Nel progresso e incremento d'un'opera politica sempre si tratteggiano e rivelano dell'epoche parecchie, essendochè, per bene ardimentoso che un uomo sia, egli non va mai diritto al suo fine nè tutto stringe ad un tratto il potere, ma procede lentamente e con risguardo, per tema di non sollevar contro a sè l'opposizion degli spiriti, scossi, spaventati, inquieti della nuova grandezza d'un solo. Il medesimo avvien sotto Carlomagno, dal dì ch'egli accomuna il titolo regio con Carlomanno, fino alla esaltazion sua alla dignità imperiale, intervallo di lungo e penoso lavoro, che vien ad essere spiegato dagli intoppi della conquista. Prima che un capo si pianti alto e forte in una società, egli dee, con grandi servigi, meritar l'ammirazione e la confidenza delle moltitudini; in che curioso appunto è studiar la storia della sovranità nel periodo carolino.
Un dei primi frutti dell'amministrazione dei Carolingi si è l'abolizione assoluta della prefettura del palazzo, quella sterminata dignità merovingica. Non se ne vede più orma, ed è facil comprendere che con uomini attivi quali eran Pipino e Carlomagno, la podestà dei maestri o prefetti palatini scemasse dell'assorbente supremità che avea ne' tempi della prima schiatta; ma in che modo spiegare l'assoluta sua sparizione? Non se ne trova più indizio veruno negli atti pubblici e nei diplomi, ed è come una dignità abolita[204]; i duchi d'Austrasia, e i prefetti del palazzo di Neustria, possessori della podestà regia, confuser, nel titolo loro di re, tutta la possanza e l'autorità dei duchi e dei prefetti; la prefettura, che i Merovingi avean tolto dalle forme imperiali di Bisanzio, viene assorbita nella rivoluzione germanica che fa trionfare i duchi dell'Austrasia; torna quindi la tempera degli usi antichi, e la podestà reale anch'essa ne ritrae. La consacrazione vien indi ad imprimere alla dignità regia un carattere più augusto e più santo, l'unzione dei re, solennità ebraica, è rara, quasi anzi un'eccezione, sotto la prima schiatta, laddove a principiar da Pipino, tutte le forme ecclesiastiche son chiamate a consacrare e affortificar l'autorità dei capi austrasii, che assumono la corona; Carlomagno è sagrato tre volte, prima come erede di Pipino, poi come re di Lombardia, e per ultimo come imperatore; così i principi carolingi in sè congiungono, la doppia condizion della forza che difende e del diritto che santifica.
Carlomagno, alla sua esaltazione, esercita l'autorità regia insieme con Carlomanno, e di qui ha principio la podestà sua; la spartizion delle terre, che compongono i due reami, non è punto stabile; nè la Neustria è altrimenti la porzion dell'uno e l'Austrasia dell'altro, chè elle vanno perpetuamente confuse nei diplomi; ond'è che questo periodo di tempo non è segnato da capitolare, nè da statuto di legge alcuna; gli è un conflitto morale tra i due fratelli; vero è che Carlomanno non è il più forte, ma pur ei comprime l'indole usurpatrice di Carlo, nè il potere divien, per via della conquista e dell'ordinamento, una vigorosa instituzione, se non quando la monarchia tutta si concentra nelle mani di quest'ultimo. Nel primo periodo di questo regno, Carlomagno ha d'uopo di far prevalere la sua preminenza per un gran vampo di vittorie, e si fa a debellar le popolazioni che accerchiano i suoi dominii; di mano in mano ch'egli ottiene qualche trionfo, egli assume qualche nuovo titolo, e questi titoli son quasi tutti romani o bisantini.
