Egli è a presumere che appunto in siffatta contingenza, il pontefice, a corroborar la propria autorità sua, concepisse il gran pensiero di ricostruir l'impero d'Occidente sotto la spada di Carlomagno. La qual esaltazione alla suprema dignità romana, far maggiore dovea la grandezza del re de' Franchi, lusingare l'ambizion sua, ornar la sua porpora e il suo diadema; poichè, come dissi, tutto che da Roma veniva, avea pe' Barbari stessi un'impronta solenne. Leone lasciò l'Italia per andare a trovar Carlomagno, e il cronista, conosciuto sotto il nome di poeta sassone, espose quest'abboccamento seguito fra loro nella città di Paderborna. Chi sa che non fosse appunto fra quelle intimità che il papa e il re concertassero la politica ricostruzione dell'impero d'Occidente?

Il poeta sassone ama in quest'occasione di ricordar le tribolazioni del papa e i disordini di Roma. «In quella che Leone, dal suo palagio recavasi a piedi alla chiesa di San Lorenzo, il popolo romano, scagliandosi addosso di lui, l'oppressò di percosse, poi gli cavò gli occhi e troncò la lingua; se non che Dio gli restituì con un miracolo la vista e la parola[208]. Dopo di che fuggì dal carcere dove l'avean chiuso, e si mise in via per venire da Carlomagno a Paderborna, dov'egli allora trovavasi, mandando innanzi un legato a raccontargli i mali da lui sofferti, all'udire i quali, Carlo, rattener non potendo il suo sdegno, tien tosto una concione al suo popolo, per esortarlo a recare aiuto al pontefice. Nè sì tosto ha egli finito di parlare, che un lungo fremito si diffonde per l'adunata moltitudine, tutti accorrono all'armi, e in brevissimo tempo, ecco pronto un formidabile esercito a pro del pontefice. Carlo intanto scorre lento per mezzo al campo, protetto il capo da un elmo d'oro, il petto di splendida corazza, e recato in groppa da un destriero di straordinaria grossezza. Innanzi al campo si spiegano in folla i sacerdoti partiti in tre schiere, co' sacri vessilli della croce in fronte, e tutti, cherici e laici, aspettano impazienti il pontefice. Odesi quindi tosto ch'ei s'avanza in compagnia di Pipino, e Carlo allora fa formare un gran cerchio, divide il suo campo in forma di città, e collocando sè stesso nel mezzo, attende lieto l'arrivo del pontefice; egli sopravanza con l'alta sua statura quanti gli sono d'intorno, e domina tutto il popolo. Ma già il papa giunge alle prime schiere, le cui vesti, la lingua, gli ornamenti e l'armi diverse lo riempiono di stupore[209]; eran esse le schiere formate coi soldati venuti da tutte le parti del mondo. Carlo affrettasi tosto d'andarlo a salutare con gran riverenza, ed ei lo abbraccia e bacia in bocca, si stringon per mano e camminano a pari, framezzando di cortesi parole i loro discorsi. Tutto l'esercito si prostra per tre volte dinanzi al sommo pontefice; anche il minuto popolo per tre volte curvasi nella polvere a' piedi suoi, ed altrettante il papa innalza a Dio mentalmente le sue preghiere pel popolo stesso. Giunti il re e il papa in mezzo al cerchio, parlan fra loro di cose diverse; Carlo vuol sapere i mali patiti dal venerabil prelato, ed a grandissimo suo stupore intende com'egli ha ricuperato gli occhi e la lingua, strappatigli da un empio popolazzo. S'avviano di poi verso il tempio, dove sulla soglia i sacerdoti intuonano un inno di grazie in lode del Creatore; il popolo acclama, mentre passa, il pontefice, ed innalza la sua gran voce fino alla volta de' cieli. Condotto da Carlo, l'apostolo entra finalmente nel tempio, e vi celebra con l'usata pompa il divin sacrifizio; dopo del quale il re induce Leone a seguirlo nel suo palazzo, e in quella magnifica sede, con pareti tutte addobbate di tappezzerie dipinte e sedili tutti splendenti d'oro e di porpora, godono infinite e svariatissime delizie; poi comincia il convito, aspettando già sulle mense il falerno in vasi d'argento. Carlo e Leone mangiano e bevono insieme, poi, dopo il pasto, il pio re colma l'ospite suo di magnifici presenti, e si ritrae alle sue stanze, intantochè il sommo pontefice riacquista il suo campo. Tale si fu l'accoglimento che Carlo fece a Leone in tempo che quest'ultimo fuggiva dai Romani e dalla patria.

«Dopo questo solenne abboccamento, Carlo passa le Alpi seguito da' suoi leudi e da alcune migliaia di lance; visita Milano, Ravenna, Rimini, Pavia, nè guari va che le bandiere sue si spiegano nella campagna di Roma, e ch'ei saluta da lunge le mura della città. Investito, com'egli è, della dignità di patrizio, i senatori, i tribuni, i comizi vengono ad incontrarlo, e l'accolgono con tutte le pompe dell'antica Roma e della Chiesa. Egli è ivi come arbitro sovrano; papa, vescovi, patrizii e plebe a lui ricorrono per ottener giustizia e ragione; egli sentenziar dee sulle sanguinose questioni che dividevano papa Leone ed i patrizi di Roma. Carlomagno ascende dunque il tribunale degli antichi pretori[210]; Leone, accusato di colpe segrete, protesta con solenne giuramento dell'intera innocenza sua, e la sentenza ricade addosso de' suoi accusatori. Il papa venne quindi esaltato e condotto processionalmente alle basiliche, dov'egli inginocchiossi dinanzi al re de' Franchi, figliuol di Pipino, protettor del triregno[211]

Le feste di Natale eran vicine, solennità della Chiesa cristiana che Carlomagno godea di celebrar, come la Pasqua, nei monasteri o nelle basiliche, e la festa del Natale era ancor più dell'altre magnifica, perchè a que' tempi da essa principiava l'anno, e il popolo a turbe correva alle chiese, chè la nascita di Cristo, la risurrezion del mondo apriva le porte del nuovo anno. Al tocco della campana che suonò l'ora dei pastori sul monte, Carlomagno recossi alla basilica di San Giovanni Laterano, ove celebravasi, dopo mattutino, la messa del presepio, con tutte le pompe del pontificato; l'altare fumava innanzi, e le croci greche e latine risplendevano in mezzo ai piviali e alle vesti dorate dei vescovi e dei diaconi. Carlomagno pregava Dio, inginocchiato dinanzi alle reliquie, quando il popolo, agitato come l'onda del mare, proruppe in acclamazioni, e mille voci si confusero per esaltare il gran re dei Franchi, e gridarlo imperatore. Nel santo giorno in cui nacque il Signore, dice Eginardo, mentre Carlo, assistendo alla messa, levavasi da orare dinanzi all'altare del beato Pietro apostolo, papa Leone gli pose in capo una corona, e tutto il popolo romano si fece a gridare: Vita e vittoria a Carlo Augusto, coronato da Dio grande e pacifico imperatore de' Romani! Dopo l'elevazione fu quindi adorato dal pontefice, secondo la consuetudine praticata co' principi anticamente, e lasciato il nome di patrizio, fu chiamato imperatore ed augusto.

Così, in quella solennità del Natale, giorno in cui nacque il Redentore del mondo, ristaurato fu l'impero d'Occidente. Ma il pensiero ne veniva di lunga mano; il patriziato altro non era che una preparazione all'impero, ed i papi che avean bisogno d'un protettore, d'un aiuto per difenderli contro gl'imperatori d'Oriente, esaltarono Carlomagno, contrapponendo così spada a spada, sì che Leone non aveva oramai più da temer i sediziosi Romani nè gl'imperatori d'Oriente, che agognavano pur sempre l'Italia. Una specie di patto fermossi tra gl'imperatori d'Occidente e i pontefici di Roma, conforme si vede nel gran mosaico del palazzo di Laterano, dove Leone e Carlomagno a ginocchio si pongono entrambi sotto la comun tutela di San Pietro[212].

Carlomagno, innalzato all'impero, ricolmò de' suoi doni la Chiesa romana; ornò le arche benedette di pietre preziose e di sfolgoranti gioielli, nè gli annalisti del pontificato si scordano di enumerar le croci fregiate d'amatiste dal nuovo Augusto donate alle basiliche cristiane, e ci furon tavole d'argento e bacili o patene d'oro, ed un calice grandissimo destinato a distribuire al popolo il sangue di Cristo e una croce sterminata adorna di giacinti, belli come le viole di primavera. Una medaglia pur fu coniata per tramandare ai posteri più lontani la memoria della instituzion dell'impero d'Occidente, pur sempre durando tra l'altre, anche la consuetudine numismatica di Roma. Da una parte ci si vede il simbolo della improvvisa esaltazione di Carlomagno alla suprema dignità imperiale, e v'è incastrata l'effigie del vecchio imperatore co' suoi maschi e marziali lineamenti, qualificatovi per nostro signore, Dominus noster; dall'altra parte si vede la città di Roma con l'antiche sue mura e coll'iscrizione in caratteri maiuscoli, Renovatio Imperii. Ad attestar poi con più magnificenza lo stabilimento del nuovo impero e la preminenza dell'autorità sua, Carlomagno, il grande edificator di monumenti pubblici, fabbricar fece, in Roma, ad imitazione dei Cesari, un palazzo dove tenere udienza e ragione. Quind'innanzi tutto si scrive sotto la data dell'impero, più non si parla di Carlo imperatore, se non co' titoli di signore e d'augusto, e patrizii e comizii lo acclamano lor sovrano e lor Cesare. Com'egli ebbe dato assetto alle cose della nuova podestà sua, ripassò le Alpi a riveder le antiche foreste della Germania.

Cotesto rinnovamento dell'imperio romano nei termini antichi imprime d'ora innanzi una gran forma d'unità all'amministrazione delle terre conquistate da Carlomagno. Sotto gli auspizi del suo scettro e della porpora imperiale, due regni son già fondati, l'Aquitania e l'Italia, i quali compongono, come se tu dicessi, il primo grado di quella gerarchia che d'ora innanzi darà forma all'impero d'Occidente: due re sotto lo scettro augustale, poi i popoli tributari che vivono nelle marche e frontiere, e i grandi feudatari, specie di vassalli lontani sotto l'imperial giurisdizione, come sono i duchi di Baviera, del Friuli e di Benevento. Questo modo d'amministrazione, che vien quindi ordinandosi e pigliando forme regolari, addita nel nuovo imperatore un alto intelletto, però che la sua gerarchia poggia sopra tre principali ordini di uffiziali che ricevono comandi immediati dal capo supremo dello Stato. I primi risiedono stabilmente in una città, e magistrati civili in uno e militari, traggon l'origin loro dalle forme romane, con titolo, quasi dappertutto, di conti (comites), e amministrano la giustizia, pigliano le armi quando n'è d'uopo a respingere il nemico od a procedere innanzi alla conquista, di natura tuttavia più civile che militare. I secondi, che governano le marche sotto il titolo di capi e marchesi, hanno all'incontro un mandato militare più che una magistratura[213]; e sono il tipo d'Orlando e d'Uggiero il Danese. Risiedono essi alle frontiere, in faccia alle popolazioni barbare che potrebber disertare l'impero, ed accampano a guisa de' centurioni e tribuni che comandavan le legioni sugli ultimi confini dell'impero. Finalmente v'ha una terza dignità di particolar istituzione dei Carolingi, senza nulla di permanente, nulla di stabile, ma sempre errante, dir vogliamo i missi dominici, che interpreti delle istruzioni imperiali, or si recano in un distretto, ora in una città, in sè congiungono tutti i poteri, radunano i comizii o gli eserciti, presiedono le istituzioni municipali o i consessi che tengono ad ogni tornar di stagione i magistrati delle città, gli uomini liberi, i possessori delle terre, tutti quelli insomma che hanno obbligo di servitù verso la corona. Il ministero dei missi dominici, come vedremo, sta in cima di tutti gli altri.

Al tutto amministrativo è quest'ordinamento dell'impero di Carlomagno; re o imperator ch'egli sia, e' conserva pur sempre e mantiene le instituzioni inerenti ai costumi ed alle consuetudini germaniche; ci vorrebbe in vero una grande smania di classificare a voler trovare principii regolari nella congregazion delle assemblee de' campi di marzo o di maggio; delle quali troppo s'è magnificata l'importanza, quando altro non erano, aggreggiate intorno ai re carolingi, che consessi militari e adunanze tumultuose, che venivano chiamate dall'imperatore a deliberar insieme intorno a questo o quel soggetto da lui medesimo proposto[214]. Quando trattavasi d'una spedizione militare a cui muover dovessero migliaia di lancie, allora spettava ai leudi ed ai possessori delle terre feudali l'accorrere al campo per marciar sotto il gonfalone del loro signore; quand'era a conquistar nuove terre e a fondar una signoria, ogni leudo montava a cavallo, seguito dalla sua gente, il perchè siffatte assemblee, che prima tenevansi al principiar di marzo, furono prorogate fino al maggio; chè se il sole di marzo era languido, i foraggi scarseggiavano con danno de' cavalli, laddove in maggio i prati eran fioriti, e poteasi stare attendati in mezzo alla campagna. In queste adunate non si discuteva, ma deliberavasi per acclamazione; l'imperatore diceva: «Fedeli miei, ho risoluto questa o quella spedizione, in Ispagna o al di là delle Alpi, contro gli Unni o gli Avari» ed i leudi a gridare: «Noi ti seguiremo, rex o imperator!» La spedizione era quindi tosto apparecchiata, e pronto il sussidio militare promesso per acclamazione nelle diete, e poche settimane appresso ella movea alla conquista.

Quand'era a trattarsi d'un giudizio civile, perchè l'assemblea del mese di marzo o di maggio pronunziava pur sentenze di condanna e d'assoluzione, convocavasi la medesima dieta; se non che composta di leudi attempati, non atti più a marciar con le spedizioni militari, di vescovi e di cherici, e tenevasi, a tempi non certi, qua e là, ora in un castello, ora in un podere del patrimonio reale in mezzo a qualche foresta. L'accusato compariva, come vedemmo far Tassillone duca di Baviera, con dimessa e mesta fronte dinanzi a' suoi pari, i quali lo interrogavano, lo stringevano, e la dieta così composta avea facoltà di deporre un leudo, un conte, un duca ed anco un sovrano, e di confinarlo in un monastero. In mezzo a queste diete di vescovi e di cherici, Carlomagno dettava pure i suoi capitolari[215], grandi forme legislative di quei tempi, mescuglio, confuso anzichenò, di provvisioni civili ed ecclesiastiche, e per le quali era necessario il concorso della forza materiale e della forza morale. I capitolari sono come il ritratto dello spirito e della tendenza di quelle diete, tuttavia superstiti nel diritto pubblico della Germania, dove principalmente son da rintracciare le orme di Carlo imperatore, dove tutto si riferisce a questa grande stampa d'uomo. In Francia, all'incontro, non n'abbiamo che lievi vestigia, a segno che gli editti della terza schiatta non tolgono quasi più nulla dai capitolari[216]; l'epoca importante di Carlomagno è il passar suo dal regno diviso al regno unito, da quest'ultimo al patriziato, e dal patriziato all'impero. Ma fin qui tutto è guerra e conquista, chè l'ordinamento civile e politico solo avvien quando la podestà è ben ferma, e ci convien vivere prima di studiare e assegnare le condizioni della vita.

CAPITOLO XVI. ULTIMO PERIODO E CONSOLIDAZIONE DELLA CONQUISTA CAROLINGICA.