Lo studio indispensabile che far si convenne per ben determinare il periodo carolingico quello fu di sceverarlo da quei della prima e della terza schiatta, però che la confusione di questi tre periodi era sorgente di molti errori. Io so bene che nella storia i tempi si seguono e si succedono; che nulla v'ha in essa mai d'interamente isolato, che il passato si confonde nel presente e il presente nell'avvenire, che una misteriosa catena congiunge con l'une le altre generazioni, ma pure, il ridico, il periodo di Carlomagno è un qual che di appartato. Ond'è che quando altri spiegar volle il sistema merovingico coi capitolari, e i capitolari con la feudalità, s'inoltrò per un ginepraio. Lo studio de' capitolari è da sè solo un'opera delle più faticose, e l'attenta disamina dell'ampia compilazione che dobbiamo alle cure di Benedetto, diacono di Magonza[7], ben dovette dar a conoscere altrui più d'un fatto importante; se non che erano tempi che si compilava senza metodo, senza critica, e il buon diacono ebbe a framezzar, copiandoli, frammenti del codice teodosiano, e interi titoli dei Concilii ai Capitolari. Gli eruditi anche più sicuri e sodi, qual, per citarne uno, sarebbe il Baluze, non poterono andare esenti da simil confusione, donde venne che alcune instituzioni romane furon prese per creazioni di Carlomagno. Certo è che il grande imperatore molto tolse da Roma, e avea conoscenza del codice teodosiano, e certo è ancora che i papi gli avean fatto dono delle decretali, ma pur mostrerebbe di mal conoscere la particolar sua legislazione chi vi comprendesse tutto che da Benedetto fu attinto nelle decretali e nei codici teodosiano e giustinianeo.

I capitolari vogliono essere chiariti col riscontro delle carte antiche e dei diplomi, col Codex carolinus (codice carolino), di cui conservasi a Vienna il testo originale, e con alcuni sparsi avanzi delle leggi barbare. Questi capitolari son venuti ad uno ad uno, e quindi la raccolta venne compiendosi in lungo spazio di tempo, e si fecero nuove scoperte fino all'ultimo secolo. Aveano i Benedettini trovato un modo di scientifico pellegrinaggio che venne ad ampliar sempre più l'ampia loro raccolta; degni questuanti della scienza eran essi, che se ne andavan con la tonaca indosso di san Benedetto da biblioteca in biblioteca, a Montecassino, a Roma, nel settentrione, nel Belgio, a Vienna, non altro che per fare incetta degli sparsi frammenti dei nostri tempi storici. Il padre Martene e il padre Durand fraternamente si unirono nei loro pellegrinaggi in Italia e in Germania, e il padre Mabillon viaggiò per dieci anni a raccogliere l'Analecta, curiosissimi documenti che servirono di elemento ai nostri annali. Essi trovavano sparsi qua e là, capitolari, patenti, diplomi, cartolari; li ragunavano, e ne facean presente alla nostra Francia, alla nostra Francia cristiana allora e credente[8].

Ed io pure amo questi viaggi di erudizione e di studio; chè le impressioni dei luoghi ti si scolpiscono profondamente nell'animo, e tutti questi fatti e queste epopee del medio evo si schierano dinanzi agli occhi tuoi col corteo dei secoli andati. Argomento di schietta gioia è per l'erudito il ritrovamento di qualche documento della storia nostra, e niun sa come gli batta il cuore alla vista di un diploma che rettifichi un fatto innanzi falsamente riferito; tutte sono allora ricompensate le cure sue, e talvolta dalla polvere di un cartolaro esce bello ed intero un sistema.

Varii sono gli elementi che compongon quest'opera, ma la cronaca n'è per sempre la base: Eginardo cioè, il monaco di San Gallo, e le croniche di San Dionigi in Francia, tutte raccolte nel quinto volume dei Benedettini, che il Pertz[9], quel gran ricoglitore della Germania, ci diede in testi più purgati ed esatti che prima non erano. Di costante amor patrio diè prova questo dotto Tedesco, nel dedicar così la sua vita al solo assunto di cercare tutti i monumenti che si riferiscono agli eroi della Germania: e però che Carlomagno è tutto germanico anch'esso, è un Austrasio che ha caro di vivere sulle rive del Reno, nelle foreste delle Ardenne, nei regali poderi della Mosella, e nelle badie di Fulda e di San Gallo, il Pertz si diè cura di restituire alla Germania l'antico suo imperatore, sdebitandosi con giudiziosa perspicacia di questo carico suo.

Troppo facil sarebbe, ed anche in generale, mal chiara l'opera dell'erudizione, dove avesse solo a guida le cronache, però che in fatti le più di esse sono foggiate alla medesima stampa, e derivando dalla medesima fonte monastica, hanno naturalmente sui fatti uno stesso concetto. Egli è uopo dunque spiegarle con documenti, ardirei così dir, più ufficiali. Il regno di Carlomagno non consta già solo d'avvenimenti interni, nè tutto si consuma in militari spedizioni o in atti di palazzo; chè quel gran feudatario germanico ebbe pratiche coi papi e cogli imperatori di Costantinopoli, e ci restan frammenti del suo carteggio diplomatico e lettere che ci posson dar ad intendere il senso esatto di moltissimi avvenimenti politici; e questi elementi volevan pure essere raccolti e ordinati. Quest'essa è l'epoca pontificia. E' sono i vescovi quelli che danno l'impulso all'incivilimento sotto i Merovei, e al tempo di Carlomagno sono Adriano e Leone papi, quelli che con essolui concorrono a cacciare innanzi le idee della podestà e dell'ingegno; quindi egli è agevole comprendere tutta l'importanza del carteggio pontificio, chè non trattasi già solo dei racconti d'una cronaca, o delle dicerie, con maggiore o minor esattezza riferite da un povero frate, ma sono atti usciti dai medesimi grandi operatori degli avvenimenti. Rare sono le lettere di Carlomagno, ma numerose all'incontro quelle d'Adriano, e spiegano la ragione vera della conquista d'Italia contro i Longobardi, e ci fan penetrar nell'interna politica che guidò alla creazione dell'impero d'Occidente.

Nè questo disegno fu altrimenti effettuato da Adriano, ma sì da papa Leone; chè Adriano, inteso com'era particolarmente ad assicurare la dominazione dei Franchi in Italia, volle, innanzi tutto, strigarsi dei Longobardi. Ad Adriano succedette indi Leone, l'amico, il confidente di Carlomagno, pel quale la creazione più vasta dell'Imperio d'Occidente fu come un potente principio di opposizione contro l'impero d'Oriente. L'Italia era minacciata dai Greci e dai Saracini: or col porre la spada imperiale in mano a Carlomagno, Leone affortificava d'un possente protettore la Chiesa contro i nemici che la minacciavano. In progresso di tempo il concetto pontificale venne ampliandosi, e fu allora che per mezzo d'un imeneo fra Carlomagno ed Irene, il papato congiunger volle i due imperi, per cessare lo scisma, e ricondur l'unità dove innanzi altro non era che discordia e disordine.

Tutti i quali ammaestramenti risultano, quanto ad Adriano, dal carteggio dei papi e dal codice carolino, e quanto a Leone, dagli archivii del Vaticano, e ci vengono inoltre da parecchi curiosi frammenti degli storici bisantini, e da Teofane in particolare. Io ne ho riportati i testi greci, però che questi fatti mi parvero sì curiosi e risolutivi, ch'io credetti indispensabil cosa pienamente giustificarli. Un'altra cosa deesi notare ancora, ed è che a questo carattere meramente pontificale del regno di Carlomagno, viene a mescolarsi l'incontrovertibile ingerenza dell'ordine di san Benedetto. Sotto i Merovingi tu vedi i Vescovi risplendere e operar quasi soli; sotto Carlomagno in vece maggioreggiano i pontefici ed i capi degli ordini monastici; i vescovi son posti nella seconda schiera, e tu diresti che se ne ricattano a danno di Lodovico il Pio. Le badie, protette come sono dall'imperator d'Occidente, esprimono un non so che di regale, un carattere di autorità e di potentato: san Dionigi, san Martino di Tours, san Bertino, Corbia, Fontenelle, Ferrieres, l'uno e l'altro san Germano di Parigi, esercitano l'autorità che mai la maggiore sopra la società, e questo procede dall'indole di generalità che van pigliando le istituzioni monastiche; l'autorità del vescovo avea qualcosa di locale, di circoscritto; egli era come dir la podestà della comune, della diocesi. Ma quest'uffizio più non bastava al concetto carolingico, mentre l'impero procedea verso sì alti destini, che già essi abbracciavano l'Occidente; ond'è che a Carlomagno fu forza di entrare in pratiche col papa rappresentante del mondo cattolico, e a quest'uopo si giovò pur degli abati, i quali corrispondendo direttamente coi papi, s'imbevevano del principio di universalità di questi ultimi, testimonio la regola di san Benedetto.

Alle cronache si aggiungan le carte, i diplomi, documenti della vita privata di quella società; chè molte rivelazioni hai nel semplice contratto di vendita d'un bene allodiale e di quel che nella Polyptyca dell'abate Irminone vien chiamato un aripennum[10] di terra, nel testamento d'un militare, o nell'emancipazione d'un servo. A cui non piace veder la società nell'interno suo? Le cronache parlano di fatti generali, i diplomi vi raccontan la vita della famiglia fra le domestiche pareti. Vengon poscia le vite dei santi, le leggende, documenti preziosi intorno alla prima e alla seconda schiatta; nei Bollandisti tu trovi la storia dei costumi; con le vite di sant'Eligio e di santa Genoveffa ricompor tu puoi le costumanze di due secoli. Le leggende furono derise e avute in dispregio assai, come se tutti nosco non portassimo la nostra leggenda: leggenda che ci agita il cuore, che ci fa bollire il cervello, leggenda di fanciullezza o d'amore: e se noi più non n'abbiamo, gli è quando siamo troppo antichi d'età, troppo logori e rifiniti.

Col sussidio appunto di questi particolari documenti ti riesce fattibile lo stabilir le condizioni delle persone e delle sostanze, quistioni rilevantissime dell'età media; se non che lo spirito di sistema s'è impadronito di queste idee, e così accadere dovea. Ai tempi degli usi eleganti e delle costumanze cortigianesche del secolo decimottavo, i Sainte-Palaye, ed i conti di Caylus attendevano ai romanzi di cavalleria, e altro non vedevano che i gran fendenti e le maravigliose prodezze. Veniva indi la scuola degli Enciclopedisti, dei filosofi disputanti, i quali altro non cercarono nei tempi lontani se non armi di scherno per combattere le credenze. Così ora, poichè l'epoca presente si è fatta politica, s'è voluto esaminar più che altro lo stato delle persone e delle instituzioni, e trovar per ogni dove assemblee e rappresentanze nazionali. Un tempo ad altro non si pensava che ai blasoni ed ai titoli di nobiltà; oggidì la borghesia, che governa la società, ha voluto pur essa cercare i suoi titoli, e frugar sin entro le instituzioni della Germania, quindi sognaron la storia del terzo stato, colà dove ancor non appariva indizio di libertà. Le sono smanie coteste che passeranno al pari di tante altre, e tracotanze che pur se n'andranno: la borghesia ha pur essa le vanità sue, e vuole anch'essa i suoi genealogisti che la servano nell'ubbriachezza del suo potere.

Lo stato delle persone, e delle sostanze sotto la seconda schiatta, poco diversifica da quel ch'era sotto i Merovingi, chè i governi ben possono con rapidità mutarsi; ma gli usi della famiglia e lo stato delle proprietà van soggetti a tardi rivolgimenti. Malagevol sarebbe il distinguere appuntino da che sceverate fossero le differenti classi dei coloni e dei servi al tempo dei Merovei, quando le distinzioni erano piuttosto stabilite dall'origine dei popoli che dalla condizione degli individui: chi era Franco, chi Romano, chi Longobardo, chi Gallo, e la condizione risultava dal valore, dal merito pecuniario di ciascuno. Nè si vede che sotto Carlomagno questa condizion sociale siasi gran fatto mutata: la schiavitù comprende ancora una ragguardevol porzione della società; vi sono servi che appartengono al principe, servi che appartengono alle Chiese, il maggior numero ai conti ed ai feudi; il colono non è ancor divenuto contadino: le città sono riguardevoli, e ritraggono dell'origine gallica e romana; ancor non si veggono torri feudali sorger di villaggio in villaggio, e il titol di conte è un uffizio più che un onore.