L'influenza degli usi e delle consuetudini romane e delle dignità della corte di Bisanzio, fu pari a quella dei capolavori d'arte della grand'epoca; i Barbari, abbagliati da tanto splendore, ben potevano rovesciare i regni, e ridur le popolazioni allo stato di servitù, ma pur conservavano la corona raggiante di carbonchi, e lo scettro di maraviglioso lavoro, e il trono tutto fregiato d'oro e di smeraldi di queste società distrutte, e sì oltre va questo rispetto e quest'ardore per le arti e per le dignità degli antichi, che spesso d'altro sigillo non servonsi per gli atti loro, che di quel con l'effigie degli imperatori romani[205]. In moltissimi de' suoi diplomi, Carlomagno prende il titolo di patrizio, e i papi gli scrivono come a loro protettor naturale. Alla quale dignità ei fu innalzato in un de' suoi viaggi in Italia, e in mercè dei servigi ch'egli aveva resi alla cattedra di san Pietro, dai capi delle famiglie senatorie che ancor vivevano sul monte Aventino, e conservavano le memorie dell'antica costituzione dei Cesari; poichè a Roma tuttor durava il mescuglio delle idee cristiane, con la prisca forma delle instituzioni repubblicane. In alcuni diplomi Carlomagno prende altresì il titolo di console, però che il consolato ancor vivea di nome al settimo secolo. Vero è bene che in questa gran dignità romana, più non vi avea nulla della gloria antica; ma serbavansi, a Roma, come venerande reliquie, le memorie dei tempi vetusti, e il popolo transteverino, i figli di quei cittadini che abitavano il Campo Vaccino, si ricordavan dei consoli e dei tribuni, ed ogni volta che qualche grand'uomo sorgea nel mondo, i Romani gli decretavano alcuni di quei titoli che avean fatto già la potenza della costituzione repubblicana. Al quale proposito notar si dee che i capi de' Barbari stessi riceveano riverenti, così il nome di Roma era grande, queste insegne di dignità d'un impero scaduto, tanto è vero che la memoria delle forme sempre sopravvive alla distruzione dell'opera.
Carlomagno, avuto il patriziato e il consolato di Roma, agogna un'altra dignità; chè l'impero d'Oriente e d'Occidente era pur una di quelle tali ricordanze che duravano anche in mezzo alle depredazioni dei Barbari. L'impero d'Occidente era caduto sotto le tante irruzioni de' popoli conquistatori, che a guisa di fiumi aveano rotte e divise in cento diversi regni le terre. Or che Carlomagno ha conquistato e misurato lo spazio occupato già dall'impero d'Occidente, e raccolto sotto il dominio suo i popoli che abitavano dall'Ebro fino all'Elba, dalla Bretagna al Danubio, ei volge in mente di ricostruir l'opera degli Augusti e dei Cesari[206]. Nè credasi già che fosse papa Leone solo, nell'ardente sua devozione per Carlo, a intuonar nella basilica di Roma il Vivat Imperator; gran tempo è già che l'uom germanico vuol farsi romano, quest'è il pensier suo, il suo sogno; le razze barbariche vogliono anche imitar Costantinopoli, le sue pompe, le sue dignità; i re merovingi stessi portavan già il manto di porpora come gl'imperatori di Bisanzio, la corona loro era foggiata su quella degli imperatori, lo zaffiro e lo smeraldo vi splendeano, vi signoreggiava la croce, essi calzavano come quelli il coturno di porpora, e come quelli aveano il trono coperto di lamine d'oro. Tutta questa magnificenza par che faccia meglio spiccare il lustro e la forza dell'autorità loro, e il patrizio vuol diventare imperador dei Romani.
Prima di rifabbricar quest'impero d'Occidente, antica meta dell'ambizion sua, Carlomagno, a simiglianza degli imperatori, instituir vuol nuovi re, e procacciare all'autorità sua una preminenza politica sulle semplici dignità regie. Egli ha conquistato terre sterminate, nè può tutto vedere e governare; vero è ch'egli abbraccia pur sempre nelle sue grandi corse i Pirenei, le Alpi, il Tirolo; ma nondimeno ha più caro di riseder nelle città del Reno, dove la natura sua, la sua educazione lo traggono; ama Colonia, Magonza, Vormazia, Spira e le foreste delle sette montagne; scorre talvolta le città del Mezzodì; Milano e Saragozza ondeggiar vide le sue bandiere, e tuttavia ei si riman l'uomo del Reno e della Mosa; imperatore ch'ei sia, porrà la sua sede in Aix, dove edificar fece una grande cappella da cui sarà dato un soprannome cristiano alla diletta sua città, che egli ornerà coi mosaici di Ravenna.
Nelle ampie terre da lui fatte sue per la conquista, vi ha due popoli, ciascuno de' quali forma un complesso atto a costituire un reame; i Sassoni, i Bavari, gli Alemanni non hanno territorii stabili, e, anzichè comporre uno stato, sono, a così dire, attendati nelle città loro; e d'altra parte Carlomagno riserva a sè stesso il particolar governo di quei popoli germanici, chè egli è così nella sua beva, ed in mezzo alle sue costumanze. Colà ei può coprirsi della sua pelle di lontra, delle invernali sue pelliccie, ha suoi palagi e sue tenute, ch'ei medesimo regge con quella cura, quella vigilanza, che caratterizzano pur sempre l'autorità sua. I due popoli più stabili, che formano governi spartati, sono i Lombardi e gli Aquitani, egli crear può per entrambi due regni separati con istituzioni pur separate, e vuole investirne Lodovico e Pipino, figliuoli suoi, e farà dei re perch'egli anela ad una dignità più sublime, a quella d'imperatore. Il regno d'Italia dee dunque la sua fondazione a Carlomagno, ed è una trasformazione che si vuol ben determinare nella storia, però che la corona lombarda non ci ha oramai più nulla a che fare. La costituzione del regno d'Italia è un concetto romano, pontificio, instituito in più larghe proporzioni dell'antica monarchia lombarda di Monza; esso non si stende già solo dalle Alpi alla Toscana, ma tal qual fu ordinato da Carlomagno, comprende tutto il Milanese, la Toscana, l'Esarcato, i gran feudi di Benevento, del Friuli e di Spoleti, quella porzione della Calabria che più non trovasi sotto il dominio dei Greci, la Venezia, la Dalmazia, l'Istria, per modo che tutto l'Adriatico è cinto da questo reame d'Italia, conferito da Carlomagno al figlio suo Pipino. Al che aggiunger si dee, risultar, come si pare dal carteggio dei papi, che il patrimonio di san Pietro, avvegnachè independente e separato dal regno d'Italia, non per questo cessa dall'esser sotto la protezione del re, non già come feudo, ma come territorio diverso e ordinato, e quindi bisognevole del costante appoggio e della protezione d'un potentato militare. Infatti nelle turnazioni di Roma, e nelle rivolte delle legazioni, o dell'esarcato, i pontefici continuamente invocano la spada del signor de' Franchi e la protezione del reame d'Italia da Carlomagno sostituito alla corona longobarda.
La costituzione del regno d'Aquitania è pur essa una creazione politica, contemporanea a quella della monarchia d'Italia. Il nome di Carlomagno ha lasciato di grandi memorie nel Mezzogiorno; le torri e i monumenti pubblici serban ivi le sue ricordanze, e più d'una reliquia dell'età carolingica porta il suo soprannome di Magno; e pure a lui non danno troppo nel genio quelle città e quelle genti meridionali; appena ei vi passa correndo per andar in Ispagna, nè vi soggiorna, ch'egli è pur sempre l'uomo del Settentrione. Egli crea dunque pel benamato figliuol suo Lodovico il regno d'Aquitania, e questi è il re vero del Mezzogiorno, da lui seminato de' suoi cartolari, delle sue patenti e de' suoi diplomi, e ne troviam con la data di Narbona, di Mompellieri, di Nimes, di Tolosa. Lodovico governa tutte le popolazioni che si stendono dalla Loira fino all'Ebro, nè solo gli Aquitani propriamente detti, ma sì pure i Navarresi, i Baschi, i Guasconi, i Provenzali, che formano pel regno d'Aquitania i medesimi grandi feudi e le medesime marche militari, che formano pel regno d'Italia Benevento, Spoleti e il Friuli. Lodovico non ha residenza stabile, comechè molti de' suoi diplomi sien dati da Tolosa, chè anzi non è badia che non conservi l'orma di lui ne' proprii archivii. Carlomagno, attempatosi, vuol riposare sull'opera sua, e allora Pipino e Lodovico, l'un fatto re d'Italia, l'altro d'Aquitania, fanno essi la guerra contro le popolazioni che fronteggiano i loro stati. Pipino guida i suoi leudi contra i Greci e gli Schiavoni; Lodovico ributta verso i Pirenei le correrie dei Saracini, spesso troppo baldanzose, però che tuttavia minacciano Narbona e la Settimania.
Al superbo Austrasio che sta per ricevere la corona imperiale, convengon dunque re per luogotenenti, ond'è che re tuttora egli stesso, ha fatto due altri re, poi s'avvia verso Roma, dove cinger dee la corona imperiale. La ristaurazione dell'impero d'Occidente è un de' fatti principali dei tempi di mezzo; più di tre secoli erano scorsi da che Agustolo, l'ultimo di quegli imperadori, avea veduto spegnersi in sua mano l'impero; i Barbari avean messo in brani le sue terre a par del suo manto di porpora, e se l'eran partito in limbelli come la pelle del bue. Al concentramento, che i Romani recaron per ogni parte, era succeduta una conquista per frazioni, e mille diverse genti avean divorato l'impero: il tempo de' Franchi, sotto la signoria de' Merovingi, è il tempo appunto di maggiore smembramento e sfacelo; i Barbari fanno della terra a ruffa raffa. Ora quale smisurata modificazione recar non dovea nello spirito delle popolazioni germaniche questa creazione per opera d'un sol uomo: d'un impero in una sola mano? Fu egli, cotesto, spontaneo pensiero di Carlomagno, o piuttosto gli venne inspirato dagl'intimi suoi legami e dalle continue sue pratiche coi romani pontefici? Forse che il papato, gran principio d'unità, abbia voluto imprimer così della natura sua la monarchia francese? L'instituzione dell'impero d'Occidente fu, sì come pare, un'ispirazione romana di Adriano e di Leone III papi; ella è cosa naturale, sì, che in mente a Carlomagno sorgesse il bisogno d'una dominazion materiale, d'uno spirito di conquista e di preminenza; ma pure il rinnovamento dell'impero d'Occidente vien da papa Leone III; l'unità nel governo politico siccome nelle dottrine, fu l'opera di Roma[207].
Nella città eterna erano surte popolari turbazioni e sedizioni come a' tempi antichi de' comizii; aveano lor bandiere, e colori differenti, i quartieri di Roma erano divisi dall'anarchia, e i Transteverini del ceffo antico, rinovellavano i disordini del Foro. Nè i greci imperatori erano punto netti di queste guerre civili: spogliati per forza dell'Italia, essi riconquistar la volean per inganno, onde prezzolavano il popolo della campagna e dell'antico Lazio per sollevarlo contro i papi, ed alla morte d'Adriano, la famiglia sua, che era di nobilissima stirpe romana, non volle riconoscere nè gridare per papa Leone, che non usciva altrimenti da famiglia patrizia. V'ebbero quindi rumori e sedizioni nelle piazze pubbliche; il nuovo papa fu tratto pe' capegli, sottoposto a indegni trattamenti, e gli annali raccontano che, sottrattosi miracolosamente alla furia di que' comizii, venne a chiedere aiuto e protezione a Carlomagno.