuisce le terre, anche ecclesiastiche, a tutti coloro che lo accompagnarono al campo. È cosa naturale, egli non pensa al dopo, nè quindi punto si cura di fondare un governo. Ben più accorto è Pipino; egli non ha nè le forme robuste, nè la statura gigantesca dell'altro; ma se quest'ultimo, violenta natura d'uomo, offende il clero, s'impadronisce dei beni della Chiesa, se la sua conquista passa come un torrente, Pipino all'incontro, che vuol fondare una dinastia, sente che la Chiesa è il fondamento di ogni ordine politico, ch'ei non può ottener la corona, se non amicandosi il clero, sente che per abbatter la domestica devozione dei Franchi pe' Merovingi gli è di bisogno far lega col papa, onde le pratiche sue con Roma e la protezione da lui conceduta ai pontefici.

Carlomagno ha ben compresa una tal politica, e la va seguitando; re così come imperatore, non cessa egli mai di tenersi in perfetto accordo coi papi, e trova in buon punto due grandi pontefici fatti a secondarlo: Adriano, espressione del romano patriziato, e Leone destro politico, che concerta con Carlomagno la ricostituzione dell'impero d'Occidente, il quale vien eretto contro la dominazione greca in uno e saracina; ed è una spada che san Pietro mette in mano a Carlomagno, perch'ei difenda la nazione italica minacciata dagl'infedeli d'Africa e di Spagna e dagli imperatori di Bisanzio.

Spesso s'è misurata la grandezza di Carlomagno, nè v'ha forse storico, il quale non abbia gittata qualche frase su questo ampio regno; di speciosissime sentenze si sciorinarono a caratterizzar la politica di quel regnante. Alcuni l'innalzarono a cielo, e per ver dire, chi non conosce e saluta questa mente sublime? Altri all'incontro lo posero intieramente in basso a profitto di Lodovico il Pio, cui rappresentarono, io stimo, come il Cristo, il martire di quell'età; a udir costoro, l'imperator Carlomagno è poco men che un cerretano, un cattivo fabbricator di leggi; le sue conquiste sono cose da nulla, meno ancor sono i suoi capitolari, e le generazioni del medievo si sono ingannate nel conservar ch'esse fecero un'antica e grandiosa impronta di quell'imperatore.

Io per me non ho questo coraggio di sistema; nè mi piace, dopo dieci secoli, costituirmi giudice meglio informato dei contemporanei; io preferisco, per me, venti righe di Eginardo a tutti i simbolismi moderni. Nella storia io amo i fatti, e gli inventario e gli ordino; e pongo tutta la suppellettile d'un'età innanzi ai lettori che possono darle il valor suo così bene come gliel do io stesso, e mi fo tenerissimo custode dei tesori del tempo antico, del sedile di pietra su cui è assiso Carlomagno, della longobardica corona di ferro, di quelle polverose pergamene conservate attraverso dei secoli, di que' suggelli di cera gialla improntati di antichi cammei e d'effigie di re e imperatori, col capo pressochè tutto raso, e con la barba crespa; e novero i rarissimi danari d'argento, e quelle colossali figure da scacchiere, che gli son date dalla tradizione per un presente del califfo Arun-al-Raschild[6]. O degni e buoni canonici di Aquisgrana, mostratemi una volta ancora que' benedetti reliquiarii e tesori di Carlomagno, l'ampia sua mano, e lo smisurato suo cranio incastonato d'oro: fossero anche pie menzogne, io le preferirei non pertanto alle più belle teoriche dell'arte. Chi aver potrebbe tanta temerità da evocar le ossa di Carlomagno per dir loro: «O imperatore, tu altro non sei che un cerretano.» E tuttavia vi fu chi lo disse